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SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - Fuga e rivoluzione a Napoli, Lettonia
SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - Fuga e rivoluzione a Napoli, Lettonia
Io e la mia amica Antonella di solito non ci comportiamo da clandestini. Ma quando hai a che fare con il teatro può succedere anche questo. Se poi si parla del Teatro Festival Italia, organizzato a Napoli in questo periodo, può capitare di affrontare un’avventura ogni sera, di vivere davvero l’esperienza del teatro nel teatro, di essere catapultati improvvisamente e senza preavviso in un dimensione altra. "Ho visto cose che voi umani..." diceva un famoso di film di fantascienza.

Accompagnato dalla mia amica, sono intenzionato a fare un bel tuffo negli anni ’60 per raccontare dello spettacolo The Sound of Silence del regista lettone Alvis Hermanis. Nel parcheggiare la macchina nel lungo viale alberato che porta all’Auditorium della Rai già mi sembra di sentire la musica di Simon & Garfunkel e mi immagino nel maggio parigino o a Valle Giulia nel ’68 con gli scontri, le barricate, la polizia, ma anche la musica rock, la rivolta, l’amore, l’immaginazione al potere. Il parcheggiatore che in lontananza mi indica dove sistemare l’auto mi sembra un questurino armato che mi sbarra la strada, da cui fuggire.

Arrivato al banchetto che distribuisce gli accrediti per la stampa, mi accorgo che tutto sommato sono solo a Fuorigrotta, periferia occidentale di Napoli, che il ’68 è lontano quarant’anni e che la polizia non è nascosta nei paraggi, pronta ad intervenire. L’aria è tiepida e non c’è ressa. Tutto fa pensare ad un serata tranquilla. Vedo la biglietteria oltre l’ingresso dell’Auditorium. Vedo le solite guardie del festival elegantemente vestite di giacca e cravatta e con auricolare incorporato. Il servizio d’ordine di sessantottesca memoria è diventato iper-tecnologico. Cerchiamo di passare, ma la strada è sbarrata dai polsini firmati di questo militare in borghese. Ci avverte: "Per passare serve il biglietto". Indico prontamente che devo andare al banchetto per la stampa per ritirare gli accrediti. Il suo polsino, perfettamente inamidato e lindo, ci indica di dirigerci in fondo a sinistra, dove si vede solitario un press desk.

Comincio ad avere il presentimento che la serata si sta per complicare e che vedere questo spettacolo sarà un impresa. Il tempo sembra riavvolgersi: dall’anno di grazia 2008 mi sento scivolare all'indietro almeno di un decennio. Ci accoglie il chiaro accento settentrionale di un ragazzo dall’abbigliamento impeccabile e dal tesserino appuntato sul petto che indica il suo ruolo. Col sudore che comincia a imperlarmi la fonte per il nervosismo, chiedo umilmente i due accrediti stampa per teatro.org a mio nome. "Mi dispiace, il suo nome non c’è sulla lista". Il mio sguardo interrogativo, ma non sorpreso, si rivolge ad Antonella, per dirle che questa trafila la faccio tutte le sere, che gli accrediti sono sempre da qualche altra parte e che dopo discussioni e ricerche il problema si risolve. Tuttavia manca poco all’inizio dello spettacolo e il mio tornare indietro nel tempo, verso gli anni ’60, non impedisce alle lancette del Festival di continuare a girare. Chiedo di controllare meglio, di verificare se c’è il nome della rivista nella sua lista, se l’accredito è stato segnalato sotto altro nome. "Mi spiace, ma sulla mia lista non c’è niente che indica il suo accredito". Fisso il ragazzo per un secondo, mentre Antonella si guarda intorno perché improvvisamente dall’ingresso annunciano che lo spettacolo sta per iniziare e tutti devono prendere posto.

Chiedo di potere parlare con l’ufficio stampa del Festival. Impossibile, non è rintracciabile. Chiedo di poter parlare con un responsabile della gestione degli accrediti. Impossibile, non c’è nessuno adesso. Un altro mondo qui non è possibile. "Ma deve scrivere un pezzo per la rivista, lo metti in difficoltà" suggerisce Antonella. "Purtroppo i biglietti sono finiti ed i vostri non ci sono". Chiamo il mio direttore, annunciandogli la catastrofe incipiente. "Anche stasera non hanno registrato gli accrediti sulle liste, e questa volta non c’è modo di entrare". Ulteriore annuncio che lo spettacolo sta per iniziare, gli ultimi arrivati stanno entrando, la Lettonia sta per diventare Berkeley e la rivoluzione sta per scoppiare senza di noi.

Il mio direttore spiega al malcapitato gestore degli ingressi per la stampa che l’errore è loro, dal momento che alla rivista sono stati confermati gli accrediti. Nulla di fatto. Fine della telefonata. Ormai mentalmente sono sprofondato negli anni ’70, la rabbia sale insieme al calore, e trovo conferma di questo nelle parole dall’accento settentrionale di un giovane tutto sommato spaesato ed incerto: "Mi dispiace, io eseguo soltanto, tanti problemi io non sono in gradi di risolverli, sono arrivato qui a Napoli solo da tre giorni, mi hanno dato solo questa lista, non so che fare". Ripenso agli ultimi consistenti flussi di immigrazione dal sud al nord Italia degli anni ’70, alle feroci discriminazioni subite dagli meridionali in terra veneta e lombarda, che venivano antropologicamente trasformati da contadini senza terra in operai alla catena di montaggio. Oggi capita di vedere un fatto molto strano e perturbante, che potremmo etichettare come "colonialismo di ritorno": giovani milanesi vengono mandati in un contesto difficile e che non conoscono per occupare un posto di lavoro di pochi giorni e magari sottopagato. Ricordo che l’anno scorso il Festival ha rifiutato di far lavorare nell’organizzazione una dottoranda napoletana in storia del teatro perché pretendeva di essere pagata.

Comincio a protestare con veemenza. Arriva un’assistente. Le ricordo che lo stesso copione tra me e l’organizzazione viene recitato da tre sere di fila (forse le repliche sono dovute al successo) ma che sempre, alla fine, la lista giusta è uscita fuori e i biglietti sono miracolosamente apparsi. Questa simpatica fanciulla ci indica il banchetto degli ospiti, nella cui lista il mio nome potrebbe essere finito per sbaglio. Cerchiamo di accostarci, ma i gorilla ci fermano di nuovo. "Dobbiamo andare a quel banchetto per verificare se i nostri biglietti sono lì". Passiamo, ma siamo sorvegliati speciali. "Il suo nome, per cortesia". Cortesemente, quindi, spiego il problema, ma gli accrediti non ci sono. Siamo ufficialmente rifiutati dal teatro. È sicuramente il capitalismo che sta tramando contro di noi e che non vuole che una recensione troppo schierata faccia crollare il sistema borghese...

Improvvisamente l’immaginazione prende il sopravvento e guida le nostre azioni. In un certo senso siamo già nello spettacolo perché dall’ingresso principale gridano che sono le 21.15 ed è l’ultima chiamata per entrare prima che lo spettacolo inizi. Antonella, che chiaramente è stata in un’altra vita una leader della rivolta parigina che ha portato alla Comune oppure una spartachista nella Berlino della repubblica weimeriana, mi indica la soluzione più ovvia verso la rivoluzione. Entrare. Fuggire. Non farsi prendere. Lottare contro la repressione e sfidare il potere. Tra la sorpresa degli astanti che restano stupefatti, penetriamo di corsa e clandestinamente nell’ingresso dell’Auditorium, svoltiamo un paio di curve buie, poi un corridoio, ancora una curva, seguendo una donna che forse va verso il teatro o verso il sol dell’avvenire.

Sfuggiti all’inseguimento ci ritroviamo in platea. Ci mescoliamo tra la folla. La grande sala dell’auditorium è stata ridotta a circa 300-400 posti. Troviamo un paio di seggiolini liberi in seconda fila. Ci guardiamo intorno, cerchiamo inconsapevolmente di incrociare altri clandestini del teatro, ma si spengono le luci e le nostre ultime tracce, per fortuna, scompaiono. Siamo immersi negli anni ’60, a tal punto che lo spettacolo, iniziando, racconta, in un certo senso, questa breve disavventura: due ragazze s'intrufolano abusivamente di notte in una casa e la perlustrano con delle torce elettriche. Il ’68, in fondo, è stato una violenta e tuttavia legittima incursione della giovinezza anti-autoritaria di una generazione tra i gangli del potere borghese. Anche attraverso fughe e nascondigli.

Hermanis ha creato una scena a ridosso del pubblico: una grande sala piena di barattoli di vetro, libri, sedie, divani, poltrone, giradischi, mangianastri e radio. Cinque porte sul fondo vedono entrare ed uscire più di una decina di personaggi, ragazzi degli anni ’60 vestiti di pelle, con abiti colorati, minigonne, stivali e capelli lunghi, che compiono una serie di azioni teatrali per raccontare un’epoca. Ogni azione è commentata dalla musica e dalle canzoni di Simon & Garfunkel: si parte da The Sound of Silence per arrivare a Mrs Robinson e The Boxer.

Lo spettacolo è caratterizzato da un’azione corale della scena perché tutti i bravi e giovani attori della compagnia recitano le loro piccole scene contemporaneamente nei diversi punti del palcoscenico, usando gesti e movimenti e non una sola parola: c’è chi fa esperimenti per captare i segnali di un’antenna fatta in casa, chi cerca di conquistare una ragazza, chi legge, chi scopre che il proprio ragazzo se la fa con un’altra, chi fa fotografie. Ma soprattutto si sente costante sulla scena la presenza dei libri e dei baci. Amore e letteratura sembrano articolare la scrittura scenica del regista lettone e le sculture umane che costruisce attraverso gli attori. La musica, ossessiva, fonde sapientemente questi elementi, uscendo dai barattoli di vetro, come dalla radio, nel mostrare una generazione che si è emancipata attraverso il corpo e la cultura, attraverso la scoperta delle potenzialità rivoluzionarie della fisicità come del sapere.

La seconda parte, di uno spettacolo che scorre per tre ore senza alcuna fatica, segna una svolta nella storia collettiva dei personaggi. Non c’è più la goliardica comune in cui si facevano le tante esperienze sessuali e sociali della vita, ma è descritto il matrimonio, e poi la vita di coppia, ed infine la nascita dei figli per una generazione che aveva vissuto la rivoluzione degli anni ’60 attraverso l’immagine di un elefante che ha dipinta sul dorso la scritta "make love, not war" (citazione dal film Hollywood Party di Blake Edwards) oppure quella del far volare una piuma (allusione ad una scena di Forrest Gump di Robert Zemeckis). Nel finale la scena si fa più scarna e libera, forse la rivoluzione sta scemando tra bolle di sapone e del latte che cola dalle tubature, e la musica comincia a scomparire, fino all’ultimo episodio in cui i protagonisti maschili per risentire ancora le note di Simon & Garfunkel sono costretti ad immergere la propria testa in un secchio d’acqua, fino a morirne affogati. Il teatro racconta anche la resistenza.

Lo spettacolo è stata un'esperienza molto interessante perché ha costituito effettivamente un attraversamento di anni impegnati e turbolenti. Di anni necessari. Di anni folli e sublimi. Ed il teatro ha saputo rendere una realtà così lontana, ma anche così vicina. Questo spettacolo ha forse ribadito ancora una volta che disobbedire spesso è necessario, almeno sulla scena del teatro e soprattutto andando a teatro. Disobbedire al potere a volte può anche significare fuggire.

Napoli, Teatro Festival Italia - Auditorium Rai, 23 giugno 2008
Inserita il 24 - 06 - 08
Fonte: Roberto D'Avascio

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