SPECIALE TEATRO-FESTIVAL-ITALIA: Estetica della noia, un purgatorio imbarazzante
Capita a volte che uno spettacolo teatrale sia concepito e realizzato non per coinvolgere, divertire, scuotere oppure far riflettere il pubblico, ma per sollecitare la sua noia, mettendo alla prova la sua resistenza fisica e mentale, infine provocando la sua fuga repentina oppure il suo sonno definitivo. Sembra questo il caso di Purgatorio, un lavoro scritto dal francese Joris Lacoste e messo in scena dal portoghese Martim Pedroso al Teatro Nuovo di Napoli, che ha messo a dura prova l'infinita pazienza anche dello spettatore più disponibile.
Su di una scena occupata sul fondo da un tavolo apparecchiato con dei bicchieri d’acqua ed addobbata in proscenio da una serie di inutili oggetti di scena, lo spettacolo si è articolato attraverso i lunghi, disordinati e sconclusionati discorsi dei sei personaggi, che per circa centodieci minuti sono andati alla ricerca non di un autore, bensì di un testo, di una storia, di una trama da raccontare, sviluppare e metter in scena, ma purtroppo senza successo.
Chiarissimo è l’intento tanto del testo di partenza, quanto della regia, di mettere in scena la storia di una messa in scena mancata e di fare della meta-teatralità all’ennesima potenza un discorso teatrale complesso; ma lo spettacolo risulta globalmente immobile e prolisso allo stesso tempo. Credo che questo lavoro rappresenti, nel bene come nel male del teatro, un paradigma di un nuovo filone teatrale - ben presente in questa edizione del Teatro Festival Italia - che si potrebbe definire “estetica della noia”: si tratta di una drammaturgia che vuole mettere in discussione lo statuto del teatro ed i suoi codici formali a partire dalla posizione dello spettatore, la cui attenzione deve esser messa alla prova da un scena in cui più niente può accadere e che non ha più niente da dire, se non lunghi discorsi senza senso, silenzio, immobilismo, attesa. Con lo sguardo rivolto al pubblico, gli attori sembrano suggerire l’impossibilità della scena. Il problema di questa prospettiva teatrale è il limite cui può e deve riferirsi.
Dopo un’ora di non-spettacolo molti spettatori dormivano, mentre altri cercavano disperatamente una qualche forma di distrazione per sopravvivere alla noia della scena. Il rischio, davvero letale, di questa nuova drammaturgia che si alimenta della propria autodistruzione è che sia definitivamente abbandonata dalla presenza dello spettatore.
Teatro Nuovo – Napoli, 16 giugno 2009