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SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - Eccesso filologico di Tanto Amor Desperdiçado
Nell’ampio cortile del Maschio Angioino di Napoli è stato presentato, in prima nazionale per il Teatro Festival Italia, lo spettacolo di Emmanuel Demarcy-Mota, Tanto Amor Desperdiçado - Peine d’Amour Perdue, che ha presentato un doppio titolo, dal momento cha la compagnia ha recitato in parte in portoghese (gli uomini), in parte in francese (le donne), riscuotendo un discreto successo, sia per la presenza del pubblico che per gli applausi ricevuti, in una serata dominata dall’evento calcistico nazionale.

Lo spettacolo, tratto da Pene d’amor perdute, arguta commedia del 1594 di William Shakespeare, racconta una storia molto semplice: un gruppo di ragazzi, guidato da Ferdinando, re di Navarra, decide di rinunciare ai piaceri della giovinezza, per trascorrere in solitudine tre anni nel giardino della casa del monarca, nella solo dedizione agli studi e alla scoperta in se stessi di come si possa vivere una vita filosoficamente corretta. Tuttavia l’arrivo imprevisto e perturbante di un gruppo di ragazze, vivaci e sagge allo stesso tempo, al seguito della principessa di Francia, fa saltare il progetto filosofico della corte maschile ed il loro nuovo ascetico stile di vita, perché le giovani fanciulle riescono a prendersi gioco delle debolezze maschili, riescono a farsi goffamente corteggiare e a far innamora i malcapitati pretendenti. La scena è quasi completamente vuota: un tappeto di sottilissima sabbia bianca ospita soltanto un tavolo e quattro sedie. Si ode all’inizio un forte rumore di vento. Gli uomini arrivano per primi sulla scena, occupandola al centro e giurando con carta e penna sulla loro nuova vita; poi cominciano a muoversi su uno spazio che vede sullo sfondo dei portici di legno con varie porte d’ingresso. Solo più tardi arrivano le donne e comincia la baruffa tra i sessi a colpi di eloquenza .

Tuttavia la messa in scena convince poco. L’azione si articola completamente attraverso l’uso della parola, determinando quello che sulla scena potrebbe definirsi un eccesso filologico. È d’altronde vero che la commedia è in origine un’opera caratterizzata dall’eccesso linguistico, essendo nata nell’Inghilterra tardo-cinquecentesca che viveva la temperie stilistica dell’euphuismo; è vero che l’opera è stata sviluppata da Shakespeare per rendere una sfacciata verbosità barocca che deve diventare tra i personaggi un’ubriacatura linguistica; è vero infine che questo lavoro voleva quindi essere una sorta di festa retorica sulla scena. Tuttavia questo spregiudicato uso shakespeariano della parola è stato reso in maniera statica sulla scena da Demarcy-Mota e secondo una prospettiva di scrittura scenica estremamente convenzionale: lo spazio vuoto della scena è riempito solo dalle lunghe tirare dei personaggi, che non fanno altro che parlare, parlare, parlare, e che si muovono in maniera estremamente scontata, quasi accademica: quasi sempre diagonalmente e solo talvolta percorrendo il perimetro del palco, per recitare poi la loro battuta solo quando sono al centro della scena, come si faceva nella drammaturgia del ‘700.

Nel complesso la messa in scena di dimostra stanca, estremamente ripetitiva e povera da un punto di vista estetico. L’esasperazione linguistica diventa noiosa nella sua incapacità di articolarsi con la spazio, con il movimento dei personaggi, con i suoni e le luci di scena. La cinquecentesca festa del linguaggio sembra risolversi in vuoto scenico in cui paradossalmente, tra tante parole, la comunicazione teatrale, quella tra attori e pubblico, tra scena e platea, sembra interrotta e impossibile da realizzare.
Inserita il 27 - 06 - 08
Fonte: Roberto D'Avascio

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