SPECIALE TEATRO-FESTIVAL-ITALIA: A.S.F.R., nulla di nuovo sopra i tacchi
Una cyber-drag-queen fa irruzione, nottetempo, nella corte-terrazza di un museo: avvolta in una tuta un po’ corazza e un po’ carrozzeria, riflettendo la luce chiara della luna sugli spigoli metallici che definiscono il profilo abnorme in cui ha ingabbiato il volto, Tobias Bernstrup si muove con il passo lento ed imbrigliato di un automa quasi a disagio, come se fosse la sofferta evoluzione o l'inattesa involuzione del nostro essere umani; e procedendo come artificiale prodotto ignoto a tutti, si regge incerto all’auto incidentata che gli sbarra il passo, quasi ne riconoscesse la sorte consimile e precaria, il comune robotico destino d’esclusione.
L’intera messinscena di A.S.F.R. (che sta per "alt.sex.fetish.robot") presenta dunque i caratteri allettanti di un’idea davvero nuova, dacché l’indagine condotta sull’identità che si trasforma, assimilando in un’unica figura il modello della drag-queen e quello del robot, si offre già dotato di una forza e di un significato che attendon solo la resa della scena, che cercano solo corrusco svolgimento, vantando in sé futurismi un po’ barocchi che in potenza squadernano altri mondi.
Ohimé, la delusione non tarda ad arrivare; l’intera performance, che dura circa un’ora, non ha altri sviluppi, non altre suggestioni. La cyber-drag, che pure si era spesa in più promesse (un cabaret marziano? un concerto gothic-noir?), canta dei brani non certo entusiasmanti, che ammiccano modesti alla dance degli anni Ottanta, ed il progetto diventa in poco tempo non più infrazione ma ricomposizione, sbiadita e scialba curiosità glam vintage, povera d’arte e debole d’impatto; il cui feticismo - soltanto dichiarato - è nella resa archeologia del pop.
Museo MADRE - Napoli, 26 giugno 2009