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Piccoli teatri, angoli preziosi per occasioni da sfruttare (ma per bene)
Piccoli teatri, angoli preziosi per occasioni da sfruttare (ma per bene)
Parliamo di piccoli teatri con la P minuscola, che continuano comunque fra difficoltà e testardaggini ad affermarsi, ad esistere, ad esserci. Ne abbiamo scoperti due, di recente, che stanno affrontando la sfida delle prime stagioni, con ardimentosa volontà di essere presenti in periferia. Due teatri piccoli ma bellissimi, ciascuno a modo suo e per le sue specificità. Ne diciamo, ragionando anche su due spettacoli che hanno di recente ospitato. Il primo è il Piccolo Teatro Libero, di Corso Luigi Bazoli, 89 a Brescia nel nuovo quartiere di San Polino. Fra i promotori e responsabili della stagione artistica, gestita dalla Cooperativa Teatro Laboratorio, Sergio Mascherpa, attore e regista che da anni lavora sul territorio, con numerose collaborazioni di ottimo profilo con artisti importanti. La stagione dell’anno passato è stata all’insegna di un’economia ragionata, ed è riuscita a portare all'attenzione del pubblico comunque alcune giovani realtà interessanti, come i Sacchi di Sabbia, vincitori del premio UBU, o i giovani toscani di Zaches, Anna Meacci e altri. Quella di quest’anno è altrettanto ricca e vale la pena tenerli d’occhio. Quando li contatto per andare a vedere la nuova regia della giovane ma caparbia Sara Poli mi danno un sacco di indicazioni perché la zona non è ancora coperta dai navigatori satellitari. Comunque arrivo e «Le serve» di Jean Genet con Luca Rubagotti, Daniele Squassina, Beatrice Faedi per la regia di Sara Poli è uno spettacolo che si lascia vedere. La scenografia di Marcello Ziliani, fatta di specchi, vorrebbe forse ribaltare sul pubblico le angosce omicide e suicide che albergano in ognuno, e che il primo testo di Genet ha scritto per il teatro, del 1946, sordidamente e spietatamente incorpora, essendosi ispirato ad un fatto di cronaca occorso nel 1933, quando a Le Mans due domestiche irreprensibili, le sorelle Papin, uccisero la loro padrona. La lettura che la Poli vuole restituire del capolavoro di Genet, dei suoi personaggi e della loro ambiguità psicologica, di personalità, identità e sentimento, passa attraverso il filtro di Sartre, quando disse: «i giovani attori delle Serve sono dei ragazzi che giocano a essere donne, ma codeste donne, alla loro volta, sono segretamente dei ragazzi. Ora, questi ragazzi immaginari che fanno la gibigianna dietro alle apparenze femminili di Solange e di Claire non si identificano con gli adolescenti reali che incarnano i personaggi: sono anch’essi dei sogni ». Ecco quindi che la Poli passa il guado e affida l’interpretazione a due uomini, Luca Rubagotti e Daniele Squassina, due attori attivi nella zona di Brescia, facendo dell’uno il simbolo di un’individualità fisicamente, e dell’altro psicologicamente più trans gender, o comunque giocata su più piani, non necessariamente sessuale. I momenti più intensi del lavoro sono innegabilmente quelli affidati alla capacità drammatica di Daniele Squassina, attore di grande talento, che cresce con l'andare dell'interpretazione. Bene al suo fianco Rubagotti, mentre il personaggio della padrona, fatto di riflessi, specchi, frette e furie, resta impalpabile e non trova il tempo neanche di rendersi in qualche modo odioso. Non che la cosa sia di per sé necessaria, ma i pochi minuti di presenza del personaggio incarnano il centro, prima del quale e dopo il quale niente è come prima, mentre la cosa scivola via piuttosto labilmente. Potente il finale, giocato su coni di luce che sono tutti psicologici. Nel complesso un lavoro che ha diversi spunti di interesse, con una sua compattezza formale, che può crescere e trovare, con qualche aggiustamento, un esito definitivo. Riflessivo da lucidare. Altro teatro altra zona. Siamo vicino Milano, zona Cernusco, dove a Cassina de’ Pecchi il gruppo di Teatro Cinque, il teatro dei Navigli, ha vinto il bando quinquennale per la gestione di questo gioiello, in un’area architettonica di recupero, dove fra ex siti industriali e lasciti archeologici, la comunità locale ha deciso di creare uno spazio polivalente in cui insiste questo teatro davvero bello. Vale una visita e la stagione offre alcune interessanti possibilità per farlo. Basta andare sul sito di Teatro Cinque. Lo spazio non di rado offre ad alcuni giovani la possibilità di andare in scena: è il caso in questi giorni de La Zapatera prodigiosa, dal testo di Federico Garcia Lorca, per la regia di Dante Angelo Borrani, giovane regista sudamericano, interpretato da Leo Bilardi, Muntsa Camps Lorentz, Francesco D'amelio, Claudia Gallo, Leonardo Mancini, Cristina Roveredo e Luisa Vernelli. Il testo è recitato in spagnolo. E’ la storia di un abbandono e di un ritorno, di un uomo che va e torna dalla sua donna, che resiste alle insidie di altri pretendenti. Una sorta di piccola Odissea condensata, un testo che fra mitologico ed epico potrebbe avere molte letture. Purtroppo né la regia né il gruppo di attori riesce in alcun modo a restituirne la passione, il giusto approfondimento dell’indagine psicologica. Gli attori sono slegati e non fanno squadra, anche quelli fra loro più esperti, il movimento è confuso, le suggestioni flamenche scollegate, l'emissione vocale approssimativa e non fruibile già dalle prime file, dando esito ad una messa in scena lontana dall’impegno, anche solo amatoriale. Per chi vuole vivere della dimensione artistica il sentimento più profondo, che è quello dell’incarnazione, della passione attraverso, voce, mimica, corpo, l’arte è prima di tutto fatica vera, impegno nel creare un collettivo, restituire emozione, ascolto dell'altro, del testo, e interpretazione di un'idea forte, da perseguire. Tutto questo, per vari motivi, tutti purtroppo robusti, al gruppo non riesce. Debito formativo.
Inserita il 14 - 11 - 09
Renzo Francabandera
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