Novecento di Baricco apre la stagione del Teatro Libero
Fra gli ultimi a chiudere la stagione 2007-08 e fra i primi a ripartire con la stagione 2008-09: il Teatro Libero di Milano ripropone in apertura di cartellone “Novecento”, monologo diretto e interpretato da Corrado d’Elia, tratto dal best seller di Alessandro Baricco, da cui sono state tratte diverse riduzioni, sia per il teatro che per il cinema, come “La leggenda del pianista sull’oceano” in cui Tim Roth interpretava il ruolo del pianista che non toccò mai terra e che visse tutta la vita a bordo di una nave transoceanica, dove da neonato era stato abbandonato in una scatola di limoni.
Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento è il pianista vissuto sull’acqua, l’enigmatico personaggio immaginario, protagonista di una storia di fantasia che lo spettatore sente vicina per via dell’interrelazione fra straniamento dal reale e luogo in cui il genio si afferma, l'imbarcazione a bordo della quale l'artista vive un microcosmo di modestia e quotidianità, di sconsideratezze leggerissime, come l’oscillare nel salone seguendo il pianoforte nel bel mezzo di una tempesta e il comporre melodie nella burrasca; grandi manifestazioni di forza magnetica ma anche umanissime debolezze, come il rifiuto di scendere dalla nave: per alcuni la voglia di continuare a sognare, per altri l’incapacità, a volte, di affrontare le difficoltà della vita reale, cosa che accomuna l’uomo normale e chi è dotato di genio. Un rifiuto che nel finale si trasforma nel legame fra il luogo di una vita e la vita stessa.
E’ questa la forza di una drammaturgia tanto versatile da aver affascinato i lettori, come i cine-telespettatori e i frequentatori di teatro.
La riduzione di D’Elia, che interpreta di volta in volta, con gioco di voci e di mimica, i diversi protagonisti, rispetta il testo di Baricco, e fa rivivere le emozioni di tutto quanto il pubblico italiano conosce. Novecento è sicuramente un testo “nazionale”, una storia conosciuta.
La scena per questo monologo è semplice ed elegante. Richiama la tastiera del pianoforte, i bagagli nella stiva di una nave con l’icastica metonimia dello sgabello. Il mix di forme e luci funziona e, di volta in volta, l’oggetto diventa con semplicità metafora, rappresentazione del fantastico, traslando il simbolo in sentire ambientale. In questo modo, lo spettatore sale a bordo e d’Elia, a tratti, è nostromo abile ad invitare i passeggeri nel salone del transatlantico.
L’attore naviga in un testo di cui evidentemente ha buona padronanza, creando atmosfere e climax, legami e interruzioni non di rado accompagnate da applausi.
La recitazione è, comunque, più efficace quando si confronta con pieghe emotive di pathos, di mistero, che nella ricercare l’umorismo, su cui l’interprete, a volte, si accanisce (ma anche una barzelletta efficace perde nell’essere ripetuta, come l’insistito rumore nella scena della caduta del quadro), o in alcuni inflessioni che ricordano di volta in volta Paolo Rossi o Aldo Giovanni e Giacomo, traslando senza motivo il piano della narrazione verso derive cabarettistiche inutili.
Per dirla tutta, d’Elia convince quando cerca i personaggi in se stesso, in forma lineare, senza cercare il gancio con il pubblico, quando la frase teatrale rimane scevra da citazioni, probabilmente anche involontarie, ma che sono facilmente abbinabili a modelli d’altri.
La maggior intensità, non a caso, è nel finale, e non solo per il pathos drammaturgico a tutti noto e che il regista-interprete fa rivivere con intelligenza, ma proprio perché la cifra stilistica è personale, si dipana in un intreccio recitativo in equilibrio con il testo e che accompagna lo spettatore con emotività originale fino alle ultime battute.