LoginIscrivitiSegnala uno Spettacolo • Anno 6 - Numero 21  
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MOVIMENTI TEATRALI DI ARREVUOTO TRA CENTRO E PERIFERIA
Nel vudù di Haiti sono sufficienti un palo e qualche persona per dare inizio a una cerimonia. Iniziate a percuotere i tamburi e, molto lontano, in Africa, gli dei udiranno il vostro richiamo e decideranno di raggiungervi. Con queste parole Peter Brook spiegava nel 1968 il rinnovamento del teatro, cercando di arrevuotare quel teatro mortale a lui contemporaneo: la presenza di un palo totemico capace di mettere in contatto il mondo visibile e quello oscuro, il ritmo dei tamburi, l’arrivo degli spiriti invisibili, le convulsioni del posseduto, la divinità che prende una forma umana, il contagio. Questi gli elementi di un teatro sacro che per Peter Brook doveva innanzitutto rimettere magicamente in comunicazione attore e pubblico attraverso la fisicità della scena. A Ponticelli nello “spazio vuoto” del Teatro Pierrot è arrivato il progetto Arrevuoto del Teatro Mercadante di Napoli, capace di mettere in rete associazioni e scuole del territorio delle periferie napoletane ed operatori teatrali, uniti dalla volontà di contaminare le proprie esperienze con gli studenti attraverso la dimensione necessariamente collettiva del teatro. Non è un caso che l’inaugurazione della rassegna inizi proprio con un gruppo di ragazzi – si tratta degli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale Marie Curie e del Liceo Antonio Genovesi di Napoli che hanno messo in scena Il Drago di Evgenij Schwarz per la regia di Maria Teresa Cesaroni e Anita Mosca – che si dispongono in cerchio attorno ad un fuoco ed al ritmo di sonori colpi di tamburo, lungo una scena caratterizzata da vecchi bidoni, calcinacci ed attrezzi da trapezio. Si tratta di un rito iniziatico (teatrale) del popolo della scena che evoca e cerca di esorcizzare in questo modo la minaccia di un drago che devasta ed impaurisce la comunità. Con l’impatto fortissimo di questa cerimonia lo spettatore entra nello spettacolo, nella magia narrativa di Schwarz che è stata riscritta per raccontare i giovani delle periferie e le loro vite, talenti che si mettono alla prova e che decidono di affrontare coraggiosamente il drago: il fascismo dello scrittore sovietico Schwarz diventa per questi ragazzi la sfida alle proprie paura, il tentativo del riscatto, il guardare negli occhi il fantasma evocato dalla loro società. Urlava molti anni fa Antonin Artaud che il teatro doveva essere una palestra di crudeltà, innanzitutto morali ma non solo, un esperienza alla quale lo spettatore doveva partecipare con paura. Questo dimensione è stata certamente realizzata da questi studenti/attori che hanno affrontato il drago – la cui presenza aleggia fortemente, ma che sulla scena non appare mai – scaraventandolo sul pubblico, trasferendo loro la sensazione della paura attraverso la costruzione di una scrittura scenica che paradossalmente non è rimasta legata ai canoni di una mobilità orizzontale e della parola, ma si è articolata verticalmente, proprio verso i luoghi del drago – che vola, che dall’alto delle sue fauci sputa fuoco, che è armato di lunghi e feroci artigli. Il secondo spettacolo – I frutti dell’istruzione di Lev Tolstoj messo in scena dagli studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri Archimede di Napoli e dall’Associazione Culturale Damm di Montesanto per la regia di Sergio Longobardi e Andrea Saggiomo – ha continuato un lavoro scenico di ricerca teatrale attraverso l’uso della parodia. Camerieri e domestiche si confrontano con i loro padroni e con un gruppo di contadini che chiede la terra e che la otterrà alla fine in cambio dell’amore. Tuttavia questo scambio, caratterizzato da buffa comicità, non avrebbe potuto avere luogo prima di una seduta spiritica dalla quale emerge lo spettro di Tolstoj, che incute timore e provoca risa allo stesso tempo. La dimensione goliardica della messa in scena mantiene tuttavia una precisa disciplina scenica grazie alla quale nel finale lo spettacolo invade il pubblico attraversandolo con un corteo festante, vivace e rumoroso. In qualche modo quel rito vudù di cui parlava Peter Brook si è realizzato – le sacre divinità di Haiti dopo due ore di spettacolo sono finalmente giunte a Ponticelli – attraverso una dimensione teatrale capace di contaminare scena e platea, attori e pubblico, incorporando e non (più) distanziando non solo i luoghi, ma i concetti stessi di centro e periferia.
Inserita il 05 - 04 - 09
Roberto D'Avascio
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