Andare a teatro per assistere ad uno spettacolo nei Quartieri Spagnoli di Napoli è un’esperienza sempre nuova e viva – come andare a Ponticelli per vedere un film al cinema Pierrot oppure come andare a sentire la grande musica jazz in piena estate alla villa comunale di Pomigliano d’Arco – perché in questi luoghi la cultura sembra essere ancora intrisa dell’elemento popolare. Attraversando i vicoli dei Quartieri Spagnoli si penetra in un mondo sociale e storico molto teatrale, caratterizzato dalle scenografie dei panni stesi, dallo sfondo sonoro della musica neomelodica, dal passaggio violento di motorini pronti allo scippo, dagli odori delle cucine delle pizzerie tradizionali che si mescolano con quelli provenienti dei bassi abitati dalle ultime generazioni di immigrati africani ed asiatici, che a loro volto vivono il quartiere da protagonisti contaminando e contaminandosi con una fetta di sottoproletariato napoletano.
L’elemento popolare di cui si sta parlando, che caratterizza alcune periferie interne ed esterne di Napoli, consiste nell’elaborazione artistica della sovversione dell’ordine borghese a partire da una forte identità forte di classe. La cultura popolare ha sempre avuto la sua forza intrinseca nel costituirsi come alternativa a quella borghese, tanto nella musica ascoltata quanto nel modo in cui si mangia, nel modo di vestirsi e nel linguaggio parlato. Andare a vedere al Teatro Nuovo di Napoli Chiòve di Francesco Saponaro, opera non eccelsa ma di buona fattura scenica, è un’interessante viaggio nella cultura popolare di oggi, su quello che è stata e su quello che è diventata. Lali è una prostituta, una figlia del popolo senza avvenire, che adesca i suoi clienti tra l’università e le mostre d’arte. Vive con Carlo, un pappone in crisi di identità e distrutto dalla noia. Si concede spesso a Davide, un libraio, che si innamora di lei e che alla fine, fingendo di salvarla dalla strada, se la compra, rendendo quel corpo, sfruttato ma con una sua limitata libertà, un’anima con un proprietario.
La cultura popolare di Lali e Carlo sembra essere diventata quella degli hamburger di McDonals, della Coca Cola e dei Baci Perugina. Sembra non esserci tanta differenza tra le frasette letterarie decontestualizzate dei famosi cioccolatini ed i libri di cui il furbo libraio parla alla giovane prostituta: la cultura si rivela essere solo illusione di riscatto e definitiva trappola sociale per coloro che non controllano il mezzo linguistico. Caratterizzata da una drammaturgia asciutta e quasi didascalica, tuttavia la messa in scena di Saponaro ha il capacità di raccontare ancora una volta la rapina costante della borghesia, che non compra solo case, gioielli e vestiti, ma riesce a comprare anche i corpi e perfino le anime di quei corpi. Tuttavia, la cultura popolare non è (ancora) morta perché c’è qualcuno che (ancora) racconta queste storie, perché ci sono (ancora) periferie pasoliniane che resistono al falso racconto del benessere e della modernizzazione positiva. Il teatro ha questo compito oggi: farsi periferia di una falsa cultura tanto omologata quanto omologante e scatenarci sopra la sua più violenta ed artuadiana pioggia acida.