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Carlo Selmi in scena al Teatro Petrolini con una compagnia di giovani attori
Carlo Selmi in scena al Teatro Petrolini con una compagnia di giovani attori
Sara ha un passato di grande cantante. Ha avuto una carriera sfolgorante. Ha vinto tutto quello che c’era da vincere; Sanremo, Canzonissima, il Festivalbar, poi… il nulla. E’ dura scendere dalle stelle alle stalle. In mezzo ci passa un inferno di disprezzo degli altri e di sé stessa. Chi deve abituarsi all’anonimato dopo tanta luce, ne può restar prigioniero, in un gioco a perdersi, dove si scende precipitosamente senza mai trovare il fondo. E lei non si accorge, dalla buca in cui si trova, sempre più profonda, degli altri che le sono vicini e le darebbero una mano a risalire. Ma il dolore ha scavato la sua anima e, non essendo più in sintonia con la felicità, la scaccia sdegnosamente pur avendola a portata di mano. E’ una belva rabbiosa, pronta ad aggredire l’impresario Bocci che tenta vanamente di riportarla in auge, credendo che raggiungere nuovamente il successo, sia la chiave per recuperarla alla Vita; contro la figlia Laura che guarda attonita e impotente la sua dissolutezza, senza poter far nulla per evitarla; contro la sorella Lucia che dopo aver speso un’esistenza intera a proteggerla ed a coprirle gli errori e le mancanze, sarà testimone dell’ultimo estremo sacrificio; contro il chitarrista Max, musicista del suo entourage, che vorrà restituire alla figlia i termini di un esistenza “normale”. Tutto sembra essere per sempre. Senza una fine che modifichi un destino ineluttabile, da trascinare per inerzia all’infinito. E invece… può accadere che l’incantesimo si rompa; giusto per capire la verità delle cose semplici, delle soluzioni talmente ovvie da non essere considerate, la determinazione di combattere e sconfiggere un orgoglio capace solo di paralizzare. "Ci voleva tutta la mia caparbietà" spiega il regista Carlo Selmi "a ricercare gli attori giusti per far rivivere sul palcoscenico la disperata malinconia di Sara, lo stupore desolante di sua figlia e sua sorella e la disinvolta puerilità di Max. Bocci è un carattere costruito sulla mia persona e forse non c’è nemmeno gusto ad interpretarlo. La ricerca è stata lunga ed è passata per due fallimenti che hanno fatto vacillare le mie certezze. Un impatto di sensazioni. Ho cercato nelle espressioni del viso, nello studio dei comportamenti, persino nel modo di gesticolare, le tracce del profilo caratteriale dei personaggi, così come li ho visti svilupparsi man mano che la stesura della commedia si completava. Poi in una cena spagnola, ecco che mi imbatto nei capelli incontrollati di Silvia Grassi, che precipitano e si aprono su due occhi in cui c’è tutto, tutto quello di cui hai bisogno per sottolineare il mercato degli stati d’animo; dove tristezza si mescola incredibilmente ad allegria, in uno spazio infinitesimale e i cambi di registro ce li hai a disposizione senza nemmeno il bisogno di chiamarli. Quando mi dice che sa cantare, e bene, mi dico che è Sara ad aver trovato lei. Il passo più difficile diventa, cercarle la sorella. L’incontro con Pamela Cavalieri è più problematico. Mi offre una Lucia che non riconosco, porgendomela in chiave più dura e più determinata di quel che avevo ideato. Ma è la sua e si incastra perfettamente nella miscellanea drammaturgica che provoca ed io resto stupito a guardare con piacere una cosa diversa dalle mie fantasie. Omar Virgili è l’unico che conosco, per aver già lavorato con lui. Vado sicuro e so già perfettamente dove mi porteranno le sue possibilità. Devo solo lottare per imporgli un carattere ancor più burlone e disincantato del Max che emerge in evidenza. La delicata grazia di Valentina Borrelli è la fragilità e la forza, insieme, della figlia Laura. Me la offre naturalmente senza che io possa o debba intervenire per meglio adattarla al personaggio e scena dopo scena mi regala il pathos delle battute che ho poco consapevolmente scritto, come nella scena della lite furibonda con la madre, dove la guardo sempre con allarmante sgomento. A loro, come pure a tutti i collaboratori di scena, va il mio sentito ringraziamento e la profonda riconoscenza per aver realizzato anche questo sogno e per la determinazione a sconfiggere le solite circostanze che impediscono od ostacolano la messa in scena di una mia opera. C’è, nei dialoghi di questo atto unico, qualche segno premonitore degli eventi che ne hanno seguito la stesura. Una sorta di “deja vu” di cui ci sarebbe da preoccuparsi. Mi è capitato altre volte di far precedere la realtà da una visione che si ferma nelle pagine di una commedia ed ogni volta mi sorprendo a rifletterci sopra".
Inserita il 11 - 01 - 10
Valentina Vitale
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