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Un viaggio nelle strepitose scenografie di Daniela Dal Cin
Un viaggio nelle strepitose scenografie di Daniela Dal Cin
La compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, fondata nel 1985 dal regista Marco Isidori, dalla scenografa Daniela Dal Cin e dall’attrice Maria Luisa Abate, torna al Teatro Out Off di Milano con il nuovo spettacolo “Nel lago dei leoni”, in scena dal 13 al 18 aprile. Nei giorni del montaggio rubo qualche minuto alla scenografa Daniela Dal Cin vincitrice del premio Ubu 09. Ne emerge una conversazione spontanea da scenografa ad aspirante scenografa, che spazia dal metodo di lavoro ad una panoramica sul mondo della scenografia con un riferimento speciale ai giovani che si affacciano a questa professione. Daniela Dal Cin mi colpisce per la generosità con cui trasmette il suo lavoro, la sua storia di artista e scenografa e per l’entusiasmo che continua a trasparire, dopo più di 25 anni di lavoro. “Il mio lavoro per la scena -dice- inizia relativamente tardi, dopo un percorso come apprendista fotografa, pittrice e disegnatrice, per una concreta necessità della compagnia che stava nascendo. E’ stato un passaggio abbastanza naturale tradurre il mio mondo poetico per metterlo a servizio del Teatro, trasportandolo dalla bidimensionalità della carta alla tridimensionalità della Scena. L’arte è espressione… nel Teatro si trattava di applicare quella stessa giovanile necessità di espressione, modificando e reinventando lo Spazio per tentare di riformare e di amplificare lo sguardo dello spettatore... bisogna donare al pubblico un altro tipo di visione e di partecipazione rispetto a quelle più tradizionali. Questo è da sempre uno degli interessi e delle “pre-occupazioni” dei Marcido.” Questa ferma convinzione progettuale si riversa anche sulla creazione dei costumi, non separabili dall’idea scenografica: “Costumi e scenografia devono essere partoriti da un unico pensiero ... fanno parte della stessa interpretazione drammaturgica. La riuscita del lavoro si concretizza proprio nella fusione dell’ attore/essere vivente con l’oggetto/macchina”. Passiamo poi a parlare del rapporto tra lo scenografo e il regista, l’impostazione di questo rapporto può dipendere da diversi fattori, sicuramente anche dal genere di teatro che si sta facendo; il punto di partenza, nella ricerca dei Marcido, è l’idea spaziale, intesa come luogo che deve comprendere sia l’azione sia la postazione dello spettatore “la prima decisione avviene in ambito di regia, dove si decide se utilizzare il palcoscenico all’italiana, con la platea separata dal palco, o si ricerchi un contatto più ravvicinato tra attore e spettatore… naturalmente è questa seconda ipotesi che ci interessa maggiormente” Nelle varie produzioni, la Marcido Marcidorjs ha dovuto sviluppare entrambe le soluzioni, si pensi all’arena-ring costruita per Agamennone (1988) oppure ai Giganti della montagna coprodotto nel 2006 con il Teatro Stabile di Torino. “Lo scenografo deve supportare/integrare la scelta del regista, saper imporre la sua proposta, e soprattutto deve aver un progetto significativo, che può condurre lo spettacolo verso la qualità che si richiede. Devi avere anche a disposizione qualche strumento di ricatto… cioè una conoscenza tecnica che regista e attori non possiedono. Come diceva Einstein: Non tutti ignorano le stesse cose!” Certo nel rapporto della Dal Cin con Isidori, ha aiutato l’aver fondato insieme la compagnia, “…l’essersi scelti per affinità porta ad una complicità reale, ad una collaborazione allo stesso livello, naturalmente ognuno con i propri saperi.” “Gli attori hanno un estremo bisogno di macchinari e costumi anche costrittivi” (si pensi allo spettacolo A Tutto tondo), che nella ricerca di Daniela Dal Cin sono concepiti come delle vere e proprie protesi “… per aiutarli ad uscire dai limiti fisici del corpo, espandendolo nello spazio o trasformando gli attori stessi in icone ...il costume dev'essere un’estensione delle loro potenzialità.” Mi incuriosisce anche tutta la parte relativa alla costruzione di una metodologia di lavoro. “Il lavoro inizia da uno studio profondo dell’Opera che si vuol mettere in scena, per coglierne innanzitutto il significato profondo e la necessità. Dopo questa prima fase si “trasporta” la visione poetica che ne è emersa nella materialità dello spazio teatrale, del costume, degli oggetti e di tutto ciò che concorre alla costruzione finale.” …nella fase di creazione fai una ricerca iconografica? ci sono degli scenografi di cui segui il lavoro? “Sono curiosa, anche se per mancanza di tempo non riesco a vedere quasi nulla di quello che fanno gli altri scenografi … raramente mi baso su ricerche iconografiche, a meno che non sia necessaria una ricostruzione storica, come per le mie produzioni esterne alla compagnia, cosa che “faccio” accadere molto raramente.” Agganciandoci ad una domanda sui progetti futuri della Compagnia (stanno attualmente lavorando su due produzioni agli antipodi che debutteranno nel 2011: “Loretta Strong” allucinato monologo di Copi e “L’Edipo Re” di Sofocle) viene spontaneo spostare il discorso sulle prospettive per i giovani scenografi. Il quadro che ne emerge non è rassicurante ma sprona alla combattività! “Attualmente non ci sono molte possibilità per i giovani, le produzioni sono sempre più povere e non tutte possono permettersi vere e proprie scenografie. Le Accademie sono assolutamente insufficienti per preparare al mondo del lavoro, pur essendo utili come disciplina. La strada migliore è sempre l’apprendimento sul campo. La pratica vince sulle nozioni, spesso stereotipate e scollegate dalla messa in scena.” Le chiedo quanto siano utili bozzetti e schizzi nel suo lavoro: “Sono fondamentali. Il disegno è il mio strumento d’elezione ...anche per trasferire il progetto agli artigiani esecutori, anzi, l’accuratezza del disegno riduce al minimo la possibilità di interpretazioni esterne. Il disegno è la base, l’ossatura del mio lavoro … bisogna poi saper valutare nella pratica ciò che si immagina, fare uno studio sui materiali, conoscere intuitivamente le leggi fisiche della costruzione...” Alla fine della conversazione, mi azzardo a chiedere una formula magica, ciò che definisce un buon scenografo: “Lo scenografo deve essere un inventore visionario. Questa è una dote innata ma anche una componente del carattere.” Daniela Dal Cin ha vinto il premio Ubu 2009, per lo spettacolo “Ma bisogna che il discorso si faccia” tratto dall’ “Innominabile” di Beckett e il premio Ubu 2003 per lo spettacolo “Bersaglio Molly Bloom” tratto dall’ “Ulisse” di Joyce.
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Inserita il 16 - 04 - 10
Giulia Capodieci
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