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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Michele Riondino: dal teatro al cinema, recitare per essere altro e stupirsi
Michele Riondino: dal teatro al cinema, recitare per essere altro e stupirsi
di Giuseppe Distefano. Attore rivelazione all’ultimo Festival del Cinema di Roma nel film "Il passato è una terra straniera" di Daniele Vicari, Michele Riondino proviene dalla scena teatrale. Per dire che il suo talento, incontestabile, nasce dal luogo per eccellenza dove il vero attore si forgia. Era uno dei "Cani di bancata", nel dirompente spettacolo di Emma Dante; e fra gli interpreti de "La Pelle" con la regia di Marco Baliani, attualmente in tournèe. L’umiltà, la semplicità, la simpatia, sono le prime caratteristiche che si riscontrano nel giovane pugliese. Nel raccontare delle sue origini si mostra fiero di provenire da un paesino in provincia di Taranto, da un quartiere da lui stesso definito “malfamato, brutto, losco” dove ha trascorso l’adolescenza. Con i suoi amici aveva fondato “La setta dei poeti estinti” dopo aver visto il film “L’attimo fuggente”. «Alla domanda che cosa vogliamo fare? io sono stato il primo a dire che volevo recitare. Tutti gli altri invece volevano suonare, e alla fine anch’io ho iniziato a suonare. Ma non era la mia vera passione». E come ti sei avvicinato al teatro? Avevo la voglia di recitare ma non sapevo come fare. Fin quando ho scoperto, tra l’altro su indicazione di mio padre, che a Taranto esisteva il Crest, Centro di ricerca e sperimentazione teatrale, tuttora attivo, che organizzava dei laboratori nella città vecchia. Per curiosità sono andato a vedere. Lì mi è scoppiata la passione. La conferma l’ho avuta facendo i primi esercizi di teatro di gruppo, per me autentiche iniezioni di fiducia. Il primo testo al quale abbiamo lavorato, "Aspettando Godot", mi ha investito in pieno. Dato che non avevi nessun tipo di esperienza teatrale, è stato come se ti si fosse aperto un mondo? Esatto. Non avevo neanche nessun tipo di bagaglio culturale. Mi piaceva leggere ma non conoscevo ancora molto del teatro. L’esperienza col Crest mi ha dato l’avvio. Avevo 17 anni, e più forte di tutto, più della voglia di fare teatro, era l’esigenza di partire, di andare via da Taranto. Avevo scoperto l’esistenza dell’Accademia Silvio d’Amico a Roma e decisi di provare ad entrare. Mi sono preparato un anno con Giorgio Pucciarello, un baritono esperto di musica e spettacolo, padre di un mio caro amico. Ho studiato vari autori per capire il teatro che mi piaceva, per crearmi una personalità artistica sviluppata poi in Accademia. Raccontaci degli anni e dell’esperienza in Accademia. Quale è stato l’insegnamento più importante che ne hai ricavato? L’aver imparato esattamente quello che non voglio fare, cioè possedere le nozioni per poter scegliere. Il mio corso corrispondeva alla cosiddetta “decade maledetta dell’Accademia”… Cosa vuol dire? Che in tre anni di scuola non ci hanno mai fatto recitare. Con la scusa che eravamo un anno particolare, con un progetto già designato per noi che facevamo l’intero corso con Marisa Fabbri, grandissima attrice, siamo rimasti tre anni a leggere parola per parola “Le città invisibili” di Italo Calvino. Per darti un’idea, in quattro ore riuscivamo a leggere una sola pagina perché facevamo declamazione, lo studio minuzioso sulla parola, cioè la scuola ronconiana dal punto di vista dell’attrice Fabbri. A me questa cosa non è mai andata giù. Anche perché avendo cominciato a vedere gli spettacolo, riuscivo a distinguere il teatro che vedevo da quello che invece facevo in Accademia. Quindi, mi sembra di capire, facevate solo tecnica? Sì, anche se grande tecnica. E questa è stata la seconda cosa importante che mi ha dato: l’uso cioè dei propri mezzi, delle proprie armi. Non potendo recitare sul palcoscenico abbiamo avuto la possibilità di perfezionarci tecnicamente sullo studio della voce, del corpo, ma c’era tantissima voglia di fare che non abbiamo potuto esprimere. Era come se tutto fosse compresso e non scoppiasse… Infatti in quegli anni io con altri studenti abbiamo creato una valvola di sfogo: Il Circo Bordeaux, che ancora oggi è la mia compagnia. Essa nasce proprio dall’esigenza di volerci provare come attori. Già dal secondo anno abbiamo cominciato con spettacoli per bambini e ragazzi a Villa Borghese e in dei piccoli teatri di Trastevere. Chi eravate, e come vi siete poi evoluti? Se non sbaglio avete cominciato a rappresentare dei testi di Marco Andreoli? Il lavoro si è evoluto in maniera più seria decidendo di rappresentare dei testi nostri, scritti appunto da Marco. Nel gruppo c’erano anche Daniele Pilli, Anna Amato, Cristiana Vaccaro, Tommaso Cardarelli, Sveva Tedeschi. Ci occupavamo di tutto, ed era un pregio ma anche un difetto. Marco scriveva testi espressamente per noi attori in un determinato spazio privo di scenografia, quindi poverissimo. Per me i suoi testi sono di grande bellezza, hanno all’interno un meccanismo drammaturgico che non trovo in altri. Ha un tipo di perfezione drammaturgica, che risolve gli spettacoli direttamente sulla carta. Paradossalmente non ci sarebbe bisogno di un regista per farli. Un po’ come i testi di Becket che hanno già tutto sul copione. Infatti quando Marco scrive ci sono didascalie lunghissime che servono proprio perché non abbiamo mai avuto un regista. Quindi il Circo Bordeaux si può dire che è stata la tua palestra? E’ la palestra a cui, ancora oggi, non voglio rinunciare, pur con le varie difficoltà che ci sono come quella della promozione degli spettacoli di una compagnia che in realtà non ha possibilità di avere un teatro. Noi abbiamo cominciato a nostre spese affittando i teatri per una settimana per fare gli spettacoli. Abbiamo speso molti soldi, e, capisci, che dopo sette anni, diventa sempre più difficile resistere senza avere un ritorno. Tornando all’ Accademia, pur avendo avuto un rifiuto verso il tipo di insegnamento, hai continuato… Perché volevo, in ogni caso, terminarla. Comunque tecnicamente ho imparato tanto, e da insegnanti come Monica Vannucchi, che mi ha preparato e introdotto alla danza, un’arte per me incomprensibile che lei invece mi ha fatto amare. Bevilacqua invece mi ha insegnato cos’è la voce e come usarla; Giuseppe Passalacqua ci ha anche messi davanti a una telecamera. Poi, ancora in Accademia, ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare in televisione e di guadagnare qualcosa. Quali sono stati i tuoi primi lavori? Piccoli ruoli in fiction classiche, e per tanto tempo il conduttore di una trasmissione per bambini su Raisat. E’ stato fantastico, e la rifarei subito. Avevo già lavorato con i bambini a Taranto. Le prime esperienze importanti a teatro, prima di Emma Dante, sono state nel "Macbeth" di Bellocchio, il suo unico spettacolo teatrale, nel 2000, e con Giuseppe Patroni Griffi in "Uno sguardo dal ponte" di Arthur Miller. Ma l’esperienza fondamentale mi sembra sia stata l’incontro con Emma Dante? L’incontro con lei mi ha completamente cambiato come attore. Prima ero abituato a interpretare ruoli gentili, buoni, fricchettoni, mai inquieti. Lei ha tirato fuori tutto il marciume, cioè le viscere: quella parte che ogni attore dovrebbe imparare a lasciare andare, a non giudicare. Che è una delle caratteristiche del suo lavoro con gli attori… Sì, il più grosso insegnamento ricevuto da lei è proprio quello di non giudicarsi, perché il giudizio che ognuno fa di sé è quello più cattivo, quindi ti impedisce di essere libero, di sporcarti, di esagerare. Lei mi ha fornito le armi per poter esagerare. Tutto quello che è venuto dopo, anche il film con Danile Vicari, nasce da questa scoperta. Conoscevi già prima il suo teatro? No, per me era sconosciuta, non sapevo chi fosse prima del provino fatto al Palladium di Roma per il laboratorio di "Cani di bancata". Non avevo mai visto nulla di suo se non la sera stessa del provino andando a vedere al Teatro Vascello "m’Palermu". E lì sono rimasto folgorato davanti a quello spettacolo che considero tra i più belli della mia vita. Ho pianto e riso come non mai. Com’è lavorare con lei? E’ totalizzante. Mi ha tenuto sotto minaccia per due anni. Per i due anni di lavoro di ricerca per Cani di bancata, ha continuato a fare laboratori, e si portava sempre qualcuno di noi, fra cui io. La dittatura di Emma nel suo lavoro è funzionale e necessaria. A lei, come a un regista in generale, non si deve porgere l’altra guancia, ma se ricevi uno schiaffo in qualche modo hai la possibilità di ridarglielo. Tutto sta trovare il modo. Preparare "Cani di bancata" è stato prendere schiaffi in faccia, ma darne anche tanti semplicemente col proprio lavoro. In che senso il suo modo di fare da dittatore nel teatro è necessario? Secondo me il teatro è dittatura, perché hai di fronte una persona che costruisce qualcosa insieme a te. Emma dice che i suoi spettacoli sono i suoi figli, ma gli stessi spettacoli sono i figli anche dei suoi attori. Sulla sua prima affermazione non sono del tutto d’accordo perché l’attore all’interno di uno spettacolo è mente pensante, e i suoi spettacoli sono possibili grazie agli attori, alla loro generosità, dedizione, e all’estremo sacrificio. Con lei ho buttato il sangue e nessuno può dirmi che non sono un “cane di bancata”. Proprio perché quello spettacolo era il frutto di un lavoro comune. Da quello che dici sembra essere stata un’esperienza totalizzante? Lo è stata. "Cani di bancata" era uno spettacolo con tanta carne al fuoco che avevamo tirato fuori in due anni di lavoro, e solo il 30% è rimasto. Tornavo a casa e non dormivo, continuavo a pensare, ed era piacevole. Stare all’interno di uno spettacolo di Emma ti fa sentire importante, anche se hai un cappello che ti copre il viso e non ti si riconosce. Nella mia compagnia Circo Bordeaux servirebbe un dittatore, proprio perché essendo l’attore testa pensante all’interno di un meccanismo teatrale, va anche orientato con il punto di vista esterno di una persona che abbia una personalità e possa decidere. E nella creazione di un personaggio Emma Dante naturalmente decide, ha la prima e l’ultima parola... Certo. All’interno chiunque può esprimere, dire, fare, tutto quello che vuole. Lei dice che quando costruisci un personaggio non ti devi giudicare. E così è anche nella vita professionale all’interno di uno spettacolo. Lei ti modella. Per costruire un personaggio non parte da nessun testo, ma dall’attore. A lei piace neutralizzare il corpo di un attore e poi aggiungervi piccole attitudini, difetti, per modificarlo. E’ un lavoro quasi di scultura, che richiede qualcuno capace e convinto. E lei sa quello che vuole. Cosa ha tirato fuori da te? Consapevolmente, cosa hai scoperto di te stesso? Ho scoperto che sul palco, così come anche davanti alla macchina da presa, un attore può tirare fuori quello che non è. Può cambiare voce, faccia, può diventare davvero qualcos’altro. Il giudizio che un attore si dà, nel momento in cui se lo dà, non fa altro che aggiungere uno strato di sé stesso davanti al personaggio che vuole interpretare. Sono convinto che in questo lavoro non deve venire fuori la propria personalità, la propria faccia o voce. Lavorare su qualcosa di completamente opposto a te stesso ti permette di creare un altro personaggio che è un altro individuo. Emma li chiama “fantasmini”. Puoi spiegare meglio? Questo l’ho scoperto con lei in un giorno di laboratorio. E’ venuto fuori un personaggio astratto ma anche concreto. Ho tirato fuori una voce che non avevo prima, ho mosso il corpo come non sapevo di poterlo muovere. Entri in uno stato di trance che, se lo assecondi, ti stupisci. E questo è l’insegnamento che mi porto dietro e che cerco di fare sempre: trovare Michele, prenderlo, metterlo da una parte e fare altro affinché io stesso sia il primo a stupirmi dell’altro. Dopo questa esperienza e l’abbandono di “Cani di bancata”, riesci ancora a stupirti, a scoprire quello che regali al personaggio? O è rimasta un’esperienza irripetibile? No, non è più capitato. Però lavoro in quel senso, so quali corde muovere per ricreare quello che può avvicinarsi di più. Comunque l’incontro c’è stato, la scoperta pure, e tutto si evolve. Tutte le esperienze si evolvono. A pensarci bene sono riuscito a stupirmi un’altra volta, ma al cinema e non a teatro. L’esperienza col regista Daniele Vicari nel film "Il passato è una terra straniera" è servita ad avvicinare quel metodo alla macchina da presa dove, naturalmente, la recitazione è completamente e diversa Sei di nuovo a teatro, in tournèe con "La pelle" di Curzio Malaparte, con la regia di Marco Baliani, anche se hai dovuto momentaneamente interrompere per un infortunio al piede. Puoi raccontarci l’approccio con lui? L’ho incontrato per la prima volta due anni fa in seguito ad un laboratorio che volevo fortemente fare perché, avendo delle difficoltà con il teatro di narrazione, cioè non sapendo raccontare, volevo imparare da lui che ho sempre apprezzato. Il laboratorio su "La pelle" è stato difficilissimo. Non ero d’accordo con niente di quello che c’era nel libro, e proprio per questo è stato interessante lavorarci. Abbiamo dibattuto molto, e lavorato tanto sull’improvvisazione e sull’immagine. Lo spettacolo è, infatti, ricco di immagini che si sovrappongono in una sorta di dissolvenza. Non c’è una vera drammaturgia con dialoghi, ma è lo spaccato di una realtà, quella di Napoli subito dopo l’armistizio, immaginata, romanzata. Una visione molto catastrofica perché vista dagli occhi di un perdente, non in quanto fascista ma di un amante della ragion d’essere italiana. Mi è dispiaciuto, e credo anche a Marco, che non abbiamo potuto lavorare di più per problemi legati alla produzione, quindi alla fretta di dover subito mettere in scena. Lo spettacolo è molto forte come immagini e, se avessimo avuto un tempo maggiore a disposizione, lo avremmo riempito di più. Com’è Michele come persona? Uno a cui piace stare sul palcoscenico. Fondamentalmente un timido, lo è sempre stato; non si esporrebbe mai; nelle compagnie non è mai stato quello con la battuta pronta, che attira l’attenzione, che gestisce il gruppo. Sono molto introverso. Il teatro, la recitazione mi permette di poter essere altro, per il semplice gusto di pensarla in maniera diversa. Mi piace fare personaggi opposti a me, mettermi nella condizione di fare il nazista, per esempio, l’esatto opposto che non potrei fare nella vita, perché nella vita ho una mia morale, un mio modo di pensare, di comportarmi. Insomma schizofrenia pura. L'autore delle foto 1,2,3,4,5,11,12 è Giuseppe Distefano
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Inserita il 09 - 12 - 08
Giuseppe Distefano
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