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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Maria Paiato, la Zanella tra tragedie reali ed inventate
Maria Paiato, la Zanella tra tragedie reali ed inventate
"La Maria Zanella" è una casa che reca ancora sulla facciata i segni, la riga nera, dell'alluvione, quella accaduta in Polesine nel 1951. Il testo teatrale racconta le paure, le angosce e le malinconie vissute da Maria, costretta dalla sorella a vendere quella casa, rovinata dall'alluvione, dove è nata e cresciuta e che è intrisa dei suoi ricordi. Lo spettacolo, che ha debuttato nella stagione 2002/2003, è fatto "dei modi di fare di mia madre, di mio padre… Quando ho studiato questo monologo mi sono resa conto di quante cose ho osservato e registrato da bambina guardando i miei parenti, ascoltando le donne che le sere d’estate parlavano di nascite e di lune, di ricordi di guerra, di aneddoti comici” Così Maria Paiato descrive il proprio lavoro, scritto da Sergio Pierattini per la regia di Maurizio Panici. Abbiamo fatto due ciarle con la doppiamente premiata UBU (2005 e 2006 come miglior attrice) subito dopo la fine del suo spettacolo andato in scena al Teatro Duse di Asolo, in provincia di Treviso, il 24 aprile.

Hai appena finito lo spettacolo, innanzi tutto come stai?

Bene. Mi sento bene, sono solo un po’ stanca.

Non sei provata dalle emozioni che hai veicolato dalla scena? Ricordo d’aver letto, ad esempio, che a Paolini dopo aver fatto “Il racconto del Vajont” serviva un po’ di tempo per riprendersi, tu non vivi il post-spettacolo allo stesso modo?

No, non lo vivo così. Ma a riguardo bisogna specificare che io con “La Maria Zanella” faccio un lavoro diverso da Marco Paolini. Lui ne “Il racconto del Vajont” parla di un fatto realmente accaduto, di una vicenda sulla quale qualcuno doveva e poteva vigilare, e sente una responsabilità completamente diversa da quella che posso provare io con questo spettacolo. “La Maria Zanella” è innanzi tutto un racconto di fantasia, la cornice dell’alluvione del 1951 in Polesine è reale, ma dentro è stata fatta un’operazione di fantasia. La commozione che porto in scena è in qualche modo costruita, il personaggio di Maria non è mai esistito, è una tragedia inventata anche se messa all’interno di una tragedia reale. In ogni replica recito ripercorrendo la stessa strada, attraverso una specie di canovaccio, ma senza seguire delle intonazioni o delle pause prefissate. Anche questo mi consente di poter mantenere una certa distanza e di poter staccare la spina una volta finito lo spettacolo. Una volta finito si stacca.

Ma qual è stata la genesi de “La Maria Zanella”? Il Comune di Occhiobello ti ha commissionato il lavoro nel 2001, ma da quel momento lo spettacolo come ha raggiunto la forma attuale, come è avvenuta la scelta tra le diverse soluzioni possibili, tra documentario e diario personale?

Inizialmente il lavoro che mi è stato commissionato dal Comune per il cinquantenario dell’alluvione era stato pensato come un documentario un po’ alla Paolini, per intenderci. Io ho provato a scrivere qualcosa su questo tema ma non faccio la scrittrice e avevo paura di scrivere qualche stupidaggine. Quindi ho coinvolto un autore nel lavoro e Sergio Pierattini, che ha scritto l’opera, ha messo in disparte i tratti documentaristici preferendo un’altra strada. Quel che ne è risultato non è un documentario, ma una storia. Ma tutto questo senza nulla togliere al lavoro di Marco Paolini! Ci tengo a precisarlo perché mi sono accorta che leggendo i giornali poteva sembrare io volessi rifiutare il suo lavoro, che io guardassi alla sua opera quasi con una punta di snobismo. Invece non è così e, anzi, apprezzo molto i lavori di Marco, tanto che un giorno volevo quasi chiamarlo per dirgli che il clima di confronto che poteva essere emerso dai giornali non corrispondeva affatto a quello che pensavo.

Come hanno reagito i diversi tipi di pubblico che hanno fin qui assistito al tuo spettacolo?

Bene, non ci sono state difficoltà di comunicazione. Ne “La Maria Zanella” ci sono alcune frasi in dialetto e all’inizio mi chiedevo come sarebbero state recepite da pubblici di diversa estrazione geografica. Invece, anche pensando ai posti più lontani dal Veneto in cui sono andata, cito ad esempio Catania o Palermo, non ho visto difficoltà di comprensione: l’emozione e i lacrimoni per la storia di una famiglia erano elementi facilmente percepibili anche oltre alle espressioni dialettali o la caratterizzazione del personaggio. L’intenzione andava oltre, e arrivava comunque.
Inserita il 25 - 04 - 07
Mauro Favaro
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