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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Marco Bocci. Il mestiere dell’attore: un viaggio tra verità e vita.
Marco Bocci. Il mestiere dell’attore: un viaggio tra verità e vita.

Intervista a Marco Bocci. Il mestiere dell’attore: un viaggio tra verità e vita. Alla ricerca della perfezione.

di Giuseppe Distefano

Non è più solamente il commissario Scialoja di "Romanzo criminale", la serie televisiva che lo ha reso noto al grosso pubblico. La gente lo riconosce ora anche per Zamora, uno dei due interpreti (accanto a Fabrizio Sabatucci) di "Ultima stagione in serie A". Marco Bocci ha aggiunto alla galleria dei suoi volti quello del portiere di una squadra di calcio nello spettacolo, scritto e diretto da Mauro Mandolini, diventato un vero e proprio evento teatrale facendo registrare il tutto esaurito per due settimane nel piccolo spazio trasteverino dell’Argot. È la storia di due uomini, due calciatori nella fase calante della loro carriera, colti nel chiuso degli spogliatoi dopo un allenamento. A muscoli rilassati, i due compagni di squadra, arrivano a raccontarsi, non senza momenti di tensione, le segrete pieghe dell’animo, facendo affiorare fallimenti, amicizie e nascoste tendenze. Finite da poco le riprese di "C’è chi dice no" di Giambattista Avellino con Albertazzi, Argentero e Cortellesi, film che uscirà nel 2010, il giovane attore umbro si appresta a iniziare la seconda serie di "Romanzo criminale". La notorietà non gli ha stravolto la vita. Continua ad essere una persona umile, dal timbro affabile e d’amichevole predisposizione, di connaturata generosità. Che crede fortemente, appassionatamente, nel suo lavoro. E lo ama. Al punto da non riuscire a staccarsene neanche nei momenti fuori dalla scena o dal set. Da quando ha iniziato a fare l’attore il cosiddetto “fuoco sacro” una volta acceso continua ad ardere sempre di più. “È stata una scoperta sul campo – racconta con naturalezza -. Fare l’attore non era assolutamente nei miei pensieri anche perché vivevo in un ambiente (Marsciano, piccolo paese in provincia di Perugia, ndr) che non permetteva di pensare al teatro. Perché non esisteva”. Alla fine degli anni Novanta, durante le scuole superiori, l’incontro casuale con il 72enne regista Giorgio de Virgilis, ritiratosi dalla scena e trasferitosi da Genova a Perugia, lo inizia, insieme ad un piccolo gruppo di amici, ad un approccio col teatro. “Dopo l’entusiasmo degli inizi l’interesse è scemato, e siamo rimasti in due. Ma si sono aggiunti degli appassionati e insieme abbiamo costituito un’associazione culturale. Facevamo degli spettacoli nelle piazze, da amatoriali. Pian piano avvertivo che questa passione aumentava ogni giorno di più. Non era soltanto un desiderio, un hobby, ma un bisogno crescente. Non c’era un momento in cui non pensassi alle quattro frasi che avrei dovuto dire in scena, al testo da sviluppare.

È stato durante uno dei vostri spettacoli in piazza, a Todi, che ti sei imbattuto in una troupe cinematografica… Sì, stavano girando il film "I cavalieri che fecero l’impresa" di Pupi Avati. Cercavano persone per piccoli ruoli e mi proposero un provino che superai. Da quel momento si è accesa la scintilla.

Ma era già accesa… Lì c’è stata la fiammata. Entrare improvvisamente nel contesto di un set mi fece rendere conto di quanto mi piacesse. Da lì ho cominciato ad informarmi quale strada si doveva percorrere per fare questo mestiere da professionista.

È stato, quindi, in quel contesto che hai deciso di voler fare l’attore? Una decisione così netta sinceramente non l’ho mai presa. Mi son detto che mi sarebbe piaciuto provare a farlo sul serio. Così, su consiglio sono entrato nella scuola La scaletta di Pierfederici e Diotaiuti a Roma, dove mi sgrezzarono tantissimo.

La scuola durava tre anni ma tu ne hai fatti solo due… Il terzo anno cercavo qualcosa di diverso. Nel frattempo avevo cominciato a lavorare in molti spettacoli nei teatri off di Roma, al Belli, al Tordinona, e a ricoprire piccoli ruoli in alcune fiction.

Poi c’è stato un provino per entrare al Centro Santa Cristina di Luca Ronconi… Da lì è iniziato un altro processo formativo. In quattro mesi mi si è aperto un mondo fino ad allora a me sconosciuto. Per la prima volta entravo in contatto con professionisti veri: Massimo Popolizio, Mariangela Melato, Ronconi stesso.

Hai capito che il teatro era una cosa seria… Molto seria. In realtà l’avevo già preso seriamente da subito, da quando avevo iniziato a livello amatoriale. Ma lì ho capito l’importanza, oltre all’impegno, del talento, della serietà, di quanto bisogna andare in profondità anche sul testo; da quanto si possa partire lontano per ottenere determinati risultati. Per me, questo mestiere è nato da lì.

Quale l’insegnamento principale che ne hai tratto? Non so se riesco a dirlo, ma la genialità di Ronconi mi ha portato ad affrontare in maniera diversa proprio il mestiere dell’attore, mi ha fatto capire, stando a contatto con dei professionisti, quanto impegno ci vuole. Mi ha cambiato l’approccio a un testo, mi ha insegnato a pormi delle domande. Tante. E a cercare delle risposte. Prima ero molto più istintivo. Per certe cose l’istinto ci vuole e cerco di mantenerlo; per altre, invece, è fondamentale al fine di una ricerca.

Ronconi è uno dei maestri nello sviscerare il testo… Va talmente in profondità al punto da renderti lampante quello che lui vede. È talmente geniale non solo nel vedere quello che c’è scritto, ma nell’interpretare il sottotesto. Ti fornisce stimoli che mettono nella condizione continua di cercare, di lavorare.

Con lui hai portato in scena "Un re in ascolto" di Calvino. Poi hai cominciato a lavorare ad altri spettacoli che non sei riuscito a portare a termine… Sì, sono saltati perché, nel frattempo, avevo firmato un ingaggio per un grosso lavoro. Ronconi mi aveva chiamato ma io stavo ormai sotto contratto. Da lì si è aperto il discorso televisivo e cinematografico.

Tornando velocemente ai tuoi inizi nei teatri romani, hai recitato, tra il resto, in "Romeo e Giulietta", in "Cyrano de Bergerac", in "Padri" di Luca Monti, e, sempre di Monti, in "Non lo dico a nessuno", dove cambiavi diciassette personaggi diversi… È stato molto divertente. Stavo sempre in scena per due ore e mezza cambiando personaggi senza cambiare nulla. Vestivo sempre allo stesso modo, ma modificando la fisicità, il dialetto o solo l’accento. Ruoli quasi tutti volutamente sopra le righe anche se tutti molto credibili. Lo spettacolo ha avuto critiche molto contrastanti. Non era un testo e un linguaggio facili da comprendere, e avevo anch’io dei dubbi nonostante abbia fatto tre mesi e mezzo di prove.

Dopo altri ruoli a teatro arriva l’esperienza televisiva: "Incantesimo", "Ris", fino a personaggi di ruolo con "Caterina e i suoi figli 2", "Ho sposato uno sbirro", e "Romanzo criminale", l’esperienza più importante che ti ha dato anche notorietà, importante anche come ruolo… Sicuramente tuttora l’esperienza che mi ha fatto fare quel piccolo passo in più, nel senso di riconoscibilità per qualcosa che è piaciuto.

Lì è stata riconosciuta la tua bravura… Se c’è stata posso dire che è stata riconosciuta nel momento in cui il regista, il casting e la produzione mi hanno dato fiducia. Ma credo che quando succede una cosa del genere tanto sia dovuto alla fortuna. Conosco tanti attori bravissimi ai quali però non capita la cosa giusta, il progetto di successo, e quindi fanno fatica. La fortuna è sicuramente una componente non indifferente. Di trovarsi, cioè, al momento giusto nel posto giusto… … cogliere il progetto giusto e incontrare la persona giusta. Quando ciò succede si svolta nel lavoro, e, se quel prodotto va bene, si viene messi in luce. Non tutti i progetti, però, in cui ci sono attori bravi vanno bene, anzi.

Che cosa ti piace di questo mestiere? Mi piace tutto. O quasi. Tendenzialmente vorrei vivere una vita tranquilla; invece - ed è la cosa che detesto di più - questo mestiere rende la vita precaria soprattutto dal punto di vista economico, perché oggi lavori ma domani non lo sai. Questo senso di precarietà mi accompagna nella vita personale. Quando si dice che tutti gli attori sono strani non è perché lo sono realmente ma perché la vita che fanno li porta, a volte, ad essere eccessivamente lunatici. Personalmente riconosco questo lato del mio carattere perché mi viene da tante incertezze e insicurezze dovute a un mestiere che comunque amo. Di questo mestiere amo il poter condividere rapporti bellissimi con le persone con cui si lavora; il riuscire a cambiare e interpretare tanti personaggi, sentire l’applauso del pubblico a scena aperta.

L’applauso vero del pubblico è il riconoscimento per qualcosa che hai dato… Tendenzialmente sono molto distruttivo con qualsiasi tipo di lavoro faccio perché cerco sempre la perfezione e non la trovo mai. Sono sempre alla ricerca di qualcosa, sono esigente, teso, ansioso. Ma quando sto sul palcoscenico e scatta l’applauso tutta la fatica fatta vale per quell’applauso. Questa sensazione, che può durare un attimo, è importante per darti nuova spinta, nuova carica. Vivi, lavori, fatichi per quell’attimo. Perché è bello. Ti emoziona, ti dà gioia. Può essere sintomo di insicurezza perché, forse, si cerca l’approvazione di qualcuno e, nel momento in cui scatta l’applauso, ce l’hai.

È naturale che ci si senta gratificati… Una volta, subito dopo il successo di Romanzo criminale, stavo in un bar per un’intervista. Ero appena uscito dal set ancora col costume del personaggio, baffi e basettoni, e c’era gente che riconoscendomi si fermava per farmi i complimenti. Alla giornalista che mi domandava se non mi desse fastidio tutto questo, ho risposto che non ero per niente infastidito. Certo, non si deve vivere di queste cose, ed io fondamentalmente vivo per altro; però sono un segno, in qualche modo, che il lavoro che hai fatto è stato apprezzato, che la gente ha gradito il mio essere attore, in quel caso il mio Scialoja.

L’attore è uno che vive la vita degli altri. Una volta uscito dal ruolo, dal personaggio, riesci a staccartene, a lasciarlo da parte, o ne porti lo strascico? Purtroppo, e lo dico con un velo di tristezza, tendo molto a portarmi dietro i personaggi. Soprattutto mentre lo interpreto. È un lato istintivo del mio carattere e una parte del mestiere che si scontra veramente con la mia vita, perché questo incide sui rapporti personali, privati, sulle persone che mi stanno più accanto, la fidanzata o la famiglia. Difficilmente riesco a staccare la testa, solo qualche momento. Nei giorni in cui interpretavo Zamora pensavo sempre al personaggio. Anche adesso che ho iniziato a leggere la sceneggiatura della seconda serie di Romanzo criminale che inizieremo a girare, non c’è momento della giornata in cui non penso a Scialoja, a quello che fa, a dove va. Perché mi piace. Insomma, non riesci a lasciarli a casa… Normalmente, una volta debuttato, ci si aggiusta il personaggio mettendo dei punti fermi per interpretarlo. Io, invece, questi punti fermi non me li prendo mai. Ogni sera – e questo è un dramma per il mio collega – devo provare qualcosa di diverso che magari ho pensato durante il giorno, ma sempre tenendo conto della direzione del regista.

Quando però senti che non funziona? Se avverto che non va e sento il pubblico freddo, non mi sento a mio agio, e mi deprimo. Cerco allora di riconquistarlo, cercando di riprendere quei punti fermi già trovati. E ogni sera è così.

Non conosci quindi la routine della parte e sei sempre in uno stato di tensione anche eccessiva… In scena non sto mai tranquillo.

Hai al tuo attivo molta televisione. Preferisci il set o il palcoscenico? Non sono in grado di farla questa scelta. Considera che quando mi hanno proposto questo spettacolo avevo appena finito un film tre settimane fa, e ho risposto che in così breve tempo non ce l’avrei fatta. Ma la voglia era tale che poi ho accettato. Confesso che non riesco a fare a meno né dell’uno né dell’altro mezzo. Infatti a maggio starò in scena con un altro spettacolo e contemporaneamente girerò un film. Cerco finora, se ce la faccio, di mantenere sempre il teatro.

Ma dove ti senti più a tuo agio? Forse di più a teatro.

Anche perché il teatro è il luogo dove si può realmente, non solo dimostrare le proprie vere capacità, ma dove si entra in contatto con persone vive con le quali si deve necessariamente trovare un rapporto immediato. Con la macchina da presa si può bluffare, si ferma la scena e ripeti… Il teatro è un viaggio. Parti da lontano, leggi, rileggi, provi in piedi, quando inizi il percorso di un personaggio ti ci butti a pesce, entri in esso, e dal momento in cui entri in scena fai un cammino per un determinato tempo, e fino alla fine non esci più da quel personaggio. Al cinema invece no. Stai due minuti su quel personaggio il tempo di girare la scena, poi stacchi, e riprendi. È un lavoro diverso. Più snervante. Anche perché non è che si riesca a trovare subito la concentrazione, o il giusto stato d’animo in ogni momento. Io non riesco. Personalmente sono sempre molto emozionato e in teatro l’emozione la si può vincere col tempo, anche se rimane un certo timore e adrenalina. Dopo un po’, però, che stai in scena l’emozione passa. Io inizio sempre molto teso. Quando poi riesco a sciogliere la tensione parto. Ci sono dei giorni in cui non riesco e allora faccio tutto legatissimo. Il cinema è diverso. Se fai lavori lunghi e quindi hai più tempo per prendere confidenza e instaurare rapporti con le persone che hai attorno - l’operatore, il direttore della fotografia, gli elettricisti, il microfonista -, allora riesci a scioglierti. Se non conosco bene le persone mi sento osservato e giudicato e questo mi provoca tensione, mi irrigidisce, e non sono produttivo.

Quindi quando lavori col regista è importante la sintonia, la fiducia, la complicità? È fondamentale.

E quando capita il contrario che succede? Cerco di fare il meglio possibile, concentrandomi, cercando di essere lucido. Però non è facile. Mi inizia a battere forte il cuore, a fissarmi sulle cose più stupide. Mi salta la memoria e non sono produttivo. La cosa fondamentale quando lavoro è riuscire a instaurare un rapporto umano e di fiducia con chi mi sta attorno. Altrimenti il timore di sbagliare è troppo grande.

Questa sintonia, clima di serenità, depone poi a vantaggio del prodotto, di una maggior resa non solo tua ma anche degli altri… Proprio così. Adesso che ho questa consapevolezza cerco subito di instaurare un rapporto col regista, i colleghi, la troupe. Faccio io il primo passo.

Mi sembra sia nella tua indole questa capacità di trovare un rapporto umano con le persone? Sì, nel lavoro come nella vita. È parte del mio carattere, che cerco di riportare nel lavoro.

Come vivi la popolarità che ti ha dato "Romanzo criminale"? In maniera molto serena. Sono felice perché è un riscontro. D’altronde, sapere che qualcuno apprezza il tuo lavoro è una cosa bella. Lo è per tutti, credo, in qualsiasi campo, anche nel lavoro di ufficio. Sapere che quello per cui ti impegni dalla mattina alla sera è apprezzato da qualcuno è la cosa più bella. Quindi ben venga.

Una frase di Orazio Costa che ricordo spesso nelle interviste dice: “Amate il cinema, amate il teatro. Non amate voi stessi al cinema, al teatro”. Che valore dai a questa frase? È tosta. La cosa importante credo sia essere soddisfatto solo nel momento in cui sei attore, in cui reciti. Dopo posso anche apprezzarmi - e nel mio caso succede raramente perché, come ti dicevo prima, sono sempre ipercritico -, ma non compiacermi. Perché altrimenti vuol dire che fai tutto per te e basta. Invece questo mestiere lo fai soprattutto per gli altri. Se cerchi la tua approvazione nel momento stesso che lo fai sei finito. Il rischio che si corre sempre è quello di fare le cose soltanto per se stessi.

Penso che a teatro lo spettatore questo lo percepisca, avverte cioè quando sei lì per lui, o se invece ti stai compiacendo… È il rischio che alla fine corriamo un po’ tutti. Anch’io, a volte, faccio delle cose che piacciono solo a me, che mi danno soddisfazione o sicurezza. Personalmente credo molto, oltre che nella professione dell’attore, anche nel ruolo che egli ha. Penso che l’attore sia un mezzo che si affida ad altre mani: quelle del regista, il quale ha la visione totale del progetto, della storia da raccontare per arrivare a dare un’emozione, un messaggio. E per arrivarci ha stabilito un determinato percorso nella sua testa che io non posso inceppare. Spesso capita di fare cose che mi vengono consigliate, delle direttive che non condivido pienamente. Posso sì parlarne con il regista, ma devo stare al suo gioco. È faticoso, però mi metto a disposizione. È il mio mestiere.

Quando sei in scena cosa vorresti che arrivasse alla gente che viene a vederti? Vorrei trasmettere verità e vita. Verità all’interno di un contesto falso, di finzione. Il bello del teatro è anche questo: riuscire a rendere vivo, ancora più vivo della vita reale, qualcosa di finto. È una bella responsabilità, ed uno stimolo.

Parliamo dello spettacolo "Ultima stagione in serie A" che ha avuto un grande successo… Per me inaspettato. Devo confessarti che pensavo fosse uno di quegli spettacoli che fai per te stesso, per rimanere allenati. E invece si è rivelato di successo, col teatro sempre pieno.

Come te lo spieghi? Sicuramente ha funzionato il passaparola. E l’interesse da parte dei media, giornali e tv.

A livello di spettacolo, di testo, di resa recitativa, sicuramente ha funzionato anche per questo, per l’argomento, la curiosità che generalmente suscitano testi con tematiche omosessuali.

Credo che molto abbia inciso la curiosità, poi è subentrato il fascino da parte del pubblico per la storia. Molti hanno avuto espressioni come: “mi avete fatto commuovere”; “piangere”; “mi sembrava di spiare dentro un’intimità nascosta”. Le critiche del pubblico sono state molte positive. A volte, comunque, non si spiega come mai certi spettacoli vadano bene. Forse per il giusto mix fra l’argomento, il modo come lo si tratta, e la storia come viene raccontata. Mi piace che la gente sia riuscita ad entrarci dentro, anche perché è uno spettacolo soprattutto di parole. E quando ci sono soltanto due attori in scena, per più di un’ora di spettacolo, con tante parole, è facile perdersi.

Come hai lavorato per rendere credibile il personaggio, la storia? Dopo l’aspetto virile si va nella sottigliezza di un sentimento delicato… L’ho giocato proprio su questo aspetto e sulle direttive precise del regista. È un personaggio che sta attraversando molte crisi: famigliare, lavorativa - perché capisce che è arrivato a fine carriera ed è un boccone amaro da digerire -, ed una crisi, teoricamente, di identità sessuale perché ha avuto un passato in cui ha provato attrazione nei confronti di un altro uomo. Quest’ultima è una crisi che tende a non ammettere e a mascherare con una corteccia, anche perché si porta dietro un segreto che potrebbe contaminare non solo la sua persona nei rapporti con la famiglia e gli altri, ma anche la sua posizione nell’ambiente calcistico. Avendo vissuto sempre con questo segreto ha reagito all’opposto, soffocando e vivendo all’eccesso: nel gioco, nello scherzo, nella virilità, nel linguaggio, nei modi.

Tutto questo si sgretola quando poi subentrano i momenti più intimi, quando cominci a parlare di quello che veramente sei… Lì c’è un salto qualitativo. Un calciatore così rozzo che ad un certo punto parla di amore, di passione, di ricordi, di sentimenti. Siamo pari, siamo noi. Inizia a parlare perché si sente bene con l’altro davanti. E inizia a togliersi la corteccia. Però non si rilassa mai, perché ne parla con sofferenza, e le cose che dice all’altro in realtà le sta dicendo a sé stesso. Si arriva ad una verità umana.

Lo spettacolo, bisogna dirlo, ha avuto anche successo per la bravura degli attori!... Me lo auguro. Io sono soddisfatto. Sono partito titubante, pieno di dubbi, poi pian piano certe reazioni del pubblico mi hanno tranquillizzato e fatto piacere.

Puoi dirmi un difetto di Marco come attore e un pregio? Tanti. Uno sicuramente è l’insicurezza. Che può essere anche un pregio. Quando l’avverto mi blocca e non riesco a sentirmi a mio agio. Quando non sono sicuro delle mie possibilità, di quello che faccio, mi sento sempre fuori luogo, e mi sembra di sbagliare tutto. Nello stesso tempo a volte è un pregio, nel senso di qualcosa da sfruttare. È un canale. Se va nella direzione giusta ti dà carica, ti dà forza e spinta emotiva, e riesci a fare qualcosa che non t’aspetti. Ti mette la voglia di fare sempre qualcosa in più. Non sei mai soddisfatto perché non sei mai sicuro. Qualche altro difetto? Sono distruttivo nei riguardi del lavoro perché cerco sempre la perfezione. Appena siamo sotto debutto vedo tutto in maniera negativa, che non va bene niente, che non mi sono chiari dei passaggi, che non avrei dovuto fare questo lavoro, che bisognava avere più tempo. E allora inizio a lavorare il doppio per supplire a tutto il negativo che mi viene. Un pregio, forse, è che non mi stanco. Anzi, sotto fatica vado alla grande.Non staccherei mai.

Il teatro è molto vario. Senti il bisogno di cimentarti, metterti alla prova con altri stili teatrali, altri linguaggi? Sento il bisogno di fare qualsiasi cosa riguardi questo mestiere. Una forma di teatro che non riuscirei a fare è il cabaret, non è per me. Per quanto riguarda il resto sono molto aperto, propenso a qualsiasi tipo di teatro. Pensa che mi cimento anche con la scrittura, o almeno ci provo! Senza nessuna pretesa. Scrivo dei monologhi assurdi. È un esercizio che faccio per me e basta.

Quali personaggi vorresti interpretare? Mi piacciono i caratteri forti, i personaggi assurdi, particolari, tutto ciò che è al limite. Per darti un'idea, amo molto i film e i personaggi di Lina Wertmuller. Conosco a memoria tutti i suoi film.

E fare un personaggio classico, tipo Amleto? Non immagini quanto mi piacerebbe. Ci sono andato vicino una volta qualche anno fa. Potrei dargli l’anima a un personaggio così, tutta la mia vita.

Sono sicuro che lo farai, te lo auguro. Cos’è l’umiltà per un attore? Una frase che mi ripete mio padre, dice all’incirca così: ricordati che hai fatto, hai fatto tanto, ma alla fine non hai fatto nulla. Questo significa che bisogna stare sempre con i piedi per terra. Non so bene cos’è l’umiltà, so però che bisogna essere sempre consapevoli del fatto che, in fondo, non stai facendo niente di particolare, non salvi la vita di nessuno, non cambi la storia. Sei la schiuma della società, sei un passatempo. C’è invece chi è molto più importante di te. Troisi diceva – ed io lo condivido - che se uno riesce a rialzarsi e ha successo, il successo è una cassa di risonanza di quello che uno è. Se tu sei stupido lo diventi ancora di più; se sei umile lo diventi maggiormente; se sei un bravo cristiano idem. Io vivo poco Roma, la vivo solo per lavoro. Appena ho due giorni liberi torno a Marsciano. Passo più tempo lì. Sto con la mia famiglia, i miei amici, e sono Marco. E sto bene. Mi rilasso, stacco, sto tranquillo. Ho ancora tutte le mie abitudini.

Facendo questo lavoro hai scoperto delle cose di te stesso? Direi che è una continua scoperta di me stesso. Come ti dicevo prima tendo a portare nella mia vita quotidiana i personaggi che interpreto, che studio. E questo mi dà la possibilità di scoprire tante cose di me, sempre di più. Anche dubbi, perplessità, paure. Ho dei punti cardini di me stesso, come tutti credo; però non mi conosco mai abbastanza. Scopro che più vado avanti e meno mi conosco. Una persona più cose ha e più fa difficoltà a capire chi è. Se tu vivi ricercando sempre qualcosa, cerchi e trovi; cerchi, e a volte non trovi; ma quello che trovi ti rimane dentro.

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Inserita il 15 - 12 - 09
Giuseppe Distefano
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