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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Marco Bernardi direttore del TSB: A rischio il teatro italiano, se non sostenuto
Marco Bernardi direttore del TSB: A rischio il teatro italiano, se non sostenuto
Marco Bernardi sta provando in questi giorni al Teatro Comunale di Bolzano, sede dello Stabile di cui è anche direttore artistico, “Il gabbiano” di Anton Cechov, il capolavoro del drammaturgo russo più rappresentato in ogni epoca, che debutterà in prima nazionale il 6 novembre nella Sala grande del Comunale. Gli attori protagonisti sono Patrizia Milani, Carlo Simoni e Maurizio Donadoni. La traduzione è curata da Fausto Malcovati, scene di Gisbert Jaekel, costumi di Roberto Banci, ambientazione sonora di Franco Maurina, luci di Lorenzo Carlucci. “Il gabbiano”, scritto nel 1895 e rappresentato per la prima volta a Pietroburgo l’anno successivo, è considerato a ragione uno dei quattro capolavori teatrali di Cechov assieme a “Zio Vanja”, “Tre sorelle” e “Il giardino dei ciliegi”. Racconta i conflitti generazionali tra genitori e figli e tra artisti affermati e giovani debuttanti, si sofferma su temi quali l’arte, la scrittura, il teatro, ma tutto verte intorno al sentimento dell’amore, vissuto, negato, nascosto. Abbiamo incontrato Marco Bernardi che ci ha concesso un’intervista in cui affronta le problematiche del teatro italiano e le preoccupazioni per il futuro dell’arte dello spettacolo in generale. Il regista ricopre anche il ruolo di vicepresidente nella Fondazione Platea, il presidente è Sergio Escobar, il nuovo organismo di rappresentanza dei teatri stabili di interesse pubblico, istituito nel 2008. Lei oltre che dirigere il Teatro Stabile di Bolzano è anche vicepresidente nazionale dell’Agis. Iniziamo da qui per spiegare quale è lo stato di salute del teatro italiano oggi. Qual è la sua opinione? “La situazione del teatro nazionale non è per niente positiva. Sono reduce da un’incontro che si è tenuto a Roma tra la presidenza dell’Agis, Alberto Francesconi è il presidente, e il ministro dei beni culturali Sandro Bondi, per discutere sui finanziamenti statali erogati dal Fondo Unico per lo Spettacolo che ha il compito di stanziare i fondi per le attività teatrali, musicali, cinematografiche, di danza, circo e spettacoli viaggianti. Siamo nella situazione che la somma complessiva del FUS 2009 potrebbe essere del 17 % in meno rispetto al 2008, che con i tagli operati nel 2004 ( circa il 12 %) porterebbe ad un 27 % in meno, il livello di minimo storico dal 1985. Al netto della svalutazione ISTAT siamo a un terzo rispetto al FUS del 1985. Sono cifre che fanno capire la non altissima considerazione che ha lo Stato italiano in questo momento per il mondo dello spettacolo. Questa decisione di tagliare i finanziamenti crea di fatto una crisi che coinvolge duecentomila addetti, il lavoro di molti precari del settore tecnico – artistico. Tagli che di riflesso incideranno sulla quantità di giornate di lavoro e sul numero degli artisti e dei tecnici che sarà ridotto sempre di più. Il DPEF del 2010 e 2011 prevede in prospettiva ulteriori tagli, sempre più notevoli. Queste sono le previsioni”. Una previsione che non promette nulla di buono. Quali saranno le conseguenze ? “La più grave sarà il rischio della scomparsa dell’arte, del mestiere di fare teatro. L’attore di prosa e il tecnico teatrale, senza i quali il teatro non esiste, non potrà più vivere di questo mestiere, con la conseguenza che diminuirà anche il livello della qualità artistica, andremo verso un teatro semiprofessionale, un po’ quello che sta succedendo alle televisioni generaliste, tutti fanno tutto, anche se non ne hanno la competenza”. Il teatro vive però anche della partecipazione del pubblico che risponde bene a quanto pare . “Vero.Non è assolutamente in calo. La scena italiana è creativa, stiamo vivendo un momento felice a livello nazionale, sia per gli stabili, sia per le compagnie libere, ci sono molti giovani che stanno lavorando bene, con passione, c’è un fermento nella produzione e molta voglia di fare. Un impegno artistico ben diversificato sul territorio al quale non corrisponde, purtroppo, il sostegno dello Stato. Un impegno che non ci è riconosciuto. A Bolzano nella scorsa stagione abbiamo avuto centomila spettatori e il 42 per cento era under 26. Ma c’è anche il teatro per le scuole dove c’è stata una partecipazione di 36mila spettatori tra gli studenti”. Cosa dovrete fare per amministrare il bilancio degli enti teatrali stabili come quello di Bolzano? “Continuare sulla strada dei tagli che già da cinque anni operiamo per ridurre le spese. Tagliare però significa anche produrre meno attività e correre il rischio di abbassare anche la qualità degli spettacoli. Se questi tagli venissero confermati saremo costretti a fare meno teatro e produrremo spettacoli di livello più basso, è inevitabile. I bravi attori scompariranno per lasciare posto ai mestieranti, se si dovrà risparmiare su questa professione. Dal 2007 i contratti nazionali degli attori, tecnici e dipendenti degli stabili sono scaduti. Il loro rinnovo avrà dei costi: con quali risorse si potranno affrontare questi costi aggiuntivi? C’è il rischio di uno slittamento generale verso il commerciale, verso l’intrattenimento leggero, per tentare di risolvere i problemi economici”. Un esempio? “Sarà impossibile riproporre il grande repertorio europeo. Portare in scena Goldoni, Moliere, Cechov, Shakespeare, con testi che necessitano la partecipazione di almeno 12 o 15 attori. Dovremo scegliere monologhi, spettacoli con pochi attori. Voglio fare un esempio per chiarire le dimensioni del problema: nel 2008 per tutto il teatro italiano (stabili, compagnie, circuiti, sperimentazione, festival), lo Stato italiano ha speso 74 milioni di euro, mentre in Austria, a Vienna, per il solo Burgtheater (un Piccolo Teatro austriaco) sono stati destinati dallo stato 43 milioni di euro, questo fa capire quanto la cultura sia importante per la politica italiana”. C’è una corresponsabilità sociale e culturale a suo giudizio nel determinare questo disinteresse per lo spettacolo in generale? “È cambiata la società e penso anche alla televisione, alla rincorsa del servizio pubblico nell’inseguire la televisione commerciale, pur di restare sul mercato. La televisione ha una grave responsabilità, quella di aver abbassato la dimensione culturale del paese e l’effetto è stato devastante, un livello tra i più bassi in Europa. L’Italia è antropologicamente cambiata, è diventata un altro paese”. Per i giovani lo Stabile quest’anno cosa propone? “Il Servizio giovani della ripartizione cultura provinciale ci ha chiesto di avviare un progetto che ha come scopo quello di avvicinare i giovani ai linguaggi teatrali. Sono venti posti per giovani tra i 15 e i 25 anni. Un laboratorio che prevede un saggio finale, la preparazione agli spettacoli in stagione che potranno vedere tramite un’introduzione drammaturgica. Ci sarà la possibilità di incontrare gli attori durante le prove aperte. È importante lavorare per la formazione del pubblico giovanile”. Giovani che sono protagonisti anche nella commedia di Cechov. “Nel “Gabbiano” si parla di un conflitto generazionale, di uno scontro tra generazioni. Il copione prevede quattro ruoli importanti per giovani attori. Per scegliere i due ragazzi e le due ragazze abbiamo fatto centinaia di audizioni per selezionarli e sono stati scritturati i migliori. Vengono da Roma, Rimini, Trapani e Milano. Oltre a questi ci sono anche altri due giovani che reciteranno in ruoli significativi in “La fine di Shavuoth” , novità di Stefano Massini , diretta da Cristina Pezzoli. Un testo che racconta la figura di Franz Kafka da giovane. Un’altra produzione dello Stabile di Bolzano. Quattro anni fa ho letto in treno il copione di Massini e mi è piaciuto molto. Sono fiero di scegliere questi giovani autori, di fare da talent scout, così come ho fatto in precedenza per Fausto Paravidino e Roberto Cavosi”. Lo Stabile si occupa anche di drammaturgia del territorio. Cosa avete scelto per questa stagione? “Quest’anno abbiamo scelto di raccontare l’industrializzazione di Bolzano durante il fascismo, l’immigrazione italiana che ha cambiato il volto dell’Alto Adige, l’avvento delle fabbriche, la vita di chi ci ha lavorato per una vita. Il titolo è “Acciaierie” e la regia sarà di Antonio Caldonazzi, con Andrea Castelli tra gli interpreti principali. Per noi è importante dedicarsi al recupero della memoria. Il teatro è anche un rito collettivo, così come abbiamo fatto con “Da qui a là ci vuole 30 giorni…”, uno spettacolo sulla storia degli emigrati trentini in Brasile, con la tragedia del Cermis e l’anno scorso con Sinigo – L’acqua ci correva dietro, di Andrea Rossi, un testo teatrale sull’insediamento agricolo e industriale alle porte di Merano”.
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Inserita il 13 - 10 - 08
Roberto Rinaldi
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