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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Marcela Serli, un'artista argentina nel mondo di Alda Merini
Marcela Serli, un artista argentina nel mondo di Alda Merini

Marcela Serli, argentina di Tucuman, è un’autrice giovane e brillante che ha realizzato ambiziosi progetti drammaturgici, accordando con grande sensibilità la cifra di denuncia poilitica e sociale dell’esperienza teatrale con il piacere del gioco scenico performativo.L’abbiamo incontrata a Napoli, mentre cura la messinscena di “Aurora corrosiva” , lavoro intenso e visionario sul disagio psichico, scritto e diretto per l’interpretazione di Anna Romano. Marcela, come è nata l’idea di realizzare una performance come “Aurora Corrosiva”? L’idea è nata dall’attrice Anna Romano che aveva già lavorato con me, in passato, e mi ha chiesto di curarle la messinscena di uno monologo su Alda Merini. Inizialmente sono stata un po’ scettica, poi ho deciso di incontrarla e così abbiamo trovato un’intesa costruttiva ed infatti “Aurora Corrosiva” non è uno spettacolo sulla Merini, sebbene vi siano alcuni suoi versi. Da cosa nasceva la tua diffidenza? Avendo lavorato negli ospedali psichiatrici di Trieste e Gorizia, per intenderci quelli in cui ha operato lo stesso Basaglia, ritenevo che potesse essere perfino banale toccare la sensibilità delle persone in disagio psichico con uno spettacolo sulla follia: il teatro rischia di essere retorico e disonesto nel raccontare questi dolori, però allo stesso tempo la proposta mi intrigava. Allora, in accordo con Anna, abbiamo deciso che lo spettacolo non avrebbe raccontato la follia fedelmente, quanto le scaturigini del disagio, soprattutto al femminile Secondo te c’è una differenza tra la sofferenza psichica delle donne e quella degli uomini? Da quando la società ha cessato di essere matriarcale ed è diventata cristiana, mi sembra evidente che la donna abbia conosciuto una vicenda di patimento e soggezione, le donne hanno subito incredibili pressioni sociali e violenze, basta ricordare che in un passato, non tanto remoto, le donne che rimanevano incinta al di fuori del matrimonio erano spesso recluse in manicomio. In qualche modo, dunque, la proposta di mettere in scena “Aurora Corrosiva” incontrava una tua esigenza umana e professionale Certamente ho attinto alla mia esperienza con medici e pazienti, io faccio da sempre teatro con i centri di salute mentale, nonché con l’URASAN, sono abituata a lavorare con persone in disagio psichico, con loro faccio ricerca teatrale come se fossero attori professionisti. Che tipo di lavoro affronti con soggetti in disagio psichico? Quando lavoro con i malati non amo rappresentare la loro malattia, il teatro non deve essere il risultato di una psicoterapia di gruppo, la pedagogia teatrale è una cosa più ampia e più importante. Certamente i malati che fanno gli attori, accompagnano in scena , come qualsiasi attore, il proprio personaggio, portano per mano la storia del personaggio senza perdere la propria personalità. Precisami la tua idea di pedagogia teatrale Io ho una visione della pedagogia teatrale molto diversa da quella radicata da voi, infatti in Italia prevale una pedagogia in virtù della quale tutti gli attori, e soprattutto tutti gli attori giovani, acquisiscono lo stesso modo di stare in scena, la stessa voce, lo stesso modo di interpretare. Io preferisco che l’attore si alleni a riconoscere in sé uno strumento, il famoso “tubo” che consente il transito di tutte le emozioni e di tutte le esperienze. I cloni sulla scena mi annoiano e mi lasciano indifferente. Durante la costruzione di questo spettacolo, hai deciso di incontrare Alda Merini. Che tipo di incontro è stato? Ci siamo incontrate a casa sua, una casa caotica e piena di ricordi. Mi ha accolto in rossetto e camicia da notte e mi è apparsa come una dea o un angelo nell’atto di defecare, poetica e ripugnante al tempo stesso. La sua casa è un paradiso che puzza di merda e lei ci si muove all’interno come una regina. Mi ha colpito il suo atteggiamento competitivo ed inibitorio, la sua forza e la sua femminilità; ho pensato che lei fosse troppo per me, lei si possedeva totalmente e mi faceva capire che sapeva perfettamente quel che voleva. Io ho letto in lei il senso di ogni contraddizione, le leggevo nel volto la tristezza e la sofferenza che aveva vissuto eppure comprendevo che sapeva riconoscere la bellezza anche nell’orrore: allora ho capito che era stata baciata, in un certo senso, dalla fortuna perché si è slvata ed ha capito cosa vuole. Avete parlato della sua reclusione manicomiale? Non abbiamo affrontato il discorso psichiatrico perché lei parla di quel che vuole, non di quello che vuoi tu, però mi ha dedicato dei versi e me li ha donati ed è stato molto emozionante. Dopo averla incontrata ho capito, con ancora maggiore convinzione, che in “Aurora Corrosiva” non avrei parlato della malattia, ma del sistema, del perché ci si ammala, delle soluzioni alternative; insomma lo spettacolo sottende una critica ad un certo modo di affrontare la cura che perde di vista la dignità del paziente. La Merini ormai è fuori, c’è tanta gente, invece, che soffre ancora negli ospedali psichiatrici e non ha voce. Nello spettacolo domina l’emblematica presenza di un trapezio: me ne spieghi il significato? La presenza del trapezio in scena è stata un’idea di Anna Romano, inizialmente mi infastidiva, avevo l’impressione che raccontasse troppo. Poi, durante le prove, il trapezio è diventato il luogo da cui dire le poesie della Merini, mettere in alto le liriche era un modo per dirle senza recitarle. Allora è iniziato un gioco di voli e di versi. Come è stato lavorare con Anna Romano? Anna è stata bravissima come attrice ed ha sorpreso anche me come trapezista. Ha accettato di farsi guidare, ed è stato commovente perché, sebbene abbia una grande personalità attoriale, ha avuto grande rispetto delle mie scelte registiche e questo non capita spesso. E’ un’attrice di grande talento ed ha saputo mettersi teatralmente in gioco, ha dato profondità e spessore anche alle cose più difficili, anche al nudo. Quali sono i tuoi maestri? Il mio primo maestro a Tucuman, in Argentina, è stato un autore e regista che apprezzo molto, cioè Carlos Alsina, proprio su di lui, tra l’altro, mi sono laureata. Di Carlos amo l’umiltà, il suo rapporto con il mestiere, il suo modo di dirigere la “cosa” che nasce tra gli attori. Un altro maestro è stato Alessandro Marinuzzi, un regista ed un intellettuale geniale che ti fa vedere cose di cui non ti saresti mai reso conto, da lui ho imparato a lavorare sul rapporto tra persona, attore e personaggio. Poi, altro punto di riferimento, è Serena Sinigaglia, regista con cui collaboro da tempo che ha un modo di affrontare gli attori energico ed estremamente concreto. Infine Rodrigo Garcia, regista con cui ho perfezionato il mio desiderio di dare voce all’urgenza espressiva, in lui ho riconosciuto la mia stessa attenzione per il mistero, per la cifra perversa, per il non detto, per quello che di torbido ed impudico c’è nelle pause e nelle attese. Quali autori ami? Mi piacciono diversi autori, da Cassavetes a Lynch, passando per l’essenzialità di Peter Brook e la visionarietà di Nekrosius. Quali sono i tuoi prossimi progetti? Riprendo a lavorare con Serena Sinigaglia e faremo altre repliche della “Trilogia degli anni formidabili”. Intanto sto curando la messinscena di un monologo sulla storia di una partigiana di Treviso e, mentre con “Aurora Corrosiva” ho dovuto lavorare sulla paura, qui sto lavorando sul coraggio, soprattutto al femminile. In estate, in alcuni campi di Venezia, riprendo un progetto teatrale interessantissimo, “La Rivolta”, i cui attori sono tutte persone che hanno recuperato il proprio disagio mentale: è un’operazione poetica e cattiva sulla società in cui gli attori si spogliano, si vestono e recitano in strada. Infine sto per andare in scena con “Cronaca dell’errante invincibile formica argentina”, una performance scritta per me e con miei pezzi da Carlos Alsina, in cui parlerò della mia patria, dell’Argentina.

Inserita il 01 - 04 - 07
Claudio Finelli
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