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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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L’albanese Hektor Budlla, ballerino fuoriclasse della danza italiana
L’albanese Hektor Budlla, ballerino fuoriclasse della danza italiana
Solida base classica e tecnica eccellente, fanno del ventiseienne albanese Hektor Budlla un ballerino di grande talento. Possiede, inoltre, qualità umane come umiltà, semplicità, senso del lavoro, che fanno la differenza. Budlla danza nel Balletto di Roma da sei anni, dove si distingue ricoprendo ruoli solisti importanti. Ma ha danzato anche al Massimo di Palermo e all’Arena di Verona, ed in altre compagnie; ed è stato Mercuzio accanto al Romeo di Roberto Bolle. Da poco è reduce da una lunghissima tournèe della compagnia dal nord al sud dell’Italia, che ha registrato ovunque grande successo di pubblico con diversi balletti del repertorio: da Lo Schiaccianoci di Mario Piazza, a Cenerentola, Giulietta e Romeo, Bolero, con le coreografie di Fabrizio Monteverde; da Don Chisciotte di Milena Zullo, a Turnipike di Mauro Bigonzetti, e Noon di Eugenio Scagliano. Ora, in un temporaneo periodo di pausa, il coreografo Andrea Cagnetti ha creato per lui un breve, intensa coreografia che ha debuttato al teatro Vascello di Roma il 29 e 30 maggio. La danza è al centro della sua vita da 16 anni, da quando all’età di dieci, dopo una casuale audizione, entrò nella scuola statale del Teatro di Tirana. Anche l’Albania, così come tutti i paesi dell’area dell’ex Unione Sovietica, vanta una grande tradizione accademica, con insegnanti formatosi al Bolshoi di Mosca e al Kirov di San Pietroburgo, che hanno creato una scuola e un corpo di ballo da dove escono molti talenti, specialmente uomini, parecchi dei quali emigrati in prestigiose compagnie all’estero. A cosa è dovuta questa eccezionale percentuale di ballerini? Credo perché le ragazze resistono meno e abbandonano per il metodo della scuola che è dura e pesante, e richiede molti sacrifici. Quando sono entrato in Accademia, su ottanta che eravamo siamo stati presi in undici. Essendo tanti potevano permettersi di selezionare i migliori secondo loro. Da noi l’artista in generale gode di un’alta considerazione. Al tempo del comunismo era particolarmente tutelato. Aveva anche dei vantaggi, come per esempio la casa. A Tirana c’è un intero quartiere di palazzi dove abitavano solo gli artisti. Oggi invece, anche se il corpo di ballo e la scuola ci sono ancora, tutti i giovani ballerini sono emigrati in altre nazioni. Com’è nata la tua passione per la danza? La mia non è una famiglia di artisti anche se mio padre andava spesso a teatro. Dato che a mia madre piaceva molto ballare ed io l’accompagnavo, durante una festa un insegnante dell’Accademia vedendomi le suggerisce di farmi fare una audizione. E sono stato preso. I primi anni sono stati difficili, a volte noiosi. L’insegnante era troppo rigido. Ricordo il primo discorso che ci ha fatto: “In questa scuola si diventa ballerini. Chi non è d’accordo può andare via”. Anche se aveva metodi duri e ci picchiava (era normale all’epoca) era da ammirare per la dedizione alla professione che aveva, e gli sono comunque grato. Dopo il diploma hai vinto il primo concorso in Albania di danza classica che consisteva in una borsa di studio della Comunità Europea, e sei arrivato all’Aterballetto di Reggio Emilia… …in un corso di perfezionamento. Sono stati sei mesi intensi e difficili. Non capivo la lingua, e non avevo nessuna esperienza di danza contemporanea. E’ stato duro accettare questo stile perché, per la mentalità albanese, l’unica danza che vale è quella classica. Quella moderna la fa chi non sa ballare. Però ho avuto la fortuna di avere dei maestri che mi hanno sempre seguito e incoraggiato. Avevo pensato anche di tornarmene a casa. Ma per fortuna ho continuato imparando tantissimo. Cos’è importante nel tuo mestiere? La passione e la voglia di lavorare, di faticare. La danza è fatica. Quando poi la gente ti applaude sinceramente, è il momento più bello perché senti che hai dato qualcosa. Per un ballerino è anche molto importante il fisico perché la danza è anche linea, armonia, bellezza. La tecnica viene con il lavoro. Come lavori per calarti in un ruolo? Devi essere sempre te stesso e non imitare qualcuno, ma attingere dentro di te quei sentimenti comuni a ognuno - cattiveria, bontà, amore - che devi cercare di tirare fuori per interpretare e dare vita a quel personaggio. La difficoltà sta nel come far venir fuori da te stesso tutte queste emozioni, ed enfatizzarle spettacolarmente per trasmetterle al pubblico. In questo senso il movimento insieme a tutto il corpo aiuta molto ad esprimerti. Soprattutto nella danza contemporanea, dove ad ogni espressione devi dare un senso non solo di bellezza ma anche di verità. Quanto conta l’anima per essere un bravo ballerino? Moltissimo, perché se non esprimi qualcosa di interiore diventi un semplice atleta. Un ballerino è un artista, e deve possedere la tecnica per esprimersi. Molti ballerini, soprattutto delle ultime generazioni che magari sanno fare cose tecnicamente difficili, secondo me hanno perso questo aspetto dell’anima, dell’interpretazione. Oggi si dà più importanza alla tecnica che allo spirito, invece vanno insieme. Se non balli con il cuore e col cervello diventi una macchina. Ed io ci tengo molto all’esprimere i miei sentimenti, le mie emozioni. Oggi molti ballerini si cimentano con la coreografia pensando, forse, che sia uno sbocco naturale. Tu hai questa prospettiva? Sono consapevole di non esserne capace. I veri coreografi sono molto rari, e devono avere molta fantasia. Invece mi piace molto insegnare anche se ancora sono troppo giovane. Quindi in futuro… Vorrei fare qualcosa per il mio Paese. Quando smetterò, mi piacerebbe prendere la direzione della scuola dell’Accademia di Tirana. Ha una struttura che funziona, ma come mentalità è rimasta un po’ chiusa. Vorrei farla diventare più europea, rinnovarla nel metodo. Personalmente, vorrei riuscire a ballare sempre, bene, e in lavori di qualità. Non mi interessa dove. Vorrei smettere verso i quarant’anni, sperando di arrivarci. Se dovessi fare un primo bilancio della tua carriera in questi anni qui in Italia? E’ molto positivo. E sono contento. La situazione della danza, lo vediamo tutti, non è molto facile. Di conseguenza lavorare e fare spettacoli di qualità, apprezzati dal pubblico, non è facile. Personalmente mi ritengo fortunato perchè ho sempre trovato anche nel Balletto di Roma un approccio buono. Ho avuto l’opportunità di ballare tanto e di maturare. Col Balletto di Roma abbiamo fatto molti spettacoli (130 in sei mesi di tournèe, come è stato quest’anno, sono tanti) e misurarsi ogni sera col pubblico, convivere con i sacrifici e con i dolori, anche se sono giovane, è difficoltoso e stancante. Però sono contento perché questo è il mio lavoro, quello che ho scelto, e se continuo a farlo ancora è perché mi regala tante soddisfazioni. Spero che la situazione migliori anche perché l’Italia ha un grande potenziale di cultura e di teatri, e dovrebbe essere tra i primi paesi del mondo con tante compagnie di danza. Questi teatri dovrebbero essere sfruttati facendo tanti spettacoli e portando più pubblico. Tra l’altro il pubblico appassionato di danza c’è… Finora – e parlo della mia esperienza al Balletto di Roma, ma anche in altri teatri come al Massimo di Palermo e all’Arena di Verona - non ho mai visto un teatro semivuoto. Non capisco perché, chi organizza spettacoli ed è a capo di teatri, punta poco sulla danza. Come anche non riesco a capire perché si danno pochi soldi alla danza e di più all’opera. Ma se la danza chiama molto pubblico perché non dare ad esso quello che vuole? Com’è stata l’esperienza con Andrea Cagnetti, un coreografo che utilizza un linguaggio molto contemporaneo, diverso dal tuo stile più neoclassico? Un’esperienza molto positiva che mi ha aperto la mente su cosa è la danza. Vengo da una formazione classica e in Italia piano piano mi sono trovato a interpretare balletti di stile neoclassico e anche contemporaneo ma non molto spinto. Il lavoro di Cagnetti è interessante perché imperniato sulla ricerca del movimento, sul lasciare il corpo libero. Una cosa per me prima impensabile, per esempio, è il ballare scalzo. Ma se ci penso trovo giusto e vero che sia così, in quanto cosa c’è di più naturale del camminare scalzi? Inoltre apprezzo di Cagnetti anche il fatto che parla e comunica il suo modo di intendere la danza e spiega prima di montare il pezzo. Il suo lavoro mi ha fatto scoprire un altro linguaggio della danza; per intenderci, quella seria, da non confondere con quella che vediamo in tv dove si dice che tutti dovrebbero ballare. Ed vero! Ma dovrebbero farlo in discoteca, o a casa propria. Cosa intendi con questo? Se il pubblico paga per venire in teatro va rispettato sempre. Questo vuol dire offrirgli uno spettacolo di qualità, e come ballerino dare il massimo. Non bisogna mai scordare che il pubblico è sacro e va rispettato soprattutto quello del teatro che sceglie e cerca, segue, si interessa. Non è come quello della tv, che guarda quello che gli capita. E in Italia non mi sembra che sia così. Nostalgia dell’Albania, della tua terra? Tanta. Se ora l’Italia fa parte della mia vita , se do qualcosa ad essa a livello artistico un po’ mi dispiace per il mio paese perché vuol dire che quel poco che ho dato all’Italia l’ho tolto all’Albania, e questo mi viene naturale pensarlo. Mi manca molto la mia terra e ogni volta che ci torno spero sempre che cresca e che diventi un paese della comunità europea. La gente ha avuto la sfortuna di avere un dittatore per 50 anni e merita di rialzarsi. Anche perché a livello artistico ha dato tanti talenti. A quando un tuo ritorno in Albania con un spettacolo? Per adesso non ci sono progetti concreti. Stiamo organizzando con altri miei colleghi connazionali sparsi in varie compagnie d’Europa e vogliamo organizzare un galà con tutti ballerini albanesi all’estero. Con tutti questi ballerini professionisti di grande livello il Teatro dell’Opera di Tirana potrebbe vantare oggi un’ottima compagnia. Cos’è per te la danza? Occupa una grande parte della mia vita, e spero di riuscire a darle sempre più un’importanza. Avendo dedicato quasi tutta la mia vita a quest’arte che amo, voglio riuscirci perché sarebbe un fallimento personale. Se si comincia qualcosa bisogna farla fino in fondo, ed io sono uno che vuole fare le cose bene. L'autore delle foto n.1,2,3,4,8,11, è Giuseppe Distefano
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Giuseppe Distefano
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