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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Intervista-dialogo con i Legnanesi
Intervista dialogo con i Legnanesi

Piuttosto agevole e senza intoppi (così antipatici quelli creati a bella posta nel mondo dello spettacolo dai “grandi” divi, o da chi per loro, per mostrare un’importanza e una classe che non ci sono) incontrare I Legnanesi grazie al nuovo ufficio stampa simpatico, disponibile e pronto alle esigenze di tutti e così ci vediamo dietro le quinte del nuovo spettacolo Sem nasü par patì... e patem in programmazione a Milano (Teatro Smeraldo) dopo Cassano Magnago, Varese, Legnano e una puntata trionfale a Firenze senza contare il fitto programma successivo.
Alle 18.30 in punto mi presento e vengo accolta immediatamente da Antonio Provasio ed Enrico Dalceri prima della stupefacente metamorfosi in Teresa e Mabilia, i due cardini della ‘famiglia Colombo’: protagonista delle avventure del cortile (di una casa di ringhiera) in cui si muove una piccola e semplice comunità di persone umili che lottano per la sopravvivenza quotidiana, ma ricche di dignità e di valori umani al di là delle divertenti se non esilaranti apparenze un po’ sempliciotte e rissose.
Manca il Giovanni (Giuan), capofamiglia di nome e unica fonte di entrate, interpretato dal bravo Luigi Campisi, e non mi preoccupo più di tanto in quanto nel mio immaginario di ‘patita’ del gruppo si è creata l’idea che la sua assenza sia legata alla sua presenza - santamente motivata dalla fatica di dovere sopportare due donne del calibro di moglie e figlia - all’osteria per consolarsi con qualche bicchiere di troppo...
Malgrado l’invito a chiacchierare in un ambiente più formale, preferisco fermarmi nel camerino dove vedo appesi alla parete i semplici e dimessi abiti da scena della Teresa e quelli sgargianti e luccicanti di Mabilia oltre a qualche parrucca: siamo come si dice in medias res e riesco a respirare la magica atmosfera dei preparativi vissuti con la semplicità e signorilità di chi non si è montato la testa restando se stesso: Antonio è seduto su una sedia ed Enrico sul lungo tavolo del trucco come si addice a una star del varietà...
Dopo lunghi convenevoli da cui emerge una lontana origine comune (non approfondisco per evitare di scoprire che ‘alla fine siamo persino parenti’...) nel Canavese con Antonio gli rivolgo alcune domande che in realtà si trasformano in una lunga, gradevole, piacevole e disinvolta chiacchierata cui partecipa anche Enrico e che avrebbe potuto continuare per tutta la serata se non fosse poi toccato loro andare in scena.

A Legnano davanti a Palazzo Leone Da Perego (dove si tengono esposizioni d’arte) ho ammirato la statua della Teresa: sei tu?
Non sono io, è Felice Musazzi, fondatore del gruppo nel 1949, cui in verità assomiglio molto. La statua - ideata dallo scultore e pittore legnanese Antonio Luraghi e realizzata dal Centro del Bronzo Pinzi di Origo - è stata inaugurata nel 1996 e rappresenta un omaggio del Comune a Felice Musazzi (San Lorenzo di Parabiago 1921-Legnano 1989), a circa 7 anni dalla sua scomparsa, al teatro dialettale legnanese e soprattutto all’anima popolare autentica espressa dagli scritti di Musazzi, anima e spirito che noi cerchiamo di portare avanti e di trasmettere alle nuove generazioni.

La storia dei Legnanesi comincia da lontano, mi vuoi raccontare?
L’idea parte all’epoca in cui il Cardinale Schuster aveva vietato nelle parrocchie le rappresentazioni teatrali promiscue: nell’Oratorio di Legnarello c’era un prete sui generis certo don Antonio - una specie di don Camillo tarchiatello e tanto spiccio ed energico (se n’è andato a 98 anni) che era arrivato a picchiare i Carabinieri avendo questi osato non credere che un tipo in jeans senza patente e documenti alla guida di un Aquilotto e di fretta per certe pratiche burocratiche relative al teatro che aveva costruito con le proprie mani fosse proprio un sacerdote - che alle lamentele di Felice Musazzi sulla scarsità di pubblico risolvibile con la presenza di donne aveva risposto “e alura fala ti” e così è avvenuto. Musazzi diviene Teresa e Toni Barlocco Mabilia che insieme a Giovanni costituiscono l’originale famiglia Colombo la quale offre reality di vita paesana con scorci semplici, genuini e mai volgari con gioie e dolori quotidiani espressi in puro dialetto legnanese. Scomparso Musazzi, io che lavoravo come ballerino nella Compagnia da 9 anni e Enrico Dalceri complice Sandra (la figlia di Musazzi divenuta Direttore Artistico) naturalmente insieme a Luigi Campisi (già Giovanni al tempo di Musazzi) abbiamo ripreso la tradizione e riportato in scena lo spirito del cortile lombardo.

Quanto porta di nuovo l’attuale Capocomico Antonio Provasio, alias la scatenata Teresa?
Vengono ripresi i titoli, per esempio Sem nasü par patì... e patem del 1950, ma i testi li riscrivo io adattando, rivisitando e aggiornando, anzi io scrivo i canovacci, ma in fase di prove si evidenzia quella sinergia che ci contraddistingue fuori e dentro il teatro per cui completiamo il testo in tre aggiungendo, completando e limando senza spostare il gruppo dal suo ambiente: il cortile. Un anno abbiamo provato a toglierlo, ma il pubblico ha protestato e abbiamo dovuto reinserirlo.

È giusto adeguarsi ai tempi o sarebbe meglio conservare integralmente e fedelmente questo scorcio di microstoria?
Adeguarsi ai tempi è una delle chiavi del successo del microcosmo del cortile che, pur non variando nella sua struttura (ancora con il gabinetto esterno), deve stare al passo per illustrare quelle che sono le sfaccettature attuali di un problema di sempre: la povertà vissuta con dignità. Questo ci ha permesso di aumentare le fasce di estimatori: oltre agli over 50, ci sono tantissimi giovani che ci seguono (specialmente dai 23 ai 40) e numerosi sono i bambini. Quindi l’avere attualizzato e rinfrescato i copioni e le parti del balletto, curate da Enrico, è servito ad aprirci verso i giovani e a cambiare il pubblico

Il dialetto è fondamentale nei vostri lavori: come reagisce il pubblico non lombardo: comprende o no? e voi cercate di rendere comprensibili i passaggi idiomatici più difficili?
Il dialetto è fondamentale nella nostra espressione e al riguardo abbiamo fatto studi precisi e puntuali seguendone l’evoluzione e sfrondando l’antico per quanto purtroppo oggi si parli meno rispetto al passato. Per esempio prima di Milano siamo stati per la prima volta a Firenze, città culla della lingua italiana, dove ci siamo recati con una certa apprensione, invece c’è stata da parte dei più di 800 spettatori una standing ovation lunghissima che ci ha commossi e onorati. Esempi del passato ci esortano a conservare la nostra preziosa lingua: quando Felice Musazzi negli anni ’70 andò al Sistina a Roma, tradusse in italiano titolo e testo ed ebbe pochi consensi finché, consigliato, ritornò all’originale con successi strepitosi e il pubblico uscendo dallo spettacolo osannava alla bravura... dei francesi che recitavano. Nel 2012 oltre agli abituali luoghi ‘lombardi’ (Lugano/Palazzo dei Congressi dove ci comprendono benissimo ed è un piacere lavorare e  Bellinzona dove abbiamo recitato con grande soddisfazione in Piazza) andremo a Torino... forse Genova e Roma e chissà con il tempo... Sai, quando ci spostiamo è una ‘cosa seria’: usiamo un pullman perché siamo in 41, tutti Legnanesi o del territorio salvo la Mabilia che è di Monza, ma le star sono cittadine del mondo...

E in Rai?
Mondo difficile per noi che siamo apolitici e proletari: i consensi non ci sono mancati e certo il piccolo schermo costituisce un vettore straordinario di pubblicità, ma le dinamiche politiche sono difficili da affrontare.

Parlando di ‘teatri dialettali’ come vi giudicate in rapporto a Govi, De Filippo e Mazzarella?
Direi che tra Musazzi, Govi e De Filippo ci sono identità di intenti e volontà di rappresentare quei microcosmi territoriali e linguistici ricchi di storie, culture e tradizioni. Per quanto riguarda Mazzarella mi riferirei più al fratello Silveri che scrive i testi e nel cui Teatro milanese della 14ª zona noi abbiamo debuttato a Milano iniziando con 25, 27 spettatori e giungendo rapidamente al tutto esaurito.

Come sei nella tua vita privata e quanto porti del carattere della Teresa?
Sono un po’ bisbetico come la Teresa che tuttavia rappresenta la mia vera libertà: nei suoi panni posso dire ciò che voglio in quanto si tratta di uno spettacolo.

Enrico che in questo gran chiacchierare ti sei dimostrato in perfetta sintonia con Antonio cosa dici? Mi sembra di ricordare che qualcuno di voi è sposato con prole.
Quanto alla domanda sulla nostra vita privata confermo che siamo tutti e tre felicemente ‘dotati di signora’ e mentre io non ho figli Antonio ne ha due e Gigi (Luigi) uno.
Sono io ad occuparmi di scenografie e abiti. i miei da star costano cifre astronomiche, mentre le semplice vestagliette di Antonio quasi nulla, naturalmente è tutto made in Italy. D’altra parte lavoro nel mondo della moda e vi sono affinità elettive tra le due attività che ho iniziato nello stesso anno e che mi danno entrambe grandi soddisfazioni, anzi dirò che tra loro c’è un filo conduttore comune e che l’una integra l’altra facendo di me una persona soddisfatta.
Rispetto al passato sono state operate variazioni anche dal punto di vista musicale: grazie alla rinfrescata le marcette della rivista all’italiana hanno lasciato molto spazio al rock e ad altri ritmi di moda. Quando costruiamo lo spettacolo, inseriamo ciò che va per la maggiore come in questa edizione il tango. Seguire le mode che sono figlie del mutare del tempo e dei relativi problemi è quanto mai necessarie per salvare lo ‘spirito’ dei lavori di Musazzi.

Nel frattempo giungono Luigi Campisi che in risposta alla mia battuta sull’osteria confessa - incredibile a dirsi - di essere assolutamente astemio, Sandra Musazzi gentile e dallo sguardo amico e Enrico Barlocco: rapide presentazioni e li lascio piacevolmente soddisfatta.
La bellezza dello spettacolo mi conferma ancora che noi respiriamo non solo un testo teatrale, ma anime e cuori di persone che amano il palco e la vita.

Inserita il 05 - 01 - 12
Wanda Castelnuovo
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