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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Il teatro, il sociale, la cultura. Conversazione con GianMarco Tognazzi
Il teatro, il sociale, la cultura. Conversazione con GianMarco Tognazzi

GianMarco Tognazzi ci ha raccontato la sua esperienza nell’ultimo lavoro Un nemico del Popolo, dopo il debutto travagliato al Teatro del Giglio di Lucca.


Partendo dall’adattamento di un testo di oltre 100 anni fa, ad opera di Edoardo Erba, vuoi parlarci di cosa cambia rispetto all’originale nella storia e nel tuo personaggio?
Innanzitutto il nostro spettacolo viene dall’adattamento di Arthur Miller per il suo film del 1950, che aveva ridotto i 5 atti dell’opera originale, poi sono intercorsi problemi produttivi e distributivi, e anche il fatto che ci troviamo di fronte ad un pubblico che non è più abituato a spettacoli di 5 atti, quindi vi è una necessità di andare incontro a una serie di bisogni attuali.
Per quanto riguarda il personaggio è un uomo di alto valore morale che viene mano a mano abbandonato dalla comunità, dai sostenitori e dal fratello, che è il Sindaco; anche l’ultimo uomo libero, il marinaio viene immediatamente messo di fronte alla possibilità della riduzione dei propri obiettivi personali, si schiera con le istituzioni e abbandona l’ultimo baluardo a cui fa appello, lasciandolo solo. Il punto di vista che Pugliese mi ha fatto cogliere, e che a me sembra molto interessante è il non essere un medico tipico di Stockman, non è un dottore “istituzionale”, un anticonformista che ha quasi una concezione artistica del concepimento della sua opera, e quando si rende conto che la sua opera è stata realizzata in una maniera diversa da quello che era il suo obiettivo, come tutti gli artisti preferisce che questa venga distrutta, proprio da lui. Quindi questo è il percorso umano del mio personaggio, che ricalca abbastanza pienamente quello che è Ibsen.
Quello di Ibsen è un teatro sociale, la vostra pièce come si iscrive in questo ambito: c’è una volontà di fare un teatro sociale o comunque restare in questo ambito?
Io credo che ci sia la volontà di rappresentare un testo, all’apparenza duro come lo stesso Ibsen dichiara alla fine della scrittura, di non indicarlo come commedia o dramma, questo accade ne momento in cui Ibsen consegna l’opera all’editore, è un teatro sociale che ha dei risvolti di una commedia non ridanciana, presenta dei segnali, dei messaggi, come il senso di condizionamento delle istituzioni che abbiamo visto a più livelli nel nostro paese, come i mostri che si possono individuare nel popolo e nella società… Si ha la fortuna di individuare un testo che è vicino, e forse più attuale oggi che 40 anni fa, dagli anni70 in poi l’Italia ha vissuto una serie di problematiche molto vicine a quelle che andiamo a raccontare. Io credo che l’attualizzazione mantenendo una linea di leggerezza poi arriva a tematiche corpose e schiaccianti.


In questo spettacolo si conferma il sodalizio con Armando Pugliese e Armando Bruno..
Con Bruno è una questione legata alla produzione teatrale; io sono per la ditta, per una concezione del teatro di una volta che aveva delle regole non scritte di affidabilità e convivenza, la tournée non è solo fare lo spettacolo, è la fiducia che hai verso le persone attorno e le prove che si affrontano assieme, devi avere una squadra molto compatta. Il sodalizio con Bruno è legato a questa volontà e alla fiducia: abbiamo fatto in 12 anni 4 spettacoli diametralmente opposti tra loro, da Closer, alla farsa francese con Il rompipalle passando per la commedia americana con Prima Pagina fino ad arrivare al grottesco con Die Panne e adesso a Ibsen. Ci vuole molta duttilità in questa “ditta” che in qualche modo ha un equilibrio sui personaggi. I suoi sono funzionali a rendere i miei protagonisti e vi è uno spalleggiamento importante. E’ un sodalizio che spero che continui, è importante mantenere questo rapporto: è anche un termine di fiducia per tutti quelli che in questi anni ci hanno seguito; alla fine con tutti questi spettacoli che hanno avuto ottimi riscontri di pubblico questo sodalizio diventa  una ditta di garanzia.
Con Armando Pugliese il concetto è simile, io l’ho amato dal primo momento con la sua idea dell’adattamento grottesco in Die Panne di Durrenmatt che aveva anch’esso dei grandissimi riferimenti all’attualità, per poi arrivare alla volontà di lavorare di nuovo insieme, questo per me è stato motivo di grandissimo orgoglio. Questo adattamento è un suggerimento ( come Die Panne era nato per diventare un adattamento cinematografico diverso da quello di Ettore Scola )  di mio fratello Thomas che mi ha detto “ questo è il testo che dovreste fare perché secondo me il protagonista sei tu, questo tuo anticonformismo e il volerti battere anche in maniera troppo viscerale per le cose in cui credi secondo me è molto vicino a Stockman”; l’ho proposto ad Armando, non conosceva il testo ma conosceva bene Ibsen ed ha accettato. Questo è un passo in avanti rispetto a Durrenmatt, che già lo era rispetto a Cormac McCarthy.
Riguardo alla tua carriera, parlando degli inizi figura addirittura un horror per la TV con Lamberto Bava..
Avevo 18, 19 anni; sono state tutte esperienze formative, anche quelle televisive, come quando ho presentato Sanremo, sono esperienze che ti mettono di fronte a imprevisti e contrattempi e ti fanno crescere. Il mio primo lavoro televisivo è stato girato in zona ( provincia di Lucca) e avevo diciotto anni, Versilia 66, il cui titolo originale era appunto Diciottanni e la protagonista era Margherita Buy, vi eravamo io, Luca Lionello, Laurentina Guidotti e Pier Luigi Misasi, oltre ad una serie di attori che hanno partecipato come partecipazioni speciali. Poi vi sono stati altri lavori, come Vacanze di natale dei Vanzina, è  chiaro che la mia vita è cambiata da quando ho iniziato a fare teatro, quindi dal 1990, in un piccolo teatro da 50 posti, la mia vita cambia lì, lo studio con Beatrice Bracco, i film che in quel periodo erano più impegnativi di quelli che mi erano capitati prima, come Teste Rasate e Crack, trasposto dal teatro al cinema, il film con Gian Maria Volontè.,.
Considero di aver iniziato a lavorare coscientemente sui personaggi da quel momento, prima ero molto spontaneo, magari c’era una predisposizione ma non c’era un lavoro approfondito sui personaggi, cosa che invece ho capito con Beatrice Bracco.
Sul tuo sito vi è un video in cui ti dichiari “a favore di una nuova politica culturale”, c’è un breve pezzo di tip-tap e alla fine chiudi con la frase “ci meritiamo qualcosa di meglio”, cosa intendi?
Che ci meritiamo qualcosa di meglio di un balletto che passa come una cosa geniale e invece non lo è, non ha fatto alcuno sforzo e per la nuova politica culturale dovremmo mirare a qualcosa di più; ovviamente c’è molta ironia, il regista del video è Marco Pozzi, lo stesso con cui pensavamo di realizzare la versione cinematografica di Die Panne, è un video che risale almeno a 5 anni fa..
.. e cosa è cambiato rispetto ad allora nella nostra offerta culturale?
Beh, qualcosa sì e altre cose no, non sono cambiate. A volte ci adattiamo alle mode, al consumo, ai fenomeni. Io credo che il lavoro sia ancora lungo, deve essere un percorso continuativo, dovremmo aspirare ad un atteggiamento politico-culturale completamente diverso, per un motivo molto semplice, è un concetto che io esprimo e a volte passa come una cosa banale; il problema è direttamente proporzionale a quanto è ignorato come problematica; la crisi è generale in questo momento, riguarda tutta l’Europa e viene da un discorso economico. Su cosa fonderesti l’economia di un paese? Io la fonderei su quello che è il suo patrimonio. Se noi in Italia abbiamo il 70% del patrimonio culturale mondiale partendo dai siti archeologici per arrivare ai musei al cinema, al teatro, alla lirica e tutto quello che ne consegue, dall’indotto alle infrastrutture, trasporti, alberghi, ristoranti..dobbiamo fondarla su questo. E un paese che non pensa, ora e da sempre, a valorizzare il suo più grande patrimonio e a basare la sua economica su questo sbaglia. Al cinema, al teatro vi è una percentuale del 5% di artisti e 95% di tecnici. Moltiplica questo guardando i titoli di coda di un film americano, sono 600 nomi, quelli di un film italiano sono 50; i posti di lavoro che genererebbe questo mondo con una maggiore percezione del pubblico sarebbe incredibile, un impegno verso quello per cui siamo conosciuti e amati all’estero; questo genererebbe un indotto grandissimo. Poi pensiamo a come risanare un’economia, ma un paese che se ne frega del suo patrimonio culturale non capendo che quello è il suo petrolio è un paese che merita di stare in crisi. Se tu hai il 70% del patrimonio culturale del mondo la tua economia deve ruotare intorno a quello, è evidente. Non capire quale è il vero polo del nostro Paese è incredibile.. torna pertinente il tema de Un nemico del popolo, dal problema delle terme che può essere traslato alla cultura. Evidentemente se il popolo pensa che sia necessario e i nostri dirigenti non lo riescono a vedere e pensano che ci siano altri modi, facciano loro.


Dopo l'intervista è seguita una interessante conversazione sull’importanza della salvaguardia della nostra identità culturale, sull'utilità dell'arte e sul nostro ricco, ricchissimo patrimonio.
Per aspera sic itur ad astra.

Inserita il 08 - 02 - 12
Laura Da Prato
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