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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Il teatro ci permette di scaricare tutte le battute della vita
Il teatro ci permette di scaricare tutte le battute della vita
Divenuta celebre al grande pubblico con il personaggio della “Signorina Silvani” nella saga cinematografica del ragionier Ugo Fantozzi alias Paolo Villaggio, Anna Mazzamauro è in tournée con la commedia “Caro Bugiardo”di Jerome Kilty, una delle pièce più rappresentate e amate dal pubblico di tutto il mondo. La regia è di Pino Strabioli e l' adattamento al testo è stato curato da Anna Mazzamauro protagonista insieme a Corrado Tedeschi. La commedia conserva tutto il fascino dell'originale testo degli anni '60, incentrato sulla storia d'amore fra due star del teatro: George Bernard Shaw, romanziere, commediografo e critico, uomo carismatico ma dal carattere difficile, e la bellissima diva Stella Patrick Campbell, osannata dal pubblico. Una donna dalla salute fragile ma dotata di una forte personalità. I due amanti si scrissero lettere per quarant'anni, confessandosi le loro passioni e debolezze, i loro sogni e segreti. La commedia svela i segreti dell'affascinante mondo del teatro e della rappresentazione di se stessi. Il successo dello spettacolo è dato anche dalla capacità di un'attrice brillante e caratterista, capace anche nella sua carriera di distinguersi in numerosi ruoli drammatici. Un'esperienza tale da riuscire a interpretare con grande successo nel recital “Raccontare Nannarella”, dedicato ad Anna Magnani, e nel “Cyrano de Bergerac”, in un ruolo maschile. L'unica donna al mondo ad aver interpretato tale personaggio. Ci ha rilasciato un'intervista dopo la recita al Teatro Puccini di Merano. Lei in scena recita molte scene al telefono e una di queste ha strappato al pubblico un caloroso applauso, tanto era passionale ed emozionante. Non è facile recitare come se stesse conversando realmente con qualcuno dall'altra parte del filo. “Per chi fa l'attore è quasi una sensazione di fare doppiaggio, di parlare alla radio, mi da una sensazione maggiore di quello che sto facendo. Mi sembra di essere davanti ad un microfono alla radio. Nel testo si parla di guerra e ho inteso superare il concetto di parlarne in modo retorico scegliendo di farlo attraverso il telefono, così facendo il racconto del dolore per la perdita del figlio di Shaw diventa epico quando cito una delle sue lettera. La telefonata risulta più viva delle lettera stessa. Il momento drammaturgico più importante, il tutt'uno tra il nostro trascorrere la vita attraverso il telefono. La telefonata che ci scambiamo noi due in scena arriva al pubblico con maggiore intensità. Utilizzo poco le lettere anche se sono molto belle”. La sua versione scenica differenzia da quelle celebri con Albertazzi e la Proclemer e lo storico allestimento di Stoppa e la Morelli? “In quella dove recitavano Stoppa e la Morelli si rappresentava il teatro borghese con gli ori, i velluti, le colonne, i due attori avevano i leggii come previsto dal copione. Una sintesi di palcoscenico con la regia di Luchino Visconti, data dall'essenzialità. Un allestimento che fece gridare al miracolo. Oggi il pubblico ha assorbito tutto, gli strumenti di comunicazione al giorno d'oggi sono essenziali e recitare le lettere su due leggii non avrebbe senso. Il concetto teatrale è quello che devi far esistere con te anche la scenografia”. Lei quindi ha optato per un adattamento che comprendesse oltre che una scenografia (le scene sono di Ugo Chiti, ndr) anche dei dialoghi tra i due protagonisti per creare la commedia? “La pretese dell'autore Jerome Kilty è quella di aver scritto una commedia, ma non lo è. Vale più per un monologo quello che ha scritto, un recital. Al pubblico piace osservare la realtà trasposta sul palcoscenico. Io ho pensato che le lettere avrebbero avuto una suggestione maggiore se inserite in una commedia vera e propri ambientandola nei camerini dietro il palcoscenico. Quel mondo teatrale di quell'attore e di quell'attrice ha degli obblighi diversi. Il campo è il teatro, quale miglior spazio del camerino c'è per un attore? Noi non soffriamo di gelosia per chi ci è stato prima. Gli attori si appropriano di quello spazio per farlo loro. È come comprare una casa dove tanti ne usufruiscono, così diventa la mia casa. Ci metto le mie cose, i miei costumi di una vita desiderata. Sulla porta c'è scritto il mio nome”. Uno spazio tutto suo dove concentrarsi prima dello spettacolo. “Chi entra deve bussare. Uno spazio di cui posso essere gelosa. Dopo aver replicato duecento volte, in camerino c'è più normalità, non c'è più l'ansia del debutto. Ma ogni sera non sai che pubblico troverai, e in scena gli spazi vengono coperti da risate, emozioni, applausi. Se il pubblico ride devi fermarti, se prova commozione tu devi respirare per assorbire l'emozione. L'attesa della prima è massacrante, è la condensa di tutto quello che hai inventato durante le prove. Sei teso, tutto deve andare verso l'obbligo del successo. Nel mio camerino vivo meglio della mia casa, mi trucco, mi vesto. Io sono una donna non bella, non brutta ma atipica”. Come si trova a lavorare insieme a Corrado Tedeschi? “Non conoscevo Corrado se non professionalmente, ne io ne lui ci conoscevamo affatto. Nemmeno durante le prove, non c'era il tempo di farlo. C'era un'apparente indifferenza. Io mi sono obbligata a lanciare messaggi attraverso le battute, conosco i momenti quando lo guardo negli occhi e li lancio dei messaggi tipo: come mi sei simpatico solo attraverso gli sguardi. È nata un'amicizia da palcoscenico e non vedo l'ora di andare in scena per essere amici. Noi attori facciamo un mestiere che ci permette di scaricare tutte le battute della vita. Questa è la magia del teatro. La vita dell'attore è sempre in movimento ed è meraviglioso”. Ma comporta anche delle fatiche e dei sacrifici. “Devi viaggiare tutti i giorni, cambiare alberghi. A volte perdi il senso, smarrisci, ti chiedi dove sei? Sei sempre in cima ad un burrone, è evasione ma anche invasione, ma c'è il successo dello spettacolo, a volte il trionfo a seconda dove andiamo a recitare. L'emozione crea il piacere di ridere senza poter fare allusioni a parti anatomiche, la gente è grata e riconoscente”. Che rapporto ha il televisione lei che è un'attrice teatrale e ha fatto molto cinema? “Ritengo che la televisione non sia fatta completamente da imbecilli ma quella di stato ha maggiori responsabilità sui minori. Io non sono quella che dice che non guarda mai i reality. Non guardo però il Grande Fratello”. Sta pensando ad un nuovo spettacolo per la prossima stagione? “Sto scrivendo uno spettacolo dal titolo provvisorio Comici e soubrette. Io vorrei essere ricordata dopo la mia morte e penso ad un paradiso dove ci sorridono, dove stanno tutti i nostri comici. Sto scrivendo un testo sull'avanspettacolo italiano. Tutti i comici devono molto a questo genere di spettacolo. Rifarò tutto il repertorio. Come autrice ho messo le mani sulle commedie, sui drammi, solo sul mio personaggio della Signorina Silvani regalavo le mie idee e allora mi son chiesta il perché non potessi scrivere. Ho un buon rapporto con la penna”. Lei ricorda il personaggio che interpretava nei film di Paolo Villaggio. Un giudizio dell'attore e dell'uomo? “Umanamente non è che mi piace molto. Professionalmente è una persona molto corretta, rispettosa e attento. Ricordo quella che volta che ero ospite nel programma Affetti speciali quando dissi che non c'è mai stata l'occasione di incontrarci fuori dal set e provavo quasi delusione rispetto ad una vita professionale condivisa. Paolo Villaggio chiamato al telefono rispose così: adesso tu pensi questo e va bene, verrà un giorno che tu capirai che tutto quello condiviso insieme sono stati gli affetti speciali. Io voglio essere riconoscente, voglio essere attrice. Non invecchiamo quasi mai volontariamente. Noi attori possiamo ancora dire a novant'anni: l'anno prossimo cosa faremo a teatro? Io sono immortale, vivo nella consapevolezza di esserlo. Credo in me stessa e nella mia immortalità”.
Inserita il 22 - 02 - 09
Roberto Rinaldi
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