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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Giuseppe Battiston: tra cinema, fiction e teatro, passando per Giovanni Pascoli
Giuseppe Battiston: tra cinema, fiction e teatro, passando per Giovanni Pascoli

Giuseppe Battiston è un attore grande. In tutti i sensi. Dopo il diploma alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, ha lavorato in cinema, teatro e fiction tv. Sempre con successo. Lavora da sempre nei film di Silvio Soldini, ma si presta anche a film di altri registi, comici e drammatici; come ad esempio Aldo Giovanni e Giacomo, in “Chiedimi se sono felice” (2000) , Roberto Benigni in “La tigre e la neve” (2004), Cristina Comencini in “La bestia nel cuore” (2005) e Luca Lucini in “Amore, bugie e calcetto” (2007). Molti lo vorrebbero ancora nel ruolo del dott. Freiss nella fiction tv “Tutti pazzi per amore” di Riccardo Milani. In teatro, solo per rimanere negli ultimi anni, con lo spettacolo “Orson Welles’ roast”, regia di Michele De Vita Conti, prodotto dalla Fondazione TPE, ha vinto nel 2009 ben 3 premi come miglior attore: Hystrio, UBU e Olimpici del teatro. Si tratta di un monologo, definito “roast” (che letteralmente significa “arrosto”, ma che sostanzialmente è un ironico “elogio del contrario”), cioè una specie di panegirico che i potenti e le celebrità, soprattutto nei paesi anglosassoni, si auto-infliggono, tramite amici e colleghi, per celebrare le grandi occasioni, con il fine di esaltare, ma anche di fare ironia sul protagonista e narratore. Battiston riesce, così, a sintetizzare in poco più di un'ora, con sarcasmo smaccatamente anglosassone, momenti geniali o squarci di intimità di una figure illustre come Welles che ha contribuito a costruire quella macchina dei sogni che è il cinema. A questo spettacolo ha fatto seguito “18000 giorni – il pitone”, scritto da Andrea Bajani, regia di Alfonso Santagata, che ha visto l’inizio della collaborazione tra Battiston e Gianmaria Testa e che sta avendo una tournée straordinaria. Poi è arrivato lo spettacolo-recital “Italy. Sacro all’Italia raminga” che dopo aver girato varie regioni italiane, ieri sera, è arrivato in tournée all’auditorium della Guardia di Finanza di L’Aquila (per la stagione TSA) ed è stato un successo. Battiston è accompagnato da Gianmaria Testa (uno di quegli artisti che, purtroppo, è più famoso in Francia che in Italia) il quale ha inframmezzato il testo di Giovanni Pascoli con le sue straordinarie canzoni (cantate sia da lui che da Giuseppe Battiston, del quale va rilevata la bravura anche sotto questo aspetto) suonate in versione acustica con tre diverse chitarre. Ho trovato particolarmente commoventi “3/4”, “Un aeroplano a vela” e “Dentro la tasca di un qualunque mattino”, tratti dall’album “Solo dal vivo”, del 2010.
Questi due straordinari interpreti hanno fatto 3 bis (che come Battiston ha rivelato dopo lo spettacolo, non erano previsti): il primo è stato la poesia di Giovanni Pascoli ”X agosto”, musicata e cantata da entrambi, poi la canzone di Gianmaria Testa “Dentro la tasca di un qualunque mattino” e, infine, Battiston ha letto un’altra poesia di Pascoli, “La voce”, tratta dai “Canti di Castelvecchio” (del 1903) di Pascoli e che è stata definita dall’attore friulano come “una poesia per i cari che non ci sono più, ma che è piena d’amore per chi resta” (e la cosa è stata di sicuro effetto in una città come L’Aquila che ancora soffre i danni del sisma del 2009 e che ambirebbe ad essere ricostruita come quel Friuli dal quale Battiston proviene – ma forse ha ragione Battiston il quale, a chi era andato a salutarlo fuori dal camerino, ha risposto: “dispiace dirlo, ma erano altri tempi!”).
Nonostante durante i 3 bis gli artisti continuassero a far capire che lo spettacolo era giunto al termine, il pubblico non voleva andar via. Gli applausi sono durati a lungo e anche dopo che il tecnico ha spento le luci, lasciando la sala al buio, gli spettatori non davano cenno di volersi alzare dalle poltrone, ma continuavano ad applaudire.
Italy. Sacro all’Italia raminga” è un poema (in un italiano frammisto di parole inglesi) che Giovanni Pascoli ha scritto, insieme ad altre poesie, tra il 1897 e il 1904, e pubblicato nella raccolta “Primi poemetti”. Rientra nell’ideale pascoliano del porre nelle classi basse e/o sofferenti, gli ideali di purezza, bontà, vita semplice e sana, umanità schietta e spontanea, uniti alla pietà per le sofferenze degli oppressi. Un solidarismo che mantiene, comunque, la paura della rivoluzione sociale che fu propria della borghesia italiana risorgimentale e che, a suo modo, colpì il Pascoli in giovane età, quanto il padre, agente dei principi Torlonia, fu assassinato mentre tornava a casa. Questo evento è stato ricordato dal Pascoli nella poesia “X agosto”, nella quale ha immaginato che la notte di San Lorenzo le stelle piangessero il suo dolore per la perdita del padre morto in quel giorno. “Italy. Sacro all’Italia Raminga” racconta la storia toccante di Molly, una bambina nata in America da genitori italiani che viene portata in Italia, a Caprona, per essere curata. Presso la casa della nonna, la piccola, lì chiamata Maria, soffre le differenze culturali a cominciare dal fatto che non può comunicare perché lei parla inglese e la nonna italiano.-toscano, poi le pareti della casa affumicate di nero, il dover trascorrere il tempo con l’anziana parente che passa il tempo a filare (cosa che in America non esiste perché soppiantato dalla veloce industria tessile) e il trascorrere delle stagioni in quel luogo. La nonna imparerà una sola parola nella lingua anglosassone parlata dalla nipote. Si tratta della parola che la piccola Molly ripete in maniera più dolorosa: “die”, cioè “morire”. Poi, quando la bambina sarà guarita ed avrà imparato ad apprezzare quel mondo contadino e antico, la nonna morirà e lei ripartirà per l’America con la sua “doll”, bambola. L’ascolto di questo poema che è anche ispirato a fatti veri, lascia con un groppo al cuore lo spettatore-uditore, tanto più se è recitata dalla gran voce di Giuseppe Battiston, un attore preciso e meticoloso nel pronunciare, all’occorrenza, parole in inglese o frasi in toscano e nel cantare insieme a Giammaria Testa i componimenti di quest’ultimo che sono davvero teneri e commoventi anche grazie all’accompagnamento delicato e melodioso degli arpeggi alla chitarra.
Due parole vorrei spenderle su Giovanni Pascoli. Infatti con lui, che ha vissuto nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi anni del nuovo secolo, non siamo più in epoca romantica, ma piuttosto simbolista. A differenza di Giacomo Leopardi, per esempio, egli non si propone si lottare eroicamente contro la natura, ma accetta e contempla il suo dominio che pare guidato da una forza misteriosa ed attraverso vari simboli o frammenti di realtà, il poeta evoca un mondo più profondo, ricostruendolo su una trama di analogie e corrispondenze, in quanto non appare possibile conoscere la realtà tramite l’esperienza, la ragione o la scienza. La parola non è più una semplice parte del discorso, ma ha una valenza evocativa e suggestiva. Pone l’essere umano in comunicazione con l’ignoto che regola i fatti quotidiani, come un fanciullo di fronte al mondo.
Nell’introdurre “Italy. Sacro all’Italia raminga”, anch’esso una bella parte di lezione-spettacolo (anche se Battiston ha affermato timidamente di non voler fare una lezione – in realtà ha fatto un lavoro di presentazione magnifico, che forse solo nell’Ottocento i “grandi attori” sapevano fare), l’attore ha spiegato anche la drammaticità sociale che stava dietro all’evento raccontato. Tra l’unità d’Italia e il nuovo secolo, la popolazione italiana era passata da 26 milioni di abitanti a 33 milioni. Di questi, ben 14 milioni emigrarono durante il periodo in questione, affrontando viaggi in mare che duravano un mese (spesso diretti verso Ellis Island, porto di New York, prima di essere schedati, visitati e messi su treni che li avrebbero portati nelle destinazioni previste) e scrivendo lettere (che il celebre attore ha letto) piene di amore e nostalgia alla famiglia di origine. Giuseppe Battiston quindi si è posto il problema di quali siano stati gli autori letterari italiani che hanno parlato di questo importante fatto sociale e, cosa che ha sorpreso anche lui, ha trovato solo 2 nomi: Edmondo De Amicis in “Sull’oceano” e Giovanni Pascoli in “Italy. Sacro all’Italia raminga”. Poi ha spiegato che l’analogia con il mondo contemporaneo è il motivo per cui lui e Gianmaria Testa hanno deciso di riprendere questo poema e di proporlo come spettacolo ed ha aggiunto che “Sarebbe bello se gli italiani avessero rispetto per il proprio passato e ne facessero davvero un patrimonio.”


1) Come mai tu e Gianmaria Testa avete pensato di fare uno spettacolo con il testo di Pascoli?
Perché ovviamente corrispondeva al desiderio mio e di Gianmaria di sollevare la questione dell’emigrazione in maniera meno faziosa possibile; per cui abbiamo pensato che le parole di un poeta come Pascoli e quelle di un poeta come Gianmaria sarebbero state una valida testimonianza.
… E anche per prendere in qualche modo una posizione avversa a certe decisioni del nostro governo, insomma…
Far sapere che io e Gianmaria “non” ci stiamo.


2) Ma l’avete fatto per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia, oppure l’avreste fatto indipendentemente da questo?
No. Semmai sarebbe stato fatto per celebrare il centenario della morte di Pascoli (morto nel 1912, ndr)
…No,… direi che l’anniversario è abbastanza casuale in questo caso.
Avevamo, e abbiamo, voglia di continuare a lavorare insieme e ci siamo ritrovati su questo tema.
Poi io ho particolare predilezione per Pascoli e soprattutto per questo poema; però, il punto di partenza è stato proprio questo: il desiderio di continuare un percorso comune.


3) Ho sentito in una tua intervista precedente, che tu parli francese e spagnolo, ma non inglese, … hai imparato l’inglese per l’occasione?
Be', insomma, poche frasi,… a pronunciarlo sì, come è scritto, ci si riesce.


4) La tua pronuncia era perfetta!
Ah, bene, son contento allora.
No, erano poche cose,… per cui mi sono preparato per questo poema.


5) Secondo te, nell’Italia di oggi, quanto c’è ancora dell’Italia di “Italy”?
Di quell’Italia lì, forse un po’ di miseria c’è, … però la miseria di “questa” Italia è più cultuale che materiale.


6) All’epoca era una questione economica, mentre adesso è culturale…
Sì, sì, sì.
Quello che traccia Pascoli è il quadro di una realtà contadina, che mi sento di dire non c’è più,… O c’è in forma diversa….


7) Adesso la campagna è più lasciata agli immigrati che vengono in Italia?
Ma adesso sì, la campagna è lavorata soltanto dagli immigrati, è un’altra categoria, una “categoria ulteriore” proprio.


8) Tu e Gianmaria Testa avete già lavorato insieme in altri spettacoli, come “18 mila giorni - il Pitone” che ha fatto tantissime repliche…
E adesso lo riprendiamo. Lo riprendiamo a fine febbraio, il 23, fino al 04 e al 5 di aprile. Se vai sul sito di Produzioni Fuorivia (www.produzionifuorivia.it, ndr) vedi anche le date della tournée.


9) La vostra collaborazione come è nata?
Ci siamo incontrati, ci siamo conosciuti… e così parlando un po’,… io sono andato a trovarlo in varie situazioni dove Gianmaria suonava e poi, piano piano, ci siamo confrontati e abbiam capito che magari ci poteva incuriosire l’idea di far incrociare i nostri percorsi. E anche in quel caso ci siamo trovati su qualche cosa su cui ci urgeva fare una riflessione: era il tema del lavoro, o meglio della mancanza di lavoro, perché 18000 giorni corrispondono, più o meno, ai 50 anni e lo spettacolo che facciamo insieme parla di uomo di 50 anni che è stato licenziato, che ha perduto il lavoro. E, quindi, questa è la cosa che ha innescato la nostra collaborazione.


10) Negli ultimi spettacoli che stai facendo mi sembra che ti stia orientato sul sociale (con “18.000 giorni il pitone” sulla perdita del lavoro, “Italy” sull’immigrazione…)…
Mah!… poi, alla fine, “18.000 giorni” ha molto poco di sociale, perchè è uno spettacolo di teatro e quindi comunica attraverso il teatro. Il testo è di Andrea Bajani.
Però sì, effettivamente il tema è adatto al teatro, perché il teatro di queste cose dovrebbe parlare: essere politico, ma non essere fazioso.


11) Insomma, diciamo che per te il teatro ha più una valenza sociale che intimistica dell’attore…
No, no, quello non mi interessa.


12) Per esempio, mi viene in mente un’intervista di Vittorio Gassman in cui diceva che “si recita per mentire, per smentirsi, per essere diversi da quello che si è…”
(mi interrompe, ndr) Sì, quelle son cose che son sempre in mezzo, ma poi la cosa più importante è quello che vai a presentare al pubblico, è lo scambio che si crea.
Sai, il teatro in questo momento è in un tale stato di abbandono, di degrado, di sofferenza che presentargli una cosa in cui non credi o una cosa fatta male corrisponde quasi a un crimine.


13) Hai vinto diversi premi, ultimamente con “Orson Welles’ roast” e so che lo rifarai prossimamente  a Roma…
In una rassegna a Roma, dal 24 al 29 gennaio …

 

14) Come ti è venuto in mente di fare l’”arrosto” di Orson Welles? L’”arrosto” letterario è una cosa che in Italia conoscono in pochi…
Infatti, è una cosa che in qualche modo ho cercato di far conoscere.
Welles è un amore di gioventù totale, peraltro, perché è una figura che mi affascina moltissimo. E avevo il desiderio di fargli un omaggio, ma comunque sempre coll’idea di fare uno spettacolo di teatro. Quindi, attraverso la figura di Welles, il lavoro che ripropongo è uno spettacolo che parla di comunicazione, cioè il valore della comunicazione, della potenziale pericolosità dei mezzi di informazione e del senso di responsabilità che deve avvertire chiunque si occupi di informazione, chiunque abbia un rapporto con un pubblico, non soltanto di informazione, ma parlo di tutto il mondo dello spettacolo.


15) I tuoi ultimi spettacoli sono poco complessi, cioè nel senso che non sono shakespeariani…
Arriverà anche quello! Ad aprile!... Ad aprile inizio le prove del “Macbeth” con lo Stabile di Torino, con la regia di Andrea De Rosa.
… (soddisfatto, ndr) Non ci facciamo mancare niente!

16) Infatti è vero, hai fatto di tutto: teatro, cinema e televisione!
Anche un po’ di radio. Mi affascina moltissimo la radio. Sarebbe splendido fare un programma in radio.

17) C’è un personaggio teatrale che non hai mai interpretato e che vorresti portare in scena?
No. Bisogna sempre vedere che cosa vuoi raccontare. Per cui non è che c’è “un” personaggio in particolare, un sogno, come fare Giulietta ad esempio…
Io sono particolarmente contento, felice, di interpretare il Macbeth, perché mi sembra che la lettura che ne sta dando… adesso siamo in una fase più che embrionale di lavoro con Andrea De Rosa, però mi sembra che la lettura sia molto efficace, sia molto forte.

18) C’è un’esperienza teatrale che ti ha segnato professionalmente più di altre, oppure che ricordi con più affetto?
Mah,… che ricordo con più affetto? E’ il percorso professionale che ho fatto con Alfonso Santagata, che è la persona con cui ho lavorato di più.
In teatro abbiamo lavorato insieme per 7 anni e mi ha trasmesso la sua visione del teatro come un fatto autoriale e, in quel senso, mi ha segnato. E’ la cosa che ricordo con più affetto perché è l’esperienza sulla quale ho basato il mio modo di lavorare.


19)  Non ti è mai venuto in mente di darti alla regia?
Sì, sì. Lo faccio!
Lo faccio,… non con regolarità perché (fortunatamente) ho parecchie cose da fare (ride, ndr).
Però lo faccio e lo farò. Sì, non crea affatto problemi, anzi mi diverte, … però, insomma, non deve diventare un’attività primaria, perché sennò mi annoio.


20) Sei principalmente un attore, insomma!
Sì, sì.


21) Quando hai deciso nella vita di fare l’attore?
Da ragazzino!
Ho fatto la Paolo Grassi che avevo 18-19 anni (mi sono iscritto subito dopo le superiori)…
Dopo la scuola ho cominciato a lavorare, fortunatamente.


22) Nella tua valigia dell’attore cosa non manca mai (metaforicamente o materialmente)?
(ride, ndr) Boh; non lo so… Io non ho praticamente nessuno dei gesti scaramantici o della ritualità legati alla figura convenzionale, diciamo, dell’attore. Non amo  arredarmi il camerino, non mi interessano un sacco di cose… Sono più legato al momento in cui si va in scena e ci si mostra, per cui non so cosa dirti.
In questo periodo, non manca un buon libro, ma che è ancora rimasto chiuso!


23)  Sei un grande lettore?
No, purtroppo no, perché non ho tempo e se leggo la sera mi addormento subito.
Però mi piace moltissimo leggere.


24) Nel cinema hai fatto parte del cast di “Bar sport” di Massimo Martelli, adattamento cinematografico del libro di Stefano Benni e che è la celebrazione del bar sport come luogo di aggregazione sociale. Secondo te, ci sono ancora oggi dei luoghi di aggregazione sociale così forte?
Ma, sì. Probabilmente non più nelle città,… ma nei paesi sì.
Cioè questa cosa è anche favorita dal fatto che adesso le partite si guardano a pagamento su Sky. Per cui è un po’ come negli anni ’50: la gente ritorna al bar per andare a vedere la partita. E attorno a quegli avvenimenti chiaramente si cementano le relazioni tra i vari personaggi da bar.


25) Sempre parlando di cinema, tu sei uno degli attori simbolo di Silvio Soldini. A dicembre hai finito di girare il suo nuovo film, “Il comandante e la cicogna”. Che ruolo fai in questo film?
Mah, è un casino stare a spiegarti questo film perché è un film abbastanza complicato. E’ una commedia e interpreto il ruolo di una sorta di… (pensa un attimo, ndr) mi sembra molto buono come è stato descritto, cioè una specie di eremita metropolitano…


26) Dove lo avete girato?
Il film è stato girato a Torino.


27) Come è nato questo feeling artistico tra te e Silvio Soldini?
E’ nato tantissimi anni fa perché Silvio è stato uno delle prime persone che ho conosciuto quando mi son trasferito a Milano. Lui veniva a vedere i saggi che facevamo a scuola.
Così ci siam conosciuti, poi come è accaduto anche ad altri miei compagni, ci chiamavano per fare i provini, per fare piccoli ruoli nel suo film… Il primo film a cui ho preso parte, il suo, era “Un’anima divisa di due” (1992, ndr) e sono stato preso per fare un piccolo ruolo; poi dopo c’è stato “Le acrobate” (1996, ndr) e dopo c’è stato “Pane e tulipani” (1999, ndr). E dopo “Pane e tulipani”, diciamo, le cose sono cambiate, ma nel frattempo si andava creando una corrispondenza umana e professionale, per me, indissolubile.


28) Invece in “Notizie degli scavi” di Emidio Greco, hai fatto un ruolo molto particolare…
Sì, sì, infatti mi sono divertito moltissimo. E questa è la cosa che amo di più del mio lavoro: riuscire a fare cose diverse, differenti tra di loro, riuscire un pochino a spaziare…
Di questo sarò sempre grato a Emidio, a parte per la bellezza del suo lavoro, per la bellezza della persona, proprio, ma anche per l’opportunità che mi ha offerto…
Io non sono un attore comico… Se pensi al film di Francesca Comencini “A casa nostra” (2006, ndr) oppure se pensi a “Cosa voglio di più(2009, ndr), il film precedente di Soldini, il mio non è prettamente un ruolo comico…


Grazie, Giuseppe!

Inserita il 15 - 01 - 12
Annalisa Ciuffetelli
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