In tempi di immobilismo totale, in cui cade il governo, si rialza, destra e sinistra s’assomigliano, le parole di Giorgio Gaber, in “Polli d’allevamento” (prima rappresentazione 1978), appaiono come preveggenze su un mondo che, a distanza di trent’anni, non sembra mutato. La sua denuncia di impotenza torna in scena, incarnata da Giulio Casale, cantautore trevigiano, ex leader degli Estra, il 7 ed 8 marzo al Teatro Marconi di Abano Terme (PD).
Reduce dal successo ottenuto al Filodrammatici di Milano, da cui è poi partita la tournèe, Casale fa “ri-vivere” sul palco il signor G. e l’abbiamo incontrato per sapere come mai la scelta di reinterpretare Gaber è caduta in particolare su questo spettacolo.
Mi puoi parlare dell’attualità di questo pezzo, rappresentato per la prima volta nel ‘78-‘79, il conformismo che Gaber sottolinea anche nella sinistra, fa sì che tutto si conformi, è una fotografia del mondo d’oggi scattata tre decenni fa...
Sì, guarda, dici benissimo, ci sono così tante cose in questo spettacolo che quasi fa spavento pensare che in trent’anni la realtà italiana non sia cambiata, forse addirittura peggiorata. Almeno in quel momento c’era ancora una grande rabbia, un grande dibattito una tensione ideale forte che lui sentiva già pericolosamente in diminuzione, la nostra capacità di imporre il rifiuto. Lo spettacolo parte da lì e si conclude lì, sul fatto che ci stiamo rendendo sempre più inerti, arrendendo, oggi la condizione del “Pollo di allevamento” è drammaticamente generalizzata, allora sembrava ci fosse ancora una parte del paese che non si sarebbe facilmente allineata. Oggi invece chiunque parli, da destra e da sinistra, mira all’amministrazione dello squallido presente ma senza una evoluzione forte.
Quell’impotenza che sottolineava Gaber è così totale, rende l’Italia così immobile che la soluzione è starsene fuori, non sei in grado di cambiare il sistema, ti arrendi e molli e te ne vai, per te si può ancora fare qualcosa contro questo immobilismo?
Per me sì anzi è un imperativo categorico di coscienza, nel vuoto che sembra riempire qualsiasi cosa, il vuoto di senso, io mi sento chiamato a questo ma proprio qui ed ora ed in questo Paese dove bene o male ho scelto di nascere, di vivere…
Hai ancora voglia di contrapporti all’impotenza..
Tantissimo ed uno spettacolo come questo mi dà molta forza perché vedo che soprattutto per chi è molto giovane apre delle brecce. Ad esempio sulla questione delle generazioni nello spettacolo c’è una canzone che si chiama ”I padri miei e i padri tuoi” dove emerge come i padri autoritari fin troppo severi della generazione di prima sono stati sostituiti da chi non propone più alcun modello se non addirittura si parifica negli svaghi, giochi elettronici, cinema, musica, abiti, tutto uguale, indistinto appunto. Questo tipo idi riflessioni in chi è molto giovane aprono delle brecce di consapevolezza.
E’ un po’ quello che hai provato tu, quando a sette anni sei andato a vedere con i tuoi genitori “Polli d’allevamento” e con tua madre sei passato nel camerino per conoscere Gaber? Ti ha colpito così tanto da prendere poi adulto la decisione di portarlo in scena? Cosa ti ha colpito, cosa ti è rimasto di quella sensazione, di quando eri ancora bambino?
La sua forza travolgente, il suo occupare l’intero spazio del palcoscenico pur restando fermo e comunque sicuramente da solo sul palco, erano anni in cui non girava con un gruppo musicale alle spalle, era proprio su base, monologo e canzone sempre da solo in scena, quindi mi ha dato il senso di essere davanti ad un mattatore, ad una personalità artistica prorompente, poi chiaramente i contenuti ma quelli sono venuti in seguito perché a sette anni non potevo cogliere tutte le varie diramazioni intellettuali dello spettacolo che per la verità è molto intellettuale, anche se ha una cifra leggera. Direi che risente molto di Pasolini, forse la forza profetica di tanti temi ed allarmi che lui getta in questo spettacolo deriva anche da ottime letture ed in primis da quelle di Pasolini.
Per te quanta fatica c’è stata, sei solo in scena, scenografia scarna, monologhi lunghi, quanto difficile è stato e che chiave interpretativa hai scelto, considerato che prima di te c’è stato Gaber sul palcoscenico?
La scommessa è molto alta, perché abbiamo cercato, con chi mi ha aiutato nell’allestimento, di rimanere molto filologici, essendo convinti tutti dal Teatro Filodrammatici alla Fondazione Gaber, a me stesso, che cambiando troppo le note di regia, si sarebbe finito per tradire lo spirito e la forza della messa in scena, non solo del testo. La scommessa difficile è proprio quella di cercare il più possibile di farlo proprio “ri-vivere” anche per come stava lui sul palco, senza mai cadere in una imitazione, in una parodia addirittura. E’ stato un lavoro lungo di approssimazione progressiva ed adesso, dopo un po’ di mesi di tournèe, mi convince molto. La gente mi dice: “c’è molto Casale ma c’è anche tutto Gaber”. Ecco, di questo sono felice perché era proprio l’obiettivo della riproduzione.
Mi puoi parlare delle musiche originali di Battiato e Giusto Pio?
Direi che è uno spettacolo unico anche per questo, è l’unica volta in cui Gaber non si affida ad un gruppo di musicisti pop, rock, cioè chitarra, basso, batteria, tastiere. Anche per tale scelta è lo spettacolo che ho amato più di tutti, perché c’è una ambientazione classica, fuori dal tempo, che assume un aspetto quasi simbolico, quasi fosse un monito: “guardati dentro, sii consapevole di quello che fai e non subire la realtà”. La musica aiuta moltissimo in tal senso, c’è molto essenzialità, un quartetto d’archi, un pianoforte e poco altro e poi non suonano quasi mai tutti assieme. Battiato ha fatto un grandissimo lavoro, in un momento in cui cominciava a ripensare di poter scrivere delle canzoni di musica leggera, dopo tanti anni di sperimentazione avanguardista. Credo che anche per lui fu un momento importante la partecipazione a questo pezzo teatrale.