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Le Interviste di Teatro.Org
Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Giorgio Marchesi: verità e profondità, per vivere la vita degli altri
Giorgio Marchesi: verità e profondità, per vivere la vita degli altri
di Giuseppe Distefano Era il tenente Corsini nella seconda serie televisiva “La figlia di Rivombrosa”. Interpretava Filippo D’Aragona nel film italo-spagnolo “Los Borgias”. È stato Cassio nella recente rilettura dell’ “Otello” di Francesco Giuffrè all’Argot di Roma. Ora è un poliziotto nella nuova fiction di Raiuno “Il bene e il male” in onda dal 12 gennaio. Giorgio Marchesi, originario di Bergamo, è uno di quegli attori di razza, tenace, talentuoso, umile, che si è costruito da solo. Animato da una grande passione. Gli e la si legge negli occhi, nelle parole che dice, e, soprattutto, vedendolo in scena. Passione suffragata dalla consapevolezza di dover crescere artisticamente, di continuare a migliorare sempre, con quell’atteggiamento, vero, che non si è mai arrivati. Il teatro non era nei suoi pensieri. Ma arriva dopo un periodo trascorso a Londra. Torna in Italia con la voglia di provarci, perché « mi era tornato in mente che da bambino facevo le imitazioni, mi chiamavano per dei momenti ludici, e tutti mi facevano i complimenti - racconta divertito -. Anche se non pensavo di fare l’attore nella vita, credo di avere avuto da sempre questa vaga idea». Partiamo dunque dagli inizi. Quando hai deciso di fare l’attore eri troppo “vecchio” per iscriverti all’Accademia o alla scuola del Piccolo di Milano. E ti sei dirottato al corso “Professione Attore” di Padova diretto da Roberto Innocente. Era un corso basato molto sulla fisicità. Facevamo molta commedia dell’arte, e i classici, dove si puntava più sulle emozioni che non sulla dizione. È stato un corso semplice ma fatto con molta onestà, e quando mi hanno chiesto di lavorare con la loro a me sembrava un sogno. Sono rimasto a Padova tre anni facendo piccoli spettacoli. E mi rendeva felice riempire il furgone, andare nelle piazze, montare le scene e fare lo spettacolo. Era la classica compagnia dove impari a fare tutto. All’epoca ero molto inesperto, con poca conoscenza del teatro. Da lì in avanti ho cominciato ad andare a vedere spettacoli, a leggere i testi. Mi ricordo che lessi Pirandello senza capirlo perché ovviamente la lettura di un testo teatrale presuppone un immaginario e una preparazione. Però non mi scoraggiavo. È stata una full immersion animata da una passione molto forte, entusiasmante. Ti ricordi della prima volta che hai recitato? Del saggio finale, dove recitavo Edipo ne “La macchina infernale” di Cocteau, ricordo l’emozione per essere arrivato alla fine dello spettacolo come se fossi stato posseduto (dal personaggio). Avendo una grossa paura del pubblico, e della responsabilità del ruolo, mi sono nascosto totalmente in quel personaggio. Avevo finito lo spettacolo senza accorgermene. Rimane uno dei ricordi più belli perché spesso mi rendo conto che riesco a dare la parte migliore – e penso sia così anche per altri attori - nel momento in cui non controllo nulla di me. E mi dimentico di me stesso. Questo che dici è uno degli insegnamenti fondamentali del grande maestro che è stato Orazio Costa… Impresa difficilissima dimenticare se stesso, cercare di perdersi, perché quando cresce l’esperienza e recitare diventa un lavoro, subentrano quei trucchi del mestiere e quelle piccole sicurezze in cui magari ci si appoggia (e ti fanno essere tranquillo). Il fatto che continuo a emozionarmi sempre e comunque prima dello spettacolo, mi aiuta. Quando non mi succede vuol dire che sono un po’ distratto. Bisognerebbe capire sempre dov’è il proprio cono d’ombra, andare a scoprirlo. E spesso si ha bisogno di qualcuno che ti dica in quale direzione andare. Dopo Padova hai frequentato per alcuni anni la ”Scuola Europea per l'Arte dell'Attore” di San Miniato (seminari estivi dove confluiscono allievi e insegnanti provenienti da tutte le scuole europee, ragazzi giovanissimi con attori anche professionisti). Credo sia stata una delle esperienze più significative per la tua formazione di attore… E’ stato il grande contatto con un modo diverso di fare teatro: l’incontro con l’accademia, con una preparazione più classica, e soprattutto con l’Europa. L’ho frequentata per quattro anni di seguito per tre settimane. Al di là dell’insegnamento l’esperienza più bella è stata la possibilità di contatto e di confronto con gli altri studenti di varie provenienze tra i quali si comunicava attraverso altre modalità che non fosse la parola. Ogni volta era ritornare a un teatro puro, senza la preoccupazione di dover ottenere dei risultati, ma semplicemente per il piacere di sperimentare, di comunicare in uno scambio sincero di energie e linguaggi teatrali. È stata un’esperienza fondamentale che mi ha fornito molti strumenti. Da quando poi ti sei trasferito a Roma, nel 2003, hai continuato a mantenere questo appuntamento? Ho continuato ancora per due anni, ma cerco di mantenere una parentesi di studio anche adesso. Almeno una volta l’anno faccio qualche laboratorio che possa ripulirmi. Come l’estate scorsa ad Asolo con Geraldine Baron un’insegnante americana cresciuta con Lee Strasberg all’Actor’s Studio. È un po’ come andare dal medico ogni tanto per capire quali sono i problemi, dove ti sei incastrato, dove ti puoi sciogliere di più. Momenti in cui torni a capire cosa stai facendo, in che direzione stai andando. Lo ritengo salutare non solo come attore ma anche come uomo. Perché in questo lavoro devi cercare di non accontentarti delle cose che già sai, ma cercare sempre di migliorare. E’ un bell’atteggiamento, considerando che spesso tanti attori soprattutto giovani si sentono già arrivati… Non ricordo chi ha detto la frase “Un attore può cominciare a dire di esserlo dopo trent’anni che lo fa”. La trovo giusta, nel senso che prima è solo un approccio a questo mestiere. E non a caso i grandi attori diventano tali, cioè molto più profondi, quando hanno raggiunto una certa maturità. Penso a Toni Servillo che è esploso come attore cinematografico di gran classe dopo tanti anni di teatro. Bisogna andare avanti nel proprio percorso, e se un giorno si ha la fortuna di lavorare ad un progetto bello, che ti valorizza - e succede -, lo fai con una formazione vera, reale, profonda. Dopo alcuni lavori in televisione, è con la seconda serie di “Elisa di Rivombrosa”, “La figlia di Elisa”, nel 2004, che arriva la tua notorietà… Avevo inizialmente tanti pregiudizi, e alcuni li mantengo ancora, sulla tv in generale e su alcuni prodotti televisivi. Ma è stato un lavoro sorprendente perché il regista Stefano Alleva ha anche una formazione teatrale e in pochi incontri precedenti alle riprese ha delineato il personaggio. Il resto è venuto da sé, e devo dire che mi sono divertito molto in questa fiction, tra equitazione e scherma. Il mio personaggio non era scritto male, era credibile: e questo, in televisione, dipende spesso dalle parole che ti mettono in bocca. Il problema sta tutto qua. Cosa ti ha lasciato l’esperienza di “Elisa di Rivombrosa”? Come esperienza complessiva mi ha aiutato ad affrontare alcuni tipi di personaggi. Per la prima volta facevo un ruolo che sentivo giusto per me. Appena l’ho letto mi è piaciuto subito. Ed è stato abbastanza facile affrontarlo. Il desiderio adesso è quello di allontanarmene un po’, di fare cose diverse, anche se mi è rimasto il piacere di lavorare su personaggi d’epoca. Se c’è una cosa che mi piace molto è lo studio dell’epoca storica, la ricerca. In questa nuova fiction appena iniziata su Raiuno, “Il bene e il male” (dodici episodi in sei puntate) che personaggio interpreti? Il mio personaggio segue le vicende giudiziarie con gli altri, anche se ha la sua storia personale. Sono un poliziotto giovane, di umili origine, molto metodico, che ha scelto questo mestiere per esigenze. Però è molto serio, rispettoso delle regole, ligio al suo dovere. Innamorato della sua fidanzata, in prossimità del matrimonio vive un momento di crisi. Arriva nel nuovo commissariato assieme al suo amico Guido (interpretato da Luca Seta) e iniziano come coppia sulla volante; stanno sempre insieme mentre sono di pattuglia, magari parlano di calcio, di politica, di famiglia piuttosto che solo di ragazze Ed è questo l’aspetto innovativo della fiction, cioè far vedere com’è la vita di tutti i giorni dei poliziotti veri, il dover fare scelte in costante equilibrio e contatto con il bene e con il male.. In questo caso come ti sei preparato? Ho letto il libro “Sbirri”, una raccolta di cinque vite di poliziotti, tre uomini e due donne, molto interessante perché parla della loro quotidianità, dei problemi di chi lavora sulla volante, dove quando sei per strada può succederti di tutto, del collega accanto, dei turni, delle attese, della difficoltà di chi lavora nella scientifica, di chi fa il celerino. Storie molto diverse, però reali. Dovendo scegliere teatro, tv, cinema, prediligi un genere? Preferisci stare davanti alla macchina da presa o sul palcoscenico? Ho fatto poco cinema e mi incuriosisce molto. Il palcoscenico ha una magia unica, bellissima. C’è quella tensione iniziale che dura i primi cinque minuti dopodichè inizia il gioco che dura fino alla fine, senza fermarsi. Il teatro è bello in questo: entri in un percorso e, comunque vada, meglio o peggio di un'altra serata, devi arrivare alla fine. Il lavoro dietro la macchina da presa invece è molto spezzettato, non hai sempre un controllo diretto, nel senso che non sai quello che monteranno, e come useranno il materiale girato. A teatro sei davanti ad un pubblico vivo, e il momento dell’applauso finale, se è sincero, è uno dei premi più belli. Come giudichi la fiction italiana? Intanto, la vedi? Vedo pochissima televisione in generale. Quindi ne ho un’idea relativa, forse più una sensazione. Noto che ci sono degli attori giovani ai quali, quando gli è data la possibilità di lavorare in progetti interessanti e con delle buone sceneggiature, allora esprimono la loro bravura. Credo che ai vertici della televisione generalista ci sia l’idea di dover tenere un livello medio, senza mai osare più di tanto, perché si pensa che chi sta a casa debba vedere cose che non si distacchino molto da quello che si è sempre fatto. Quindi si rischia poco a livello produttivo. E del nostro cinema che opinione hai? Riguardo al cinema italiano - ma è un discorso anche più generale - a differenza ad esempio di quello tedesco che indubbiamente può attingere da una Storia recente più interessante, credo che una difficoltà sia quella di trovare delle storie forti da raccontare, dei soggetti importanti. Sembra che abbiamo poco da dire. Se penso ad un film che mi ha stupito per il tema sociale (a parte “Gomorra” ovviamente) è stato “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, sui call center, perché ha affrontato l’argomento dei nuovi poveri, i precari, categoria dimenticata spesso dai nostri artisti e intellettuali. Per il resto mi sembra che siamo un po’ fermi sempre su ambienti borghesi dove tutti hanno la casa bella, stanno mediamente bene, e le tematiche riguardano sempre problemi amorosi, che oggettivamente sembrano poca cosa. Il nostro migliore cinema è venuto nei momenti di difficoltà, e credo che l’arte spesso nasca da questo. Cosa ti piace di questo mestiere? Perchè fai l’attore? Scherzosamente ti direi perché non so fare nient’altro, e in parte è una verità; seriamente, perché in fondo credo di avere un’anima da sognatore. L’ho sempre avuta. Riuscire a interpretare diversi ruoli è la cosa che più mi piace. Vivere le vite degli altri, immaginarmi di essere in una situazione, mi rende felice. Ripeto spesso, infatti, che il piacere non è soltanto di stare sul set e girare, o in teatro a recitare, ma preparare i personaggi. Le prove sono un momento fantastico della nostra vita, perché ti mettono in gioco nel confronto con gli altri. È uno dei momenti più creativi. Fondamentalmente credo che faccio questo mestiere per la voglia di giocare. Quando reciti sei consapevole di indagare te stesso? Assolutamente sì. Anche perché facendo questo mestiere ho scoperto molte cose di me… A volte si possono attraversare dei momenti in cui non dai il massimo, altri nei quali puoi anche sublimare lo stare male facendo bene l’artista, però in qualche modo devi conoscerti, devi stare bene con te stesso. La percezione di sé stessi è sempre strana. Ma non puoi raccontarti balle. Il riuscire a dire a sè stessi la verità, anche nel momento di difficoltà, credo che, anche nella vita, sia fondamentale. Per centrarti e poi ripartire. Qual’è, secondo te, la caratteristica che rende bravo un attore? Direi ancora, la verità. Personalmente non amo gli attori costruiti, nè quelli troppo presenti, nel senso che si ascoltano o si piacciono, o che hanno la ricetta dell’effetto a tutti i costi. Stimo invece quelli che riescono ad emozionarsi veramente quando dicono una cosa, e questa riesce ad arrivare al pubblico. Amo quei registi che lavorano molto con gli attori. Egoisticamente il mio sogno sarebbe di lavorare con qualcuno che mi spacca in tre, che mi dà in pasto al pubblico, che fa risuonare in me delle verità che arrivano dall’altra parte. C’è un personaggio che vorresti fortemente fare, o un testo, un autore? Mi piacerebbe affrontare un personaggio doppio, negativo, che va verso il nero. Essendo considerato dagli altri come un tipo solare, un volto rassicurante, mi vorrei confrontare con l’opposto. Ma vedo che spesso chi sceglie gli attori, soprattutto al cinema, non ha il coraggio di rischiare in questa direzione. Sarebbe bello invece mettere più spesso alla prova la capacità dell’attore e riuscire a stupire. A chi ha una faccia (inquietante) fargli fare il ruolo di uno buono, e viceversa. È più difficile ma è più interessante. Un personaggio funziona di più quando ti spiazza. Anche in scena, non senti il bisogno di cimentarti con un modo di fare teatro all’opposto di quello che hai fatto finora, con un linguaggio che richiederebbe un’altra energia, un altro approccio? La mia risposta potrebbe essere un annuncio, nel senso che lo farei volentieri. Indubbiamente mi piacerebbe mettermi in gioco e lavorare con un tipo di teatro altro. Se ho fiducia in chi ho di fronte è bello lasciarsi portare e lasciarsi distruggere, in senso positivo. In quel caso credo che possano venire fuori da te stesso delle cose che tendenzialmente rimangono nascoste. Se dovessi dire di te un difetto e un pregio come attore? Sono tanti. Oltre ad alcuni difetti tecnici sui quali continuo a lavorare - piccole cose ma per le quali credo di dover migliorare - un difetto è quello di non riuscire sempre a raggiungere la profondità che vorrei. Ogni tanto la incroci, la trovi, poi fugge via, nel momento in cui pensi di averla trovata se n’è già andata. Per arrivarci è richiesto un lavoro costante sul quale continuare a insistere. E il pregio? Gli altri dicono l’umiltà, anche se a dirlo io sembra poco umile. Sostengono che sono molto attento agli insegnamenti, da chiunque arrivano, sia nel piccolo che nel grande, nella vita e nel lavoro. Cerco di imparare, mi pongo sempre in questo atteggiamento, che è un pregio e forse in alcuni casi un difetto. Sono convinto che l’umiltà, comunque, aiuti sempre nella vita. Giorgio Marchesi sarà prossimamente in scena, dal 3 al 22 febbraio, al Teatro Argot di Roma con un noir metropolitano di Tommaso Capolicchio “Il club delle piccole morti”, regia di Christian Angeli.
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Inserita il 19 - 01 - 09
Giuseppe Distefano
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I Commenti degli Utenti

il migliore
GIORGIO IL MIGLIOR ATTORE ITALIANO!!!SEI FANTASTICO...SEI TUTTI NOI....
DAL TUO FORUM TI SEGUIREMO SEMPRE!!!
20 - 01 - 09 - di: JOEYEMY -

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