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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Gabriele Carbotti: giovane attore umanista nella società del superuomo
Gabriele Carbotti: giovane attore umanista nella società del superuomo
Gabriele Carbotti, classe ’83, ha le idee chiare sulla sua professione che nasce dall’innato talento. Il suo essere attore, è scritto nel DNA visto che nelle sue vene scorrono parole da declamare, sorrisi da elargire al pubblico… arte allo stato puro. Quando mi si chiedeva che vuoi fare da grande, io rispondevo: Voglio fare il cantante o l’attore, quindi ho sempre seguito quella direzione e alle superiori ho avuto la possibilità di fare corsi di teatro a scuola; è rarissimo trovare scuole di recitazione in Italia o a Roma, di stages e laboratori ce ne sono pochissimi ed ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che aveva questo laboratorio. Come si chiama la scuola che hai frequentato? La Teresa Confalonieri è la scuola che ho frequentato e dove ho fatto questo primo spettacolo della mia vita che avevo 13 anni e vinsi anche il premio come Miglior attore protagonista e quello spettacolo venne anche rappresentato al teatro Quirino. Fu una partenza esaltante, complimenti! Emozioni, delusioni? Emozioni indescrivibili. La delusione? Dopo quello spettacolo una ragazza avvicinandosi mi disse che ero bravo, che le ero piaciuto molto e se volevo fare un film ed io dissi: Chiaro che sì!. Lei mi chiese: Quanti anni hai?” 14, e lei: “Cavolo ma sei piccolo!” e quel film non lo feci per l’età. Passa il tempo e ti accorgi che hai sempre l’età sbagliata per le cose che si presentano, quando mi chiedono: Quanti anni hai? 22 eh ma a me serve un 25enne, e viceversa, insomma è una sfortuna, sarà casualità ma è così che vanno le cose. Poi dopo questo lavoro portato al Quirino, ho partecipato per il secondo anno al concorso ‘Attore e tecniche a scuola’ e in quell’anno mi ‘notarono’ delle persone che mi chiesero di partecipare come pubblico alla trasmissione di Maria De Filippi “Amici” ed io andai e divenni uno dei ‘fissi’ del pubblico parlante. Però non abbandonai il teatro pur prendendo parte in maniera fissa ad “Amici” ed a “Uomini e donne”, continuai a fare teatro in produzioni medio piccole a Roma. Dopo mi si prospettò l’idea di fare un altro programma sempre con la De Filippi che era “Saranno famosi”, lo feci dopo di che smisi di lavorare in tv e mi dedicai completamente allo spettacolo dal vivo, perché dopo questa esperienza ho avuto la possibilità di fare serate anche di musica dal vivo e quindi girai un po’ per l’Italia, proponendo uno spettacolo di musica, invece tornavo a Roma per fare teatro e l’ho sempre fatto con grande passione. Da tre anni a questa parte ho messo su una compagnia “Anticamera del vento” e siamo diventati stabili del teatro Petrolini che è una soddisfazione, considerando che il teatro è fondato nel ’97 da Fiorenzo Fiorentini che per Roma è un icona e dalla volontà del maestro Paolo Gatti, il direttore artistico del teatro. Anche in questa stagione abbiamo presentato vari spettacoli, alcuni scritti da me e ci hanno dato grosse soddisfazioni come “Mama Affaire”. Un obiettivo, progetti e nuovi appuntamenti? Quest’estate sto al Giardino degli Aranci (Aventino) col maestro Gatti, a partire dal 25 giugno fino al 23 agosto con lo spettacolo “Canta Roma canta, 7 secoli di musica romana”, che è un evento che da 30 anni è presente al Giardino degli Aranci prima con Fiorentini e poi col maestro Gatti che ogni estate organizza l’attesa manifestazione. Sono rimasta sbalordita per la tua originalissima interpretazione nella pièce “Provaci ancora Sam” al teatro Petrolini di Roma. Amo Woody Allen da sempre, da quando ho visto le prime cose al cinema, dopodiché ho pensato che un obiettivo della mia carriera poteva essere quello di interpretare Allen, un suo testo a teatro, allora ho iniziato a leggere le cose che avremmo potuto scegliere e il primo che ho portato in scena è “La morte bussa”, un pezzo famosissimo in cui questo imprenditore riceve a casa la visita della morte Quando hai debuttato con questo spettacolo? Nel settembre del 2004 al Teatro Petrolini, all’interno di una rassegna gestita dal teatro stesso chiamata “Settembre giallo” in cui abbiamo messo insieme tre corti di cui due scritti da me ed uno di Allen, lì ero regista degli spettacoli che avevo scritto e attore in quello di Woody Allen e non ebbi questa grossa soddisfazione perché trovavo il tutto troppo simile all’idea che gli altri avevano di Allen. Il regista con cui ho lavorato in questo primo spettacolo su Allen, non condivideva la mia idea di rendere un testo di un autore fruibile per tutti e quindi di non legarsi all’idea dell’attore stesso… era inevitabile che il pubblico ed io stesso sul palcoscenico avevamo il richiamo all’attore. Quando ho conosciuto il regista di “Provaci ancora Sam”, ossia Gianni Quinto, ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d’onda. Per quale motivo uno può prendere “Il mercante di Venezia” e darne una propria interpretazione e non prendere un testo di Woody Allen ed elaborarlo, interpretarlo a suo modo? Semplicemente perché Shakespeare è nato secoli fa e non abbiamo un riferimento oggettivo dei primi che l’hanno interpretato. Quindi abbiamo pensato: Ambientiamo questo testo in Italia per lavorare in un terreno più calpestabile, che nessuno poi ha mai calpestato e abbiamo ambientato il tutto a Roma; poi ci siamo chiesti: Che facciamo, lo interpretiamo in romano questo personaggio? No, e in che dialetto lo vogliamo fare? Abbiamo pensato prima al bolognese (e mentre mi spiegava, Gabriele si è messo a parlare in bolognese) perché dal nord vengono le persone che si occupano generalmente di cose cinematografiche (con un chiaro riferimento a Federico Fellini) e poi c’è venuto in mente di farlo in toscano perché si è creduto che il dialetto toscano fosse più adatto al personaggio. Era l’ideale, allora abbiamo detto, lavoriamoci, facciamo le prove. Lo spettacolo ha riscosso un grande successo grazie all’interpretazione di Gabriele, il giovane talento romano che oltre a recitare scrive testi, dirige la compagnia ed è partito con un’utopia, quella di creare una compagnia che fosse come una cooperativa degli anni ’70, cioè un gruppo di persone che lavorano all’unisono per un obiettivo, una realizzazione artistica collettiva. Viviamo in un mondo un po’ diverso da quello, diciamo che gli interessi personali ci hanno un po’ lobotomizzato quindi le persone puntano più alla realizzazione personale che altro, probabilmente sono nato nell’epoca sbagliata, io la penso ancora come allora, quindi penso che l’unione faccia la forza sempre e comunque ed è questa la via più giusta da seguire, quella ideale…
Inserita il 17 - 06 - 09
Tania Croce
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