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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Francesco Martino: il lavoro dell'attore, per crescere e dare
Francesco Martino: il lavoro dell attore, per crescere e dare
Intervista di Giuseppe Distefano. “Il teatro mi ha aiutato a vincere una timidezza che avevo da piccolo. Mi ha aiutato a sbloccarmi, a buttarmi fuori di me. Da questo punto di vista il teatro da’ un grande aiuto, se sei alla ricerca di qualcosa, se vuoi vivere con più intensità. Avvicina a te stesso, a quello che veramente sei”. Inizia così la conversazione con Francesco Martino, giovane attore romano formatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica nel triennio 2000-03, interprete recente del film indipendente “Aria” del regista Valerio D’Annunzio accanto a Roberto Herlitzka, e prossimamente in uscita con altri due film: “Butterfly zone” e “Visions”. Parliamo subito di “Aria”, un film che affronta un tema scomodo. Vuoi parlarcene? Sì, è un tema scomodo, ma necessario. E mi piacerebbe che questo film fosse visto da più persone possibili. Scomodo perché parla di un uomo, Giovanni, nato nel corpo sbagliato, nel senso che è a tutti gli effetti una donna; una persona che ha una percezione di sé come donna, come essere umano femminile, ma nata in un corpo maschile. Ed è quello che noi tendiamo ad etichettare come transessuale, persona con disturbo di identità di genere… Sono etichette. La definizione che mi viene è: “persona nata nel corpo sbagliato”. È la storia di una persona che decide di non tirare mai fuori la sua vera identità, ma di reprimerla, di accettare le convenzioni sociali per una sorta di obbligo nei confronti della famiglia, di chi lo vuole e di chi lo ama in un certo modo. Ma, ad un certo punto della sua vita, nell’età anziana, il castello crolla. Arriva un momento in cui non riesce più a mentire, a portare avanti questa menzogna che è durata una vita. C’è un discorso ancora più profondo dell’identità di genere, del tema dell’identità sessuale, nel senso che non si parla solo di diversità sessuale… Proprio così. È un film che invita a vivere, ad essere ciò che realmente si è, che è un qualcosa di molto più scomodo e difficile del semplice esistere o sopravvivere. È una questione di “essere o non essere”, si tratta di scegliere di vivere veramente. Nel film c’è una bellissima e significativa battuta di Herlitzka che dice più o meno così: “Mi sento come se per tutta la vita fossi vissuto in apnea, trattenendo il fiato, e a un certo punto fossi uscito fuori dall’acqua, avessi gonfiato i polmoni d’aria, e mi fossi reso conto di quanto sia doloroso respirare”. Questo mi sembra il senso del film. Un invito cioè a respirare, a vivere sul serio. Ed è qualcosa che la nostra società non incoraggia a fare. Qual è il tuo personaggio? Interpreto Giovanni, da giovane. Ci sono tre età del personaggio: quella del bambino, inconsapevole, che si diverte a travestirsi da donna, a truccarsi, ma senza percepire in questo un problema; quindi l’età dell’anzianità, quando Giovanni ha già preso la responsabilità di un ruolo che non è il suo. Io interpreto quella di mezzo, la parte dell’adolescenza, della giovinezza.. Quella più difficile, immagino, perché è la presa di coscienza di un problema… Più difficile non saprei; forse è quella con i nervi più scoperti. Lui è circondato da persone che lo vedono per qualcosa che non è, che desiderano che sia qualcosa che lui non è. Per un adolescente vivere in questo modo credo sia terribile. La mia parte di film racconta anche questo. Un ruolo quindi impegnativo, anche a livello psicologico. Come ti sei preparato? E che indicazioni hai avuto dal regista? Da cosa hai attinto per calarti in questa dimensione? All’inizio ho cercato storie di transessuali per documentarmi; ci sono splendidi libri che raccontano storie di transessuali in Italia negli anni ’50, molto belle e dolorose. Inoltre ci sono molti studi su come un trans percepisce il proprio corpo, le parti di sé, su come si muove. Il regista però mi ha invitato a non pensare tanto a questo aspetto, quanto a quello emotivo del personaggio. E mi sono reso conto che fondamentalmente quello che caratterizzava Giovanni era il fatto che lui fosse circondato da persone che lo amavano per qualcosa che lui non era. E nel film non c’è nessuno, tranne forse Lorella, una trans, che ami o riconosca Giovanni per quello che lui è. Questa è stata la chiave per entrare dentro il personaggio e l’elemento, credo, universale che può far arrivare la sua storia alla gente. Immagino avrai anche cercato di imitare Herlitzka, per riprenderne una credibilità e somiglianza… Sì, una parte del lavoro è stato quello di imitarlo, o meglio di creare qualcosa che fosse affine a quello che faceva lui. Sono stato fortunato perché, cominciando a girare la terza settimana, le prime due sono andato sul set a spiarlo, per capire come si muoveva, come parlava. E’ stato un grande onore essere accanto a lui. È un attore che mi ha sempre impressionato e che, fin da piccolo, ho sempre ammirato; ricordo ad esempio l’interpretazione di “ExAmleto”. Nel film fa delle cose apparentemente semplici, piccole, quasi inavvertibili, ma in realtà ricchissime di sfumature. È un vero fuoriclasse. Ti ha dato delle indicazioni? No, ma insieme abbiamo deciso degli aspetti del personaggio, parlandone. Un bellissimo atteggiamento il suo, di grande apertura, che fa capire il valore della persona. Dicevi che è un film necessario, come ce ne sono altri che, purtroppo, la distribuzione spesso penalizza proiettandolo in pochissime sale… E’ un film indipendente, frutto di sforzi di tante persone. A me piace vedere il bicchiere mezzo pieno, penso sia già un grande risultato che la gente a cui interessa questo film possa andare a vederlo. L’importante è che se ne parli. C’è ignoranza su certi temi, tanto per dirne una, alcune persone che hanno lavorato al film definivano questo personaggio omosessuale, quando in realtà omosessualità e transessualismo sono cose molto diverse. E quindi è giusto che se ne parli, anche perché di situazioni familiari - disastrose - come quella raccontata nel film in Italia ce ne sono tante, solo che non se ne parla. È anche un invito a prendersi la responsabilità di ciò che si è. Nel cast c’è anche Galatea Ranzi, la moglie di Giovanni da grande… Un’attrice che ho sempre ammirato. Ai tempi dell’Accademia prendevo il treno per andare a Milano a vederla negli spettacoli di Luca Ronconi. Nel film tira fuori un personaggio molto umano, vulnerabile; mi ha sorpreso, considerando che l’ho vista sempre in spettacoli pulitissimi dal punto di vista formale. Passiamo a parlare del teatro e dei tuoi studi all’Accademia Silvio D’Amico. Nel tuo triennio c’erano insegnanti che hai definito “pietre miliari”, e cioè Pino Passalacqua, Mario Ferrero, Lorenzo Salveti, Michele Monetta, e soprattutto Marisa Fabbri… La Fabbri era fantastica, perché ci buttava a recitare. Oltre a farci lavorare su personaggi che ci corrispondevano, spesso per arricchirci ci faceva lavorare al contrario, sugli opposti. Io ad esempio ho un aspetto da giovane attore, e lei mi faceva lavorare su personaggi grassi, vecchi, brutti.. Una bella sfida. Mi piaceva molto per questo aspetto pedagogico. L’Accademia insegna le basi del mestiere, ma non basta… Di sicuro non basta da sola. Ti fornisce un’ottima base, un grande bagaglio per continuare. Questo è stato fondamentale per me. Mi ha insegnato molte cose. Anzitutto tantissima disciplina, cioè l’idea che questo è un lavoro che si fa studiando, senza mai fermarsi. Poi, il modo di lavorare. Soprattutto Mario Ferrero ci ha insegnato la professionalità, intesa anche come l’arrivare sempre puntuali, il comportarsi in un certo modo alle prove. E poi l’amore per il mestiere; ci incoraggiava a non averne mai abbastanza, a non poter mai smettere, a voler sempre approfondire. Quindi un attore non dovrebbe smettere mai di studiare? Secondo me è fondamentale. Prendi ad esempio i danzatori: si allenano tutti i giorni. Anche l’attore non può smettere di allenarsi. Anche quando non si lavora bisogna continuare a cercare, a mantenersi in allenamento, a studiare. Altrimenti il lavoro si impoverisce. A me piace tenermi aggiornato, cercare nuovi maestri, continuare il viaggio. Tra le altre tue esperienze più formative, c’è stato l’incontro con Susan Batson… Un’insegnante straordinaria. L’ho vista lavorare a Roma e mi ha talmente impressionato il suo metodo che sono andato a New York per lavorare con lei. Ho preso delle lezioni private e ho seguito un master che lei realizza con attori professionisti. Mi ha fatto arrivare al cuore delle cose e per questo sento di ringraziarla. Cosa ti ha lasciato come insegnamento? La profondità. Lei parte proprio dal “cuore”, sia del personaggio che della persona umana. Una volta trovato quello, da lì ti fa costruire tutti i substrati che li compongono. Mi ha insegnato la differenza che c’è tra come un personaggio è privatamente e come è davanti agli altri. Questo ti permette di lavorare in un modo tridimensionale, cioè non più ad un livello orizzontale e piatto, ma più profondo. Insegnamenti che fanno parte del tuo bagaglio… Diciamo che cerco di mettere in pratica. Con lei ho fatto un lavoro pragmatico, in funzione di un personaggio che stavo preparando per un film di Luciano Capponi. Sono rimasto in contatto con lei e spero di lavorarci ancora. Tra i tuoi primi lavori importanti c’è stato un ruolo in uno spettacolo di Luca Ronconi quando eri ancora in Accademia… Ho avuto fortuna. Mi scelse per “Peccato che fosse puttana” di Ford, spettacolo col quale l’Accademia mi permise poi di diplomarmi, invece che col consueto saggio finale. Era uno spettacolo incentrato sull’amore tra un fratello e una sorella e io facevo il fratello, Giovanni. Ronconi aveva creato due allestimenti: il primo con attori più maturi e un cast maschile e femminile; il secondo con attori giovani, dell’età dei personaggi, e un cast di solo maschi come si usava in epoca elisabettiana. Io interpretavo Giovanni in questa seconda distribuzione. L’idea dalla quale Ronconi partiva era bellissima. Nella prima distribuzione l’incesto era visto come qualcosa di morboso, di malato, e quindi i due fratelli, considerati psicopatici, erano circondati da un gruppo di adulti che li volevano riportare sulla retta via; nel nostro allestimento l’incesto invece era qualcosa di assolutamente puro, come se fosse un amore primario, senza peccato, che diventa sbagliato per le convenzioni sociali, ma che di base non lo è. Noi eravamo una coppia di fratelli completamente inconsapevoli di quello che facevamo, circondati da un gruppo di adulti invidiosi e corrotti che ci volevano spingere verso la rovina. Oltre ad aver lavorato anche con Massimo Castri e Giorgio Albertazzi in “Quando si è qualcuno” di Pirandello, sei stato per molto tempo sotto contratto con lo Stabile di Torino negli spettacoli del regista Walter Le Moli: da “Sogno di una notte di mezza estate”, ad “Antigone”, a “Gli incostanti”. Fermiamoci su Le Moli e sul suo modo di fare teatro… E’ un regista di grande rigore e pulizia formale, ma a me diverte molto lavorare con lui quando ha poco tempo a disposizione. In quei casi tira fuori una grande creatività, istintivà. Come è successo, per esempio, con i due allestimenti di “Sogno di una notte di mezza estate” al Regio di Torino, e “Didone” a Parma, per i quali abbiamo provato con tempi brevissimi, nemmeno due settimane. Sono stati i lavori più belli. Le Moli ci buttava subito a recitare con delle idee che gli affioravano in continuazione. Idee che non aveva il tempo di censurare. Abbiamo provato anche di notte… Faticoso, ma il risultato è stato bellissimo; nel caso del “Sogno”, anche i musicisti e il direttore d’orchestra si sono prestati al gioco, sono diventati parte dello spettacolo. Parallelamente era subentrato poi il cinema, e hai cominciato a recitare in alcuni film sia italiani che internazionali… Mi piace pensare di poter fare entrambe le cose, solo in Italia esiste questa assurda e castrante divisione fra attori di teatro e di cinema. Anche se sempre di più si sta smantellando questo pregiudizio… Se vai in America trovi grandi attori di cinema che fanno ottimo teatro, e viceversa. Oppure c’è il cinema che cerca il teatro, con i casting che vanno a vedere gli spettacoli per cercare e scovare talenti. A me piace togliere le categorie, pensare cioè all’attore come attore, come interprete, indifferentemente da quello che fa. Trovo ridicolo che un attore si debba concentrare su una singola cosa, o che si pensi a una grande differenza tra un tipo di recitazione e l’altro. La differenza è soprattutto di misura. Tra i film recenti che hai interpretato c’è “Imago mortis”, un fantahorror. Che ruolo ricoprivi? È una coproduzione tra Spagna, Irlanda, Giappone e Italia, con attori in maggioranza spagnoli. Io avevo un piccolo ruolo. Il film è ambientato in una scuola di cinema, in un’epoca e un tempo immaginari, con elementi degli anni ’40, altri moderni. Ad un certo punto nell’edificio cominciano a succedere degli omicidi, dei fenomeni paranormali. Io sono uno degli studenti della scuola, un ragazzo molto sbruffone che tenta di nascondere e mascherare sotto questo atteggiamento la sua totale mancanza di talento. Fra le tue passioni c’è anche la scrittura… È vero, mi piace scrivere. È una passione che ho sempre coltivato per me stesso. Attualmente sto collaborando a due sceneggiature, ma preferisco non parlarne perché ancora è molto presto. Secondo me un attore può dare tanto ad una scrittura perché è in grado di riconoscere cosa si può dire e cosa no, cosa è “scritto” e cosa è “detto”. Può essere un aiuto, un contributo. Tempo fa ho collaborato con un regista americano che scriveva la sua sceneggiatura tramite le improvvisazioni degli attori, cioè chiedeva a noi di improvvisare delle scene e da quelle prendeva elementi. Quali sono i due prossimi film in uscita? “Visions”, un thriller classico girato in inglese di un regista italiano, Luigi Cecinelli, ma con un cast americano; e “Butterfly zone”, un’opera prima, di Luciano Capponi. E’ una commedia surreale, molto lontana da quanto ho fatto finora perché per me si tratta di un personaggio comico. La comicità è nelle tue corde? Quando feci il provino per questo film, era per un altro personaggio, a me più affine, che però era già stato preso da un altro attore. Il regista, al quale comunque ero piaciuto, mi volle per un altro ruolo. E anche se gli manifestai che quel ruolo non mi sembrava adatto a me, è riuscito a tirare fuori il mio lato buffo. È stato divertente e anche liberatorio, perché in genere invece tendiamo a mettere in secondo piano o a nascondere la nostra parte ridicola. Quella dell’attore è una vocazione, un mestiere, o cos’altro? Secondo me è una vocazione. Intanto perché fare l’attore in questo momento storico, così difficile, è eroico. Poi perché è un mestiere che, se non hai qualcosa di forte - una necessità, un’esigenza vera - da voler comunicare, abbandoni presto. Le soddisfazioni, spesso, sono talmente poche, e il sacrificio talmente alto che, se non c’è questa forte motivazione, si rinuncia a proseguire. In Italia lo si fraintende, lo si considera un mestiere legato molto al narcisismo… Sì, al mettersi in mostra. Lo si confonde nel calderone dei reality, degli show mediatici. E invece è un mestiere che si impara, che si raffina nel tempo, come un lavoro di artigianato. Bisognerebbe considerarlo una vera e propria professione, dargli la dignità di un lavoro come un altro. Secondo me l’arte è una parte imprescindibile della società, qualcosa senza la quale l’uomo diventa peggio di quello che è, senza di cui è più povero. Spesso ci si dimentica che il teatro e il cinema hanno una funzione sociale. Li si considera quasi un di più. Basta guardare alla nostra situazione italiana e ai tagli che si sono fatti alla cultura in generale. Sembra che sia un lusso che non ci possiamo permettere nei momenti di crisi. Cosa ti spinge a fare l’attore? Difficile dirlo. Lo faccio perché il cinema e il teatro mi hanno regalato qualcosa, mi hanno aiutato, e sento un desiderio di restituire ciò che mi è stato dato, e di donarlo a qualcun’altro. È la cosa più sensata che mi viene da dire. Mi piace questo lavoro quando sento che è necessario, quando quello di cui si sta parlando ha davvero bisogno di essere detto. Come nel caso del film “Aria”. Sei anche un assiduo spettatore. Che tipo di teatro prediligi? Sei uno curioso o scegli accuratamente? Non c’è una tipologia precisa. Ci sono dei registi che mi piace seguire, e determinate persone che vado a vedere perché so che fanno degli spettacoli o dei film che sono in sintonia con me, che mi fanno vibrare, mi emozionano. Però mi piace ascoltare anche le indicazioni che mi danno gli amici. A volte è anche una sorpresa, ed è bello che sia così. Cosa ti piace attualmente del teatro e nel cinema, e cosa non ti piace? Mi piace il discorso che portano avanti registi come Antonio Latella, Valerio Binasco, Raffaella Giordano, Danio Manfredini; spettacoli che raccontano qualcosa di vero. Non mi piace il fatto che in questo momento molto cinema e teatro si sta adeguando alle esigenze commerciali. Vedo tanti film realizzati in maniera che piacciano al pubblico, nel senso che sono operazioni, ce ne si accorge subito, fatte per attirare e basta; percepisci dietro un disegno non onesto. E poi non mi piace come la nostra società, il nostro governo, stia trattando male il teatro e il cinema, invece di difenderli. Dovremmo prendere esempio dai Francesi, che hanno leggi molto forti a tutela sia del cinema che del teatro. Mentre noi siamo alla deriva. Quali sono le doti che apprezzi in un attore? Dicendo anzitutto l’umiltà mi sembra di dire una cosa scontata. È facile percepire, sia a cinema che a teatro, quando un attore prevarica sui suoi colleghi, quando cerca di mettersi in mostra. Purtroppo è una cosa molto diffusa perché noi attori siamo molto narcisisti; però apprezzo gli interpreti umili, capaci di ascoltare, di collaborare. Anche perchè sia il cinema che il teatro sono lavori di squadra; se uno rema da solo, lo si capisce. Apprezzo la profondità, l’accuratezza, il contrario di tanta superficialità e di tante cose abbozzate che si vedono in giro. Mi piace un attore quando percepisco che dietro a ciò che fa c’è un lungo lavoro certosino. Apprezzo quelli che fanno un percorso lungo, approfondito, sul personaggio, sul testo. E poi c’è la creatività pura, quella fuori dagli schemi. Come ad esempio, quella di Filippo Timi a teatro: uno che non si giudica, che mette in gioco sulla scena delle cose di se stesso, senza mai vergognarsi. Lo stimo molto. Se dovessi dare un giudizio su te stesso, su cosa senti di dover migliorare, crescere? Da dove comincio la lista?… Sicuramente sono molto impulsivo, e mi preoccupo troppo. Spesso non riesco a godermi le cose, a divertirmi, mi preoccupo troppo di fare bene il lavoro. Direi che è un pregio… Sì, però a volte mi diverto poco. Mi piacerebbe essere più “leggero”, da tutti i punti di vista; mi gioverebbe.
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Inserita il 22 - 04 - 09
Giuseppe Distefano
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