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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Emanuela Galliussi: giovani attrici crescono.
Emanuela Galliussi: giovani attrici crescono.
di Giuseppe Distefano. Scappò dall’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico alla fine del terzo anno. Ma solo per qualche giorno, fingendosi malata. Il motivo? Un’audizione a Venezia con la coreografa Carolyn Carlson, all’epoca direttrice della Biennale Danza. Perché Emanuela Galliussi, ancor prima di diventare attrice, sognava di diventare ballerina. La sua grande passione dall’età di sette anni. “E’ stato il mio primo amore. E lo è tuttora”, confessa la giovane attrice friulana. Volto pulito, luminoso, che trasmette entusiasmo, Emanuela Galliussi è attualmente sul piccolo schermo accanto a Daniele Pecci e Ricky Memphis nella fiction “Crimini bianchi”. Non l’ennesima serie televisiva sui medici. La chiamano legal-medical. Con dentro, soprattutto, umanità. Una spettacolarizzazione della vita in corsia, usata stavolta per raccontare la vita e i problemi della gente comune. Qual è il tuo ruolo? Faccio la segretaria di un’associazione che cura i diritti del malato dove c’è un avvocato e due medici. E’ una fiction, finalmente, non sulla malasanità. In ogni puntata avvengono due casi di cronaca non necessariamente ospedalieri. Per me è la prima serialità lunga, con un ruolo fisso. Un’esperienza utile, come tutte, perché s’impara tanto. Tornando indietro, come andò a finire con la Carlson? Rimasi folgorata, a quindici anni, da un suo spettacolo che vidi a Londra. Lei è ciò che io definisco danza, cioè energia che si agita. Poi ebbi modo di conoscerla frequentando un suo workshop. L’aspetto curioso riguardo all’audizione fu che continuavo a passare la selezione fino ad arrivare in finale. A quel punto mi sono seriamente preoccupata perché dovevo decidere cosa fare nel caso, probabile, che mi avesse presa: finire l’Accademia e diplomarmi, oppure lasciar perdere. Decisi, pur a malincuore, di tornare a Roma per finire la scuola. Però l’amore per la danza è rimasto. Quindi volevi fare la ballerina? Sì. Ho iniziato a studiare danza moderna in una scuola di Udine. Poi ho fatto vari seminari in giro per l’Italia, e a Londra ho studiato il linguaggio contemporaneo. A 15 anni mi hanno preso alla London Contemporary Dance School, ma i miei genitori non mi hanno lasciata andare, e ho pensato che, forse, la mia strada era un’altra. E la passione per il teatro come è iniziata? Parallelamente alla danza, a nove anni ho iniziato anche a fare teatro. Dopodiché, finito il liceo, volevo comunque trasferirmi a Roma. Volevo fare l’attrice e andarmene da Udine, città dove non c’era nulla a livello professionale di quello che avrei voluto fare. A Roma arrivai molto disinvolta, facendo un provino - un monologo di Gaber e una scena a due da “Ricordo con rabbia” di Osborne - preparato senza troppo impegno. Sono entrata in Accademia convinta di voler fare solo teatro, senza pensare né al cinema, né alla televisione. Probabilmente perché a Udine mi piaceva andare solo a teatro e l’attore per me era solo colui che stava sul palcoscenico. Uscendo dall’Accademia, invece, non volevo più saperne di teatro. Ho avuto un rigetto. A cosa era dovuto? Probabilmente perché gli anni dell’Accademia sono stati molto duri. Forse perché ero molto ingenua. Tant’è che la grossa esperienza che ho fatto dopo è stata “Il bosco” di David Mamet, spettacolo autoprodotto insieme all’attore Antonio Ianniello. Uscita dall’Accademia c’è stato un periodo di panico: mi sentivo smarrita e c’è voluto un po’ di tempo prima di ritrovare la mia identità. Non avevo assolutamente idea del mondo del lavoro. Anche i primi provini sono stati come una violenza. Mi sentivo impreparata. Ho iniziato a capire cosa togliere e cosa tenere di quello imparato in Accademia. Come ne sei uscita da questo periodo? Una spinta ad uscire dalla crisi che vivevo, dove non mi riconoscevo più in un’identità precisa, mi è arrivata facendo un seminario con Michael Margotta a Roma. Mi ha aperto una via, insegnandomi che bisogna partire da sé stessi. E che non è difficile farlo. Da quel momento sono iniziate le tue prime esperienze cinematografiche e televisive… Il primo lavoro è stato con “La talpa al bioparco” di Fulvio Ottaviano, un film che mi ha dato la possibilità di interpretare un ruolo comico, un aspetto che non pensavo di possedere. Anche se sto capendo sempre di più che questa corda comica è involontaria e non riesco ancora a gestirla, sono consapevole che c’è in me. Poi è venuta l’esperienza teatrale de “Il bosco” a cui accennavi, da te autoprodotta. Com’è nata? Mi era tornata la voglia di tornare a teatro, e di farlo con qualcosa che mi piacesse. Il teatro, a differenza della televisione e del cinema, non puoi farlo se quello che metti in scena e quelli con cui lavori non ti piacciono. Per me è così. Ed è una grande sofferenza. Con Antonio avevamo voglia di lavorare insieme e amavamo moltissimo il testo di Mamet. Così ci siamo buttati in quest’avventura. Che è stata bellissima, ma anche molto faticosa perché dovevamo pensare a tutto: dall’attaccare le locandine, a chiamare il costumista, a recitare e dirigersi. Un delirio di egocentrismo non voluto, dettato dalla mancanza di denaro. Da poco tempo, sempre con Antonio e Daniele Natali, abbiamo scritto un altro testo col quale abbiamo partecipato al Premio Scenario, passando le diverse selezioni. In te, allora, c’è anche l’aspetto creativo della scrittura… Scrivevo già, ma mi vergognavo. Questo testo è nato da un periodo in cui le cose non andavano bene ed ero piena di rabbia. Rimanere in questo stato però non serve a niente. Così, a un certo punto ho deciso di convogliare tutta la rabbia in qualcosa di creativo. E ho pensato a questo soggetto con l’occasione della scadenza del Premio Scenario. Passata la prima selezione abbiamo iniziato a lavorarci più seriamente, portando il testo a venti minuti. Adesso è finito anche se ancora da ritoccare. Abbiamo trovato una produzione col Teatro Florian di Pescara, e credo che lo metteremo in scena nel 2009. Abbiamo già in mente un regista che ci piace molto. Nell’ultimo anno se stata più volte negli Stati Uniti. Cosa bolle in pentola? Due anni fa ho incontrato a Roma Susan Batson (coach di attrici fra cui Nicole Kidman e Juliette Binoche) durante un seminario. Ed è stato, artisticamente, amore totale. E’ una persona di grande semplicità e generosità. L’incontro con lei mi ha cambiato la vita, sia come persona che come attrice. Nel 2007 sono andata a New York a studiare con lei tre settimane, e a collaborare alla traduzione in italiano di un suo testo. Successivamente lei si trovava a Parigi per il suo lavoro di coach con la Binoche. Io l’ho raggiunta perché dovevo preparare un ruolo e, conoscendo la Binoche, mi propone di aiutarla con la lingua italiana in vista di un film del regista Kiarostami, che sarà girato in parte anche in Italia. Così sono rimasta dieci giorni, dalla mattina alla sera, a lavorare con loro due. Un’esperienza unica. Da quel momento in poi, su consiglio di entrambe, ho preso un agente francese e un altro a Londra. Nel frattempo sono ritornata in Italia per alcuni lavori, e subito di nuovo in America perché Susan sosteneva che potessi lavorare lì. Ho incontrato un manager che mi ha preso, ed è venuta la proposta di un regista indipendente il quale, dopo un provino, mi ha preso per un film che si inizierà a girare in dicembre. La cosa bella, che purtroppo non riscontro in Italia, è stata la chiarezza. In America, così come anche in Francia, ti dicono subito se vai bene o no per un ruolo, o dopo un provino. Non ti fanno perdere tempo, e non ti rimane la frustrazione che invece qui in Italia ti viene aspettando all’infinito la risposta e la chiamata al telefono. Quindi se tu dovessi scegliere fra l’America e l’Italia? Sceglierei dove c’è lavoro. In realtà preferisco piantare le bandierine dove è possibile: Parigi, Londra, New York. Mi piace essere un po’ zingara, ma non mi trasferirei per un anno intero solo in un posto. Fra teatro, cinema, televisione, cosa prediligi? Non vedo differenza. Ovvio che c’è una differenza, una cura diversa, almeno per quello che è stata finora la mia esperienza. Il mio approccio al lavoro, sia che faccia teatro, cinema, o televisione, è uguale. Che si tratti solo di una battuta, o del personaggio principale, il mio lavoro sul personaggio è identico. Mi ci affeziono subito anche se si tratta solo di un provino. E questo mi diverte.. Che genere di cinema prediligi? Mi piace molto quello autoriale, tipo Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Gabriele Salvatores. Mi piace vedere il regista che lavora con tutto, che ha un’attenzione all’attore, ai dettagli. Come persona come ti definiresti? Testarda sicuramente. Forse troppo sensibile. E sincera. E gli aspetti negativi? Che sono pignola, sicuramente. Lunatica. E che chiacchiero tanto. Qualcuno che mi conosce bene dice che tendo a buttarmi giù da sola, ma per gli altri so essere una buona motivatrice. Hai un modello, o più modelli, di attrice? Avendo avuto la fortuna di conoscere la Binoche, sicuramente lei, sia come persona, che ritengo aperta e disponibile, che come attrice. Ma mi piaceva già prima. Mi piace perché accetta nuove sfide con se stessa, come l’ultima, per esempio, di danzare (l’attrice ha appena debuttato a Londra come ballerina accanto al danzatore e coreografo anglo-pakistano Akra Khan, in uno spettacolo atteso a novembre al festival Romaeuropa, ndr). Come attrici italiane – più facile da prendere a modello perchè distanti - Anna Magnani e Monica Vitti. Quest’ultima per la vena comica e drammatica. Di oggi, invece, Maria Paiato e Anna Bonaiuto, perché le sento in qualche modo vicine, fruibili. Un regista con cui ti piacerebbe lavorare? A teatro con Toni Servillo, perché sarei curiosa di capire come fa lavorare il suoi attori. E poi Salvatores, Sorrentino, Garrone. C’è stato un momento in cui hai pensato di lasciar perdere di fare l’attrice? Proprio poco tempo fa. Ma fortunatamente ne sono uscita grazie a delle persone che mi sono state vicino e mi hanno aiutata. C’erano state alcune cose che non erano andate come pensavo. Esternamente erano da addebitare alla situazione italiana pesante; in realtà dipendevano da come io le vivevo. Tutte le cose che ci succedono si possono guardare negativamente oppure mettersi in un atteggiamento positivo. Volevo tornarmene a Udine a fare l’impiegata sapendo di mentire a me stessa. Questa crisi è durata un pò di tempo e mi sono spaventata perché in genere in qualche modo reagisco, o arrabbiandomi o creando. Come mi è successo, per esempio, qualche anno fa creando un brano di danza che poi portai ad concorso su Pasolini a Casarsa e vinsi. Questo ti dà l’idea quanto in realtà in questo mestiere non puoi stare seduta e aspettare che tutto ti piova dal cielo. Certo, può succedere, però devi essere anche tu a darti da fare. Se dovessi dare una definizione dell’attore, cosa diresti? Pensando a come concepisco questo lavoro, a quello che personalmente cerco di fare, direi che è ricercare la verità del personaggio. Cercarlo dentro di me e prendere da lì per darlo al personaggio. E insieme creare questa entità umana, che parla e cammina. Secondo me l’attore è un portatore di verità. Fortunatamente si ha il filtro protettivo della finzione che è la rete di sicurezza, altrimenti sarebbe un lavoro allucinante portarsi tutto il carico del personaggio che interpreti. Come può essere stato, per esempio, nel film di prossima uscita, “Keawe” con la regia di Valerio Binasco, dove hai interpretato il ruolo di una ragazza cieca…? Ho fatto fatica a calarmi in questo personaggio. Mi aveva scombussolato, e ne ho sentito le conseguenze per un bel po’ di tempo. Mio padre, in quel periodo, aveva colto che c’era qualcosa di strano in me, qualcosa di malato, e mi ha consigliato di fare delle cose normali, come l’andare a fare la spesa. E aveva ragione. Perché entrare in un personaggio con quel tipo di handicap ha significato esplorare altri sensi che normalmente non attivi. “Keawe”, come anche “Giorno 22” di F. Ottaviano, due film dove hai lavorato, non sono stati ancora distribuiti. Riflettono la situazione di molti altri film già pronti ma congelati in attesa di trovare una distribuzione. Cosa pensi di questa anomalia tipicamente italiana?? Mi piacerebbe che i film che vengono fatti soprattutto da registi esordienti, venissero distribuiti. E’ una sofferenza per gli attori ma soprattutto per i registi. Mentre un attore può continuare a lavorare con altri, per un regista è la fine. Non ha altre opportunità. Negli Stati Uniti un film è considerato finito quando esce nelle sale e non solo quando viene girato. Diversamente che da noi dove vige invece un meccanismo perverso e penalizzante. Un altro film al quale ho partecipato, “Sono viva” dei fratelli Gentili, parteciperà ad un festival a Londra, e forse dopo questo festival qualcuno se ne accorgerà. Siccome noi italiani siamo molto esterofili può darsi allora che ci sarà un’attenzione. Come è stato, se ti ricordi, per Crialese di cui ci si è accorti dopo che aveva avuto successo in Francia. In Italia abbiamo tantissimi talenti come sceneggiatori, attori, registi, ma non viene data loro la possibilità di esprimersi e di farsi notare per le capacità che hanno. Perché ti sei appassionata a questo mestiere?? Non saprei. Mi è venuto spontaneo, non è stato assolutamente ragionato. Mi piaceva e mi divertiva. Era giocare, già da piccola. Quando finivo la scuola andavo subito a lezione. Non c’era altro per me, neanche le amichette. E adesso perché ti piace?? E’ come una droga. Anche se un giorno decidessi di smettere - perché con questo lavoro vivi nella precarietà -, credo che mi smentirei subito. E’ un mestiere talmente introspettivo che ti dà la possibilità di capire tante cose di te stesso, della tua personalità, ma anche dell’umanità, della bellezza. Quindi offre la possibilità di conoscersi un po’ di più?? Sì, di conoscere la vita, gli esseri umani. Ogni personaggio in fondo racconta un pezzetto di vita, di umanità di altre persone. E c’è sempre qualcosa di te stesso. Credo che non ci sia nessun mestiere come quello dell’attore che ti faccia andare così in profondità. E, anche se vuoi, non puoi mentire. Scavando nel fondo si scopre ogni volta qualcosa, anche piccola, di te stessa. E’ un lavoro mai scontato, ma sempre nuovo, che ti lascia qualcosa. Necessariamente devi essere spinta dalla passione, ed io mi ritengo fortunata ad avercela.
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Inserita il 14 - 10 - 08
Giuseppe Distefano
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