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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Eleonora Danco al Teatro Out-Off di Milano.
Eleonora Danco al Teatro Out Off di Milano.
Intervista di Giuseppe Distefano. La casa editrice Minimum Fax, che ha festeggiato l’interprete, autrice e regista romana al Circolo degli Artisti di Roma il 3 maggio, presenterà il libro "Ero purissima" martedi 5 maggio presso la Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi a Milano. Poi, dal 12 al 17, Eleonora Danco sarà in scena al Teatro Out Off con lo spettacolo in due atti unici "Me vojo sarvà" e "Nessuno ci guarda". E’ allegra, estroversa, vitale. Uno spirito ribelle. Una furia della natura. Ama la pittura di Pollock, Bacon, Basquiat, Caravaggio; il cinema di Pasolini, di Bunuel, di Fellini; e città come Palermo, Napoli, e il Sud. Quando parla è un fiume in piena, come quando scrive. La foga della scrittura si accompagna ad un istinto per la recitazione che ha avuto fin da piccola, accanto ad un’indole a comandare nel gioco che la rendeva sempre creativa e irrefrenabile. Tutta questa energia si è poi convogliata nel teatro, che lei stessa mette in scena. E pensare che all’esame di maturità venne bocciata nel tema di italiano, ritenuta immatura proprio nella scrittura. Il suo primo testo, Ragazze al muro, risale al ’97, seguito da “Mà”, “Mignotta ’56”, “Bocconi amari”, “Ero purissima”, “Me vojo sarvà”, “Sabbia”. E, ultimo, “Scroscio – Nessuno ci guarda” che di recente ha debuttato all’Ambra Jovinelli di Roma. Ritroviamo la stessa ragazza di “Me vojo sarvà” ma cresciuta, in bilico tra precariato amoroso e precariato lavorativo, che chiede al padre i soldi per pagare una bolletta e poi va a comprarcisi un paio di scarpe da 400 euro. Una raccolta di suoi testi teatrali racchiusi nel titolo “Ero purissima” sono appena stati pubblicati dalla Minimum Fax. «Le sue storie fanno ridere e fanno male, sono crude e struggenti… Ci sbatte in faccia la disperazione e la nevrosi quotidiana delle nostre città », si legge nella prefazione del libro. Da cosa trai ispirazione per i tuoi personaggi? Ognuno ha il proprio metodo. Io devo stare sempre in una situazione di pericolo. Mi piace stare per strada e assorbire dalle nevrosi delle persone, dal loro modo di vestire e di muoversi, dalle perdite di tempo. Studio tutti in maniera istintiva, e assimilo dal ritmo della vita. E’ il mio modo di vivere. E’ una lezione che forse ho preso da Pasolini il quale diceva che nell’arte bisogna sporcarsi le mani, distruggersi anche. Nel confronto artistico col pubblico c’è il rischio poi di essere risucchiato perché un artista è una persona comunque fragile. La conferma gratifica e quindi voglio stare attenta alle gratificazioni. Quando sono costretta, nel senso che devo consegnare un testo, faccio le cose migliori. L’arte è tecnica all’ottanta per cento, il resto, se hai talento, è fortuna. Nello scrivere tieni conto dello spettatore? Sono per lo spettatore passivo, nel senso che quando guardo uno spettacolo sono vuota, ignorante, curiosa. Mi devo emozionare, altrimenti mi distraggo subito. Sapendo questo, come autrice sto sempre attenta a immedesimarmi nello spettatore, che è una cosa fondamentale. Ti ispiri molto alla pittura. In che senso? Nella scrittura, ma anche nella ricerca delle luci per la messinscena. Nella pittura non c’è psicologia. E nella scrittura come nella messinscena a me non interessa la psicologia. L’attore può averla, l’autore no. Al pubblico deve arrivare una cosa diretta capace di andare al cuore, di uscire dall’inconscio e dal conflitto. Non c’è vita senza conflitto. Non mi interessa la morale, né il moralismo. Per questo non mi interessa il teatro civile. Però mi piace un film come Accattone che parla di un tema sociale e culturale, il cui sogno del protagonista è quello di tutti, ma reso in forma poetica, che va oltre. Quanto c’è di autobiografico nei tuoi testi? La scrittura è sempre autobiografica, qualunque cosa scrivi. Diventi universale quando le tue cose arrivano a tutti, nel momento in cui sei intimo, perché nell’intimità umana c’è tutto: la violenza, la cattiveria, la tenerezza; c’è Amleto, Re Lear, Otello, Iago. Nell’animo umano c’è tutto. L’autore deve sforzarsi di trattare l’uomo contemporaneo in relazione alla sua intimità. Ci sono delle tematiche ricorrenti nei tuoi spettacoli. In “Nessuno ci guarda”, per esempio, che due anni fa ti fu commissionato da Giorgio Albertazzi per il Teatro di Roma, e ora fra i testi del libro, di cosa parli? Tratta della degenerazione e del vuoto dell’essere umano nella nostra contemporaneità. Come in tutti i miei spettacoli non dico mai cosa è giusto e cosa sbagliato, anzi vado a cogliere il lato peggiore. A volte quando si parla di periferia si lascia sempre uno sfondo di bontà, ma i personaggi che tratto sono messi in una condizione estrema. In “Nessuno ci guarda” c’è un tossicomane di 40 anni, che io chiamo “alberi che galleggiano”, in attesa della bustina di roba; e c’è un pischello cocainomane, un ventenne filofascista, figlio della televisione, e la sua fidanzatina che lavora in un bar e vuole andare a ballare. Il padre del tossico, che è un alcolizzato, lo va a cercare perché ha rubato la bicicletta del nipotino per comprarsi la dose. E’ un testo sull’attesa della felicità, perché ognuno vuole qualcosa, attende un riscatto dalla vita. In questa ricerca e attesa ossessiva, che finirà in tragedia, c’è il vuoto. Viene fuori un’astrazione poetica e violenta che non parla solo di periferia, ma di esseri umani in conflitto. Quando ti sforzi di far comprendere negli altri che c’è un conflitto e che dobbiamo imparare a gestirlo, l’arte diventa liberatoria. Sembrerebbe che tu voglia coinvolgere lo spettatore fino a farlo identificare nel personaggio. E’ questa la funzione del teatro? Sì, permettere allo spettatore di riconoscersi anche nella cosa peggiore, e quindi di sentirsi libero. L’arte non deve essere qualcosa di moralistico e di politico. Secondo me il teatro deve trattare i temi ribaltando la realtà. A me non interessa scrivere le cose come le vedono gli altri, ma come le vedo io per poi farle arrivare agli altri.
Inserita il 30 - 04 - 09
Giuseppe Distefano
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