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Due chiacchiere con il Théâtre De Poche
Due chiacchiere con il Théâtre De Poche
Il Théâtre De Poche ripropone sulla scena “I FIGLI DI MAMMMA MINNIE”.

Durante una pausa delle prove dello spettacolo “I FIGLI DI MAMMA MINNIE”, cui ho avuto l’onore di assistere, ho incontrato i cinque protagonisti: Sergio Di Paola, Massimo De Matteo, Andrea Marrocco, Peppe Miale e Laura Borrelli.
Ho avuto modo di conoscerli, artisticamente e umanamente, seguendo gli spettacoli che ognuno di loro ha messo in scena e mi è sembrato opportuno, in occasione del ritorno sul palcoscenico del testo dedicato ai fratelli Marx, dedicare maggiore spazio ed attenzione ai loro pensieri.

Primo fra tutti, Sergio Di Paola, coautore del testo insieme a Lucio Allocca nonché interprete nei panni di Harpo Marx.
Sappiamo che questo testo è stato scritto e rappresentato diversi anni fa. Eravate gli stessi interpreti di oggi?
Questo testo è stato rappresentato per la prima volta nel 2002, ma è stato scritto diversi anni prima, precisamente nel 1997/98. E’ stato lo spettacolo che ha inaugurato questo spazio, dove si raggruppavano gran parte dei soci del De Poche. Ha avuto un buon riscontro a livello di pubblico e, a distanza di diversi anni, abbiamo avuto voglia di riproporlo.
A parte Laura Borrelli ed il pianista - al tempo in cui abbiamo proposto il testo era Floriano Bocchino ed eseguiva le musiche dal vivo, oggi è Gaetano Santucci ed esegue anch’egli dal vivo -, eravamo gli stessi sulla scena ed ognuno di noi interpretava lo stesso personaggio di oggi.

Da allora sono state apportate delle modifiche nel testo o siete rimasti fedeli all’originale?
In realtà, uno spettacolo quando si riprende è difficile che segui pedissequamente le stesse cose di quello che è stato fatto in precedenza. C’è sempre qualche piccolo cambiamento. La struttura di fondo è quella; vengono aggiunte delle idee, dei momenti di improvvisazione che ci collegano, poi, al tema dei fratelli Marx. Quando andavano sul set, era una baraonda e tante cose erano lasciate all’improvvisazione. I Marx venivano dal teatro e sono stati addirittura i primi che scrivevano uno spettacolo per il teatro e, dopo averlo portato in tournee ed averlo rodato, lo trascrivevano per il cinema e lo mettevano su pellicola.

Cosa vi ha spinto, all’epoca, a scrivere uno spettacolo sui fratelli Marx?
Noi del Théâtre De Poche prediligiamo proprio la linea del teatro dell’assurdo, ossia raccontare la realtà attraverso la commedia dell’assurdo, e i fratelli Marx sono stati i pionieri di questo genere teatrale, di questo percorso. C’è alla base un piacere personale che ci ha spinto a rappresentare i fratelli Marx. Parliamo degli anni intorno al 1920-1930 di cui loro sono stati i promotori, la destrutturazione del linguaggio è stata opera di Groucho Marx, col suo “calembour” che è ancora in atto. Questo vuole essere un omaggio ai fratelli Marx e li si vuole far conoscere a tanta gente che non li conosce.

A seguire c’è Massimo De Matteo, che incarna il personaggio di Groucho Marx.
Com’è ritrovarsi, dopo cinque anni, nuovamente sulla scena insieme ai colleghi, amici e “compagni di scuola”?
Se vogliamo essere severi con noi stessi e sinceri, in realtà noi avremmo dovuto portare in scena un altro spettacolo, che ha avuto problemi di SIAE. Visto che tutto siamo fuorché disonesti intellettualmente e artisticamente, piuttosto che cercare alla rinfusa qualche testo da rappresentare, abbiamo voluto riproporre uno spettacolo che era andato benissimo ed era stato apprezzato quando l’abbiamo rappresentato qui al “piccolo” De Poche e che in realtà aveva bisogno di un po’ più di respiro e poteva ambire a quella forma più classica e canonica dello “spettacolo da palco”.
Per quanto mi riguarda, sono un persecutore di idee, di continuo, perché essendo un attore devo continuamente avere idea di come recitare parole, punti e virgole; e il problema è che questa bella idea non era mai veramente fiorita, non aveva mai avuto una forma dignitosa. Finalmente questa bella idea è diventata un bello spettacolo, perché il Théâtre De Poche non può essere vittima dello spazio ridotto ma piuttosto deve avere la possibilità di creare, nel suo piccolo spazio, belle idee e deve avere la forza, come Compagnia teatrale, di proporre il suo spettacolo con orgoglio negli altri spazi, sui palchi degli altri teatri. Riproponiamo “I figli di mamma Minnie” con la progettualità di ripresentare le nostre idee migliori, affinché non rimangano soltanto delle idee.

Questo vuole essere l’inizio per proseguire un lavoro insieme agli attori della Compagnia?
Questa è e resta una Compagnia, nonostante ognuno di noi abbia lavorato in Compagnie diverse. E’ normale che accada così; invece di rintanarci, andiamo fuori e facciamo esperienze, impariamo nuove cose e cerchiamo di portare qui dentro la nostra esperienza e di condividerla con gli altri. Questo è uno spettacolo corale, è stato il primo spettacolo costruito per la Compagnia e speriamo che ce ne siano altri. L’importanza del De Poche è che è uno dei pochi teatri che ha fatto tournee anche negli altri spazi napoletani. Questo spettacolo deve essere un segno di miglioramento: veniva fatto al De poche e aveva una sua forma; adesso è tutto ingrandito, la scena è ingrandita, ci saranno delle luci più importanti, un parterre forse più importante e più vasto; insomma, è cambiata la dimensione, si è perfezionata un’idea!

L’intervista prosegue con Andrea Marrocco, che impersona Chico Marx.
La rivediamo sulle tavole del palcoscenico. Sono anni ormai che gira “La Squadra” e che è abituato a stare davanti la macchina da presa, con tempi diversi da quelli del teatro. Come mai questo passo di ritornare sulla scena?
Se fosse stato per me non avrei mai abbandonato il teatro. In realtà, c’è stata la nascita di mia figlia che mi ha costretto a dedicarmi ad una cosa alla volta ed ho scelto quella che mi ha consentito di vivere. Così, per due anni ho messo un po’ da parte il teatro, ma mi sento facente parte della Compagnia.

Come percepisce l’emozione di ritornare sulla scena?
Questa è la vera emozione, perché registrare per le telecamere non dà alcuna emozione invidiata. E’ il teatro che restituisce l’emozione del pubblico, del rappresentare. Se fosse possibile mantenersi, io mi dedicherei esclusivamente al teatro, senza nulla togliere a “La Squadra” e alla televisione in genere. Penso, però, che soltanto il teatro, per chi ha la passione della recitazione, dia un’emozione fortissima che la televisione ed il cinema non restituiscono.

Si ritrova nel personaggio che interpreta?
Fondamentalmente no. Forse mi rivedo un po’ in lui com’è nella vita reale, ma non riscontro nulla nel personaggio che fa negli sketch. Chico Marx è uno zotico, è vestito da zotico. Lui parlava il dialetto di Brooklyn e per restituire questo senso del linguaggio, che, ripeto, doveva essere più zotico e non semplicemente “cafone” - altrimenti avrei potuto parlare in napoletano per fare il dialetto rispetto agli altri che parlano in italiano -, si è voluto dare un’impronta di campagnolo. Chico dice tante cose che possono sembrare giuste ma se “giuste” in realtà non le ha pensate, perché la maggior parte delle volte dice cose inesatte.

Giacché Chico Marx è così diverso da lei, è stato difficile inserirsi nel personaggio?
No, in realtà non ho trovato grosse difficoltà. Chico è un personaggio molto caratterizzato e, secondo me, questi sono i personaggi più facili da interpretare perché non hanno sfaccettature, sono così come li si vede.

Si procede con Peppe Miale, protagonista nei panni di Zeppo Marx.
Si rivede nel personaggio che interpreta? E’ stato difficile rappresentarlo?

Sono io, è identico a me; “bello come il sole” e brillante. A parte gli scherzi, mi rivedo molto in Zeppo anche perché è stato il primo ad allontanarsi dai fratelli Marx, sapeva di non essere all’altezza. Credo che Zeppo non avesse il talento comico degli altri e questo si evince anche nei film dove aveva sempre un ruolo marginale rispetto a Groucho, piuttosto che Chico, piuttosto che Harpo. Inoltre, Zeppo nella realtà aveva altri interessi, era un inventore. Quindi, aveva meno talento nel campo artistico, ma possedeva altre forze.

Con ciò vuole affermare che lei si sente meno talentuoso rispetto ai suoi colleghi? Come considera il talento?
Il talento è una cosa complessa ed importante, è una parola difficile da usare e, credo, ce l’hanno in pochissimi. Io non dico che ho talento, ma sicuramente ho studiato per diventare bravo! Mi rivedo in Zeppo come “figura”. Ribadisco che il talento è beneficio di pochi, poi ci sono dei grandi professionisti che imparano da avere talento ed io sono fra questi. Esiste anche il talento della volontà! Oggi si abusa della parola “talento”, che è una delle chiavi per cui c’è un problema a teatro. Il talento vero e proprio è una parola che si scrive con la T maiuscola, si acquista con la professionalità, con lo studio e con l’intelligenza delle scelte artistiche. L’abuso dell’attribuzione dello stesso a troppi artisti crea una delle problematiche attuali del teatro, ossia si pensa che tutti sappiano fare grandi cose ma non è così.

Secondo lei, da questo punto di vista la scelta di Zeppo è ammirevole?
Non so se Zeppo si sia allontanato dalla scena perché aveva capito di avere meno talento. Probabilmente, all’epoca c’era una maniera più naturale di selezione e anche all’interno di una famiglia così straordinariamente importante artisticamente, chi aveva meno era schiacciato dal talento degli altri.

Come vede questo ritrovarsi sulla scena?
Questo è lo spettacolo della Compagnia ed è qui che troviamo sufficiente soddisfazione, artisticamente parlando!

Dulcis in fundo, Laura Borrelli, interprete di Minnie Marx.
E’ la prima volta che lavora con gli attori della Compagnia del De Poche? Com’è avvenuto l’incontro artistico?
In passato ho lavorato con Sergio Di Paola per il “Progetto Pulcinella” al Mercadante e nello spettacolo “Un omaggio a Beckett”. Con gli altri è la prima volta e sono molto contenta che sia avvenuto quest’incontro, perché li seguo da tanto tempo anche come spettatrice. Sono contenta di essere io ad interpretare Minnie Marx perché, avendo lavorato con Lucio (Allocca) e Sergio, se ne parlava spesso; avevo avuto modo di conoscere il testo e mi era piaciuto.

Com’è interpretare un personaggio come Minnie Marx, estroso e complesso, a 360°? Si rivede?
Mi piacerebbe molto assomigliare a Minnie ma non sono come lei. Era una donna coraggiosa e combattiva, che ha spinto i figli per una strada difficile, quella degli artisti, e li ha preparati per affrontare quella strada. Sono ancora giovane per assomigliare a lei ma posso solo augurarmi di diventarci in futuro! Nella parte in cui Minnie racconta la sua storia da bambina, che è una trasposizione, mi rivedo in lei, nella sua tenerezza; per il resto, si cerca di esserci dentro, di essere credibile! E’ bello interpretare questo personaggio perché mi dà la possibilità di cantare, recitare e ballare. Si cresce artisticamente!

C’è un pensiero da parte sua di entrare a far parte, in modo stabile, della Compagnia?
Per ora non c’è niente in programma, ma mi piacerebbe perché mi sono trovata davvero bene a lavorare insieme ad artisti come loro.

La mia intervista si conclude e ringrazio gli attori per avermi dedicato parte del loro tempo. Sono loro a ringraziarmi e mi invitano a ritornare ogni volta che lo desideri. Abbandono la scena e sento che riprendono le prove.

Inserita il 14 - 03 - 07
Alessia Coppola
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