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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Del Teatro e degli Attori. Conversazione con Lorenzo Lavia.
Del Teatro e degli Attori. Conversazione con Lorenzo Lavia.

Lorenzo Lavia ci ha accolti al Teatro Comunale di Pietrasanta (LU) per parlare dell'adattamento di Colazione da Tiffany e del ruolo del teatro e dei teatranti oggi.

Parliamo della tua formazione.
La mia formazione inizia in modo del tutto casuale, perché il primo spettacolo che ho fatto è stato del tutto un caso, mio padre doveva debuttare con il Riccardo III e gli mancava un attore, uno dei due principi della torre, là ho iniziato e non mi sono più fermato. Anche quando volevo entrare in accademia mi hanno sconsigliato perché stavo già lavorando, chi lavora con mio padre sa bene che è una scuola già di per se. Io ho avuto la grande fortuna che mio padre mi ha insegnato tutto  durante la tournèe, gli esercizi per la voce e le letture, a mio modo ho fatto anch’io la mia scuola, ma sono un’autodidatta, come Cechov.


Hai iniziato con Riccardo III per arrivare all’ultimo spettacolo, sempre per la regia di tuo padre ( Gabriele Lavia, ndr) nel Molto Rumore per Nulla, nel 2009. Nel mezzo hai interpretato anche Moliere, Pirandello, e i grandi classici.
Ho lavorato anche con Patroni Griffi,  oltre al testo di Neil LaBute, La Forma delle Cose. Questo è un classico di Truman Capote, la riduzione teatrale è recentissima, infatti è stato sulle scene londinesi fino a pochi mesi fa.


Come ti sei avvicinato al personaggio di Paul rispetto al romanzo e al film? Non stiamo parlando di Shakespeare o di un classico teatrale, anche se Capote usa un linguaggio più impegnativo rispetto alla generale narrativa contemporanea..
Io dico sempre che, almeno per me, è come fare un incontro di box: quando fai Shakespeare fai a pugni con Shakespeare, che è un gran peso massimo, quando fai testi più contemporanei.. bisogna essere onesti: nel testo contemporaneo non si arriva mai al genio di Shakespeare o Cechov, lo dicono anche gli stessi autori, e quindi è più un fare a pugni con sé stessi.


Ti identifichi maggiormente in un personaggio come Paul  o con un Benedetto o un Riccardo III?
Io mi sento più vicino ai classici perché attraversano filosoficamente l’essere umano, qui però anche il personaggio che noi conosciamo come Paul ma viene chiamato William ( che è il vero nome di Truman Capote), è colui che racconta, è pur sempre un personaggio abbastanza facile da individuare, perché, in un certo senso, tu sei la voce del poeta, tu guardi questi tuoi personaggi che agiscono.. è un narratore: lo spettacolo inizia nel 1957 poi c’è questo suo flask back. Ad esempio il rapporto tra William/Truman e Holly/Lula Mae ( il suo vero nome) è molto chiaro per chi deve interpretare il mio personaggio perché il vero nome della madre di Truman è Lily May, quindi è abbastanza ovvio: stiamo parlando di un autore omosessuale, la proiezione di questo amore materno, la madre lo aveva abbandonato da bambino, dagli zii, dai nonni, poi ogni volta tornava, poi se ne andava di nuovo. Nonostante tutto lo amava, quindi c’è questo amore per lei molto contorto, lo stesso personaggio di Lula mae/Holly fa capire a William la sua omosessualità e quello che scriveva. “A chi interessano fiori gialli e porsche?” chiede Holly. Infatti all’inizio i romanzi di Truman Capote parlavano di queste donne del Sud sulle cappottabili Porsche, invece Holly gli suggerisce di raccontare di ciò che sa, l’ambiente di New York, le prostitute, le marchette.. infatti realizza il primo romanzo di indagine sulla società, prima di James Ellroy.


Tra i tuoi spettacoli figura un’opera particolare, l’Odissea di Matteo Tarasco, regista di Alice Lo spettacolo.
Credo che con questo spettacolo Matteo abbia fatto indubbiamente un salto di qualità, io trovo Alice un’opera importante a livello europeo, la stessa Romina ( Mondello, ndr. ) è stata bravissima, mi ha impressionato. L’Odissea è stata un’odissea vera e propria: l’opera integrale completamente a memoria. L’avevamo divisa in 10 o 15 puntate, e ogni puntata veniva replicata 3 volte, quindi mentre replicavamo l’ultima studiavamo a memoria la sesta e provavamo la terza, era il delirio. Però è stata un’esperienza fantastica e credo che a Siracusa se la ricordino ancora: eravamo diventati un appuntamento fisso, è stata veramente una festa popolare del teatro, perché coinvolgeva la città e la popolazione, e noi eravamo sicuramente una cosa nuova, alternativa. Noi eravamo stracolmi, con una grande soddisfazione, mentre il Teatro Antico era mezzo vuoto. Eravamo l’ultima ruota del carro che è esplosa all’improvviso.


Un’opera come l’Alice, o come l’Odissea, è “pronta”, adatta al pubblico italiano? Come vedi il pubblico italiano?
Il pubblico è pubblico. Anche riguardo a quella bella festa popolare che era l’Odissea.. il pubblico capisce tutto. Il teatro appunto è una festa popolare, non è una festa intellettuale. Tu mi dirai: un grande intellettuale può fare una festa popolare, che non vuol dire fare il Grande Fratello. Quello non è popolare, ma la proiezione dell’ignoranza di questo paese. Il popolare è qualcosa di importante e di sacro, infatti tutte le vecchie feste popolari erano sacre, e anche il teatro.


Rispetto al film, che utilizza due icone come la Hepburn e George Peppard, oggi, se volessimo parlare di icone c’è qualcuno che potremmo citare?
Diciamo che l’icona in Italia non esiste, possiamo parlare di icone forse solo per l’America a livello di distribuzione globale del prodotto. Però gli anni 50 e 60 sono stati gli anni più importanti del ‘900 a livello di immagine: gli anni ’50 Marilyn, mentre gli anni ’60 sono indubbiamente Audrey. Quindi potrei dirti che le star internazionali di adesso, come icone che hanno segnato un periodo storico abbiamo Marilyn che ha portato l’America dagli anni ’40 agli anni’50 ma Audrey li ha traghettati agli anni ’60.  Non a caso Truman Capote voleva la Monroe per il ruolo di Holly ma la Paramount ha dato una svolta al concetto di femminile e di bellezza. Parliamo di un grandissimo film, anche se si tratta di un tradimento del romanzo, ti proietta in una realtà nuova. In questo momento storico le icone non esistono, ci deve essere ancora un’icona ma deve portarti via da questo periodo, le ultime icone non sono persone, ad esempio il crollo del muro di Berlino ci ha portato alla fine dell’epoca moderna e adesso siamo nel post-moderno, quindi non esiste ancora un’icona del post-moderno perché non sappiamo ancora a chi rivolgerci.


Come vedi la situazione del Valle Occupato e del teatro in generale in Italia?
Ci sono molti miei amici al Valle, persone che ci credono, persone che ne hanno approfittato, chi ci credeva e ha chiuso gli occhi sapendo la verità e alcune persone che non meritano di stare su quel palcoscenico, non sarà popolare dirlo ma è la verità.  E’ diventata un po’ una moda essere dalla parte del Valle. Con Molto Rumore per Nulla avevamo iniziato un percorso, leggevamo la lettera dei lavoratori dello spettacolo … non era fare uno sciopero che danneggia le compagnie, gli spettatori e il teatro. Alla fine le persone che stanno dentro al Valle stanno diventando un piccolo circolo di potere, una piccola casta. E’ una situazione che non so definire.
Noi stiamo dormendo a Massa Carrara, dove c’è un bellissimo teatro che è chiuso perché devono rifare il tetto. E tra problemi di budget e rigonfiamenti di cifre si vedono altri lavori da fare, come una strada, una rotonda, ma tra 5 anni come si ripara questo lavoro se in un piccolo centro non vi è una grande progettualità? Perché se costruisci una rotonda la devi anche far vivere, e farla guadagnare. Allestire uno spettacolo è facile, il difficile è portarlo in giro. Io spero che si risolva al meglio anche il Valle, se c’è la purezza, anche se ve ne è poca… E’ una situazione molto strana, l’ignoranza è più facile.


Bisogna ancora indignarsi o no?
Bisogna sempre indignarsi , il dovere dell’attore e dell’intellettuale è indignarsi a priori, con ogni forma di potere, sempre. E non bisogna diventare potere, altrimenti si perde l’anima. Bisogna stare nel mercato per fare il proprio lavoro, ma essere un nucleo di potere, no. Bisogna sempre decidere per via aperta, mai per via di amicizia. Essendo nel post moderno, forse è giusta anche questa situazione di stallo, è importante perché dobbiamo ancora capire cosa siamo. Un teatro deve vivere, io sono per un teatro privato. Noi parliamo di cultura, ma alla fine il teatro che cos’è? E’ fare il pieno al tir. E’ per questo che alla fine dico questo dell’occupazione. Devi cercare di fare il tuo meglio, perché il pubblico non vuole essere fregato, l’importante è che ci sia onestà. Più che dare l’anima bisogna essere onesti. Cos’è l’onestà? E’ dire: io ho fatto il mio lavoro, di più non posso fare. Questo è onorare il proprio lavoro. Poi noi possiamo filosofeggiare, far pensare, però questo grande meccanismo vale per tutti. E’ un sistema, quello in cui viviamo, tutto sbagliato, però dobbiamo esserne consci. Noi siamo fortunati perché facciamo il mestiere che abbiamo scelto, ed è un onore portarlo in giro, dalla grande città a Pietrasanta che è un “buco”, perché il teatro senza la provincia morirebbe.  Recitare, portare gioia in un paesino qualunque dell’Italia, questo è il teatro, questa è la cultura. Io sono molto fortunato, vengo da una famiglia che mi ha sostenuto e aiutato, ma mi ha fatto vedere anche la realtà delle cose. La cultura popolare deve essere radicata sempre all’interno della società… rispetto allo scollamento dalla realtà di molte persone noi dobbiamo re incollare questo distacco e fare qualcosa di bello e incollato al reale.


Progetti futuri?
Oltre alla turnée ho un progetto con Matteo Tarasco per il futuro..


Bene, in bocca al lupo per lo spettacolo, per il futuro e grazie per questa bellissima intervista!
 Grazie a te!

Inserita il 30 - 01 - 12
Laura Da Prato
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