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Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

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Carmelo Rifici e Angela Demattè regista e autrice: Avevo un bel pallone rosso
Carmelo Rifici e Angela Demattè regista e autrice: Avevo un bel pallone rosso

L'ultimo riconoscimento è stato il Premio Eti Olimpici del Teatro: migliore regista nel 2009. Un anno proficuo per la carriera di Carmelo Rifici un regista al quale è stato assegnato il Premio della Critica per I Pretendenti di di Jeanluc Lagarce al Piccolo Teatro di Milano. Un regista al quale nel 2005 è stato dato il Premio della Critica come regista emergente. Il suo curriculum vanta già un numero considerevole di esperienze artistiche Dopo la laurea in Lettere Moderne e il diploma conseguito alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, nel 2001 mette in scena Cinque capitoli per una condanna, da L'Ultimo giorno di un condannato a morte, di Victor Hugo per il Teatro Stabile di Torino.
Si trasferisce a Milano dove dirige Tre sorelle di Anton Cechov per il Teatro Verdi e della Contraddizione. Collaboratore di Luca Ronconi, dal 2003 al 2006 il Teatro Litta lo chiama come regista residente per Il giro di vite di Henry James, La tarda ravveduta di Giuseppe Giacosa, e La Signorina July di Artur Strindberg. Nel 2003 il Festival Nazionale di Teatro di Napoli lo chiama perChie-Chan e io, tratto dal romanzo di Banana Yoshimoto, adattato da Giorgio Amitrano e prodotto dal Teatro Mercadante di Napoli e Teatro Eliseo di Roma. A Parma per il Teatro Due dirige Una notte di maggio, di Abram Yeoshua. Dirige I Giusti di Albert Camus per il Teatro di Sinalunga, in collaborazione con il TST nel 2004. Nel 2006 mette in scena La Lunga giornata verso la notte, di Eugene O'Neill (Teatro Filodrammatici di Milano). Nel 2009 Il gatto con gli stivali, Una recita continuamente interrotta di Ludwig Tieck, per il Piccolo Teatro di Milano.

Avevo un bel pallone rosso è un testo di Angela Demattè. Ha vinto il Premio Riccione per il Teatro nel 2009 .Pochi giorni fa ha  debuttato in prima nazionale  al Teatro Studio Comunale di Bolzano,(e poi in tournèe in tutta la regione, a Trento, Milano e Roma)  su commissione del Teatro Stabile di Bolzano. L'autrice ha ottenuto il riconoscimento italiano più prestigioso della drammaturgia, assegnatoli dalla giuria presieduta da Umberto Orsini. La proposta di affidare la regia a Carmelo Rifici è della stessa autrice concordata insieme a Marco Bernardi direttore artistico del TSB. I protagonisti sono Andrea Castelli e Angela Demattè. La pièce racconta la storia drammatica vissuta da una famiglia borghese e cattolica di Trento. Un padre premuroso e all’antica e sua figlia che da Margherita si farà chiamare Mara Cagol quando fonderà le Brigate Rosse. Un arco di tempo dal 1965 al 1975: dieci anni in cui la studentessa di sociologia si trasferisce a Milano, entra in clandestinità e assieme al marito Renato Curcio iniziano la loro lotta armata. Dieci anni in cui il rapporto tra lei e suo padre si dissolve sempre più e le parole che si rivolgono nel dialetto della loro città, si svuotano in grandi silenzi privi di speranza. La fine tragica con l'annuncio in televisione della sua morte in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine il 5 giugno 1975.

Il regista ci spiega le fasi di creazione della messa in scena.

Come si è avvicinato ad un testo così complesso che interseca una vicenda umana e affettiva dolorosa e la storia drammatica della nascita delle Brigate Rosse?

“Realizzare questo lavoro comportava una serie di ipotesi e problemi che dovevano essere affrontati da subito. È una scrittura in cui è difficile rimanere oggettivo per un regista ma altrettanto necessario. Il mio compito è stato quello di restituire il punto di vista dell'autrice e non il mio personale, anche se riconosco che è stato difficile poterlo fare in un'ora e quaranta, con l'intento di restituirlo pienamente. Angela Demattè è stata molto brava nel definire il rapporto tra padre e figlia e figurare il sottofondo politico. È molto interessante la caratterizzazione che fa della figura di Margherita. Sia lei che Angela sono entrambe scappate via da Trento per andare a vivere a Milano ma con intenzioni molto diverse. (Angela Demattè vive e lavora a Milano, ndr)

Cosa si prefigge di comunicare al pubblico la sua regia?

“Non una agiografia di Mara Cagol, ma l'intenzione di portare a conoscenza il conflitto generazionale tra padre e figlia. Lei mette in discussione e distrugge anche in maniera folle i valori della generazione precedente alla sua. Il dialogo tra i due è frammentato con il risultato che la comunicazione si esprime attraverso dei monologhi che prendono la forma di epistolari. Ad un certo punto le lettere di Margherita ai genitori non verranno più spedite, lasciando il posto ai comunicati delle Brigate Rosse.  Si assiste ad una spersonalizzazione del rapporto affettivo”.

Un uomo e una figlia di origini trentine. La caratterizzazione linguistica dialettale è stata utilizzata?

“Entrambi i protagonisti iniziano parlando in dialetto trentino da dove si sprigiona l'affetto provato tra padre e figlia, la matrice culturale della famiglia. Poi Margherita si spersonalizza e diventa una figura militare e non più solo una giovane donna. Il suo linguaggio si fa burocratico basato sulla comunicazione tecnica. Si viene a creare una forma di spersonalizzazione che incide negativamente nel rapporto tra padre e figlia. I due non si riconoscono più, parlano ma in realtà parlano semplicemente a noi stessi”.

Il contributo della scenografia al significato drammaturgico?

“La prima scena è composta da una stanza che rappresenta Trento, poi viene divisa da due muri pensati per spezzare la città trentina da Milano. Una terza parete è quella che crea la stanza dei sequestri. Abbiamo pensato più che ad una descrizione realistica, di crearne un'altra emotiva per rappresentare la distanza che intercorre tra vita reale e quella dei sequestri-sequestratori. Con questo allestimento però non abbiamo voluto raccontare l'aspetto ideologico. Ci fermiamo fino a quando dura il rapporto tra i due”.

Dal suo punto di vista registico come ha visto la difficoltà di Angela Demattè in quanto anche autrice, entrare nel ruolo della figlia e recitarlo?

 “Angela ha vissuto un meccanismo schizofrenico necessario quanto impegnativo per riuscire ad entrare nel personaggio e recitare come attrice, lasciando fuori il suo impegno di autrice. Lei mi conosceva come regista e l'ipotesi tra lei e Marco Bernardi, è stata quello di scegliere me per poter aiutare il testo nella sua realizzazione scenica. Lei stessa in quanto autrice ha cercato di avere il regista adatto per questo lavoro”.

Il suo impegno registico complessivo?

“Lavoro molto con il Piccolo Teatro di Milano. Lo ritengo una tappa di arrivo fondamentale della mia carriera. Dopo le prime esperienze a Torino la mia città d'adozione è diventata Milano. Mettendo in scena autori come Cechov volevo rendere solido il mio rapporto con la drammaturgia, non in senso strutturale, ma del classico legato alla tradizione del melodramma da cui arriva tutta la tradizione dell'Ottocento, il grande attore, il teatro italiano. Ho cercato di istruirmi lì. Mi sono esercitato nella palestra della drammaturgia contemporanea. Sonia Antinori ha scritto per me Buio che ho diretto per il Teatro Due di Parma, creando un rapporto tra la drammaturgia e la mia compagnia, un'associazione che si occupa di drammaturgia contemporanea e scrive per la scena. Tornando al classico dove trovi le basi, il contemporaneo è un classico in divenire”.

Questo significa non ripudiare le origini della drammaturgia anche se uno si propone di andare oltre e sperimentare nuove forme di rappresentazione?

“Puoi distruggere ciò che conosci ma non ciò che non conosci. Il superamento avviene solo attraverso la conoscenza. Così faceva Carmelo Bene. Io non cerco la trasgressione a tutti i costi, la rottura voluta. Vengo accostato come l'ultimo regista di una generazione che non ci sarà più. Mi spaventa l'idea che sparisca la regia. Sono dell'idea che non può essere cancellata. Quando non ci saranno più registi come ad esempio Ronconi, per fare questo lavoro è necessario sapere cosa è stato fatto prima di te, conoscere i registi come Strehler e studiare il loro lavoro. La tradizione è qualcosa che nasce successivamente. Anche Strehler era considerato all'inizio della sua carriera uno che faceva teatro sperimentale, innovativo, capace di rompere con il passato”.

Abbiamo parlato del ruolo di Angela Demattè ora ci descrive il rapporto con l'altro protagonista, Andrea Castelli nel ruolo del padre?

“All'inizio parlavamo due lingue diverse, poi abbiamo cercato una lingua di mezzo per cercare insieme non solo la definizione del suo personaggio ma anche di un contenitore di idee, di un tema, per riuscire a portare in scena quella tradizione di fare un tipo di teatro che non ho voluto togliere. Il testo è quasi brechtiano, rompe la quarta parete. La dinamica è quella di essere spersonalizzato ma poi ritorni ad essere anche personaggio anche se non riesci a fare a meno di quello che è accaduto”.

La parola passa ad Angela Demattè che spiega come si è documentata sulla storia di Margherita Cagol.

“Ho conosciuto entrambe le sorelle e una di loro Milena è stata anche estremamente disponibile. Ha letto il mio testo e ha capito bene le mie intenzioni. Si è dimostrata partecipe e ha sostenuto con convinzione il mio lavoro. Io non intendevo scrivere un testo politico ma puntare sul rapporto umano, e la sorella di Margherita ha ritrovato qualcosa di vero. Sono in contatto anche con Renato Curcio che sa del mio lavoro ma non lo ha ancora letto”.

Come le è venuta l'idea di scrivere questa storia?

“Nasce da molti fattori. Conoscendo le dinamiche trentine e la mancanza di paternità in tutti i sensi, ho inteso sviscerare anche un mio percorso autobiografico. Sono dell'idea che alla mia generazione sembri impossibile provare interesse e sviscerare quel mondo così distante da noi, e capire perché una ragazza trentina di buona famiglia e cattolica, potesse arrivare a fondare le Brigate Rosse. Il padre  segue un percorso di crescita attraverso l'inquietudine vissuta nel rapporto con sua figlia che viceversa sperimenta una digressione esistenziale attraverso l'ideologia. Resta un mistero come avviene il distacco tra i due, l'allontanamento affettivo ed emotivo. Esiste una timidezza strutturale e culturale in questa terra trentina e ritengo inafferrabile il perché di questa rottura. Il padre poi si ammalerà e morirà pochi mesi dopo la morte tragica di sua figlia. C'è un problema di anaffettività in questo uomo ma non è colpa di nessuno. Detto questo intendo ringraziare Carmelo Rifici per come è riuscito ad aderire al mio testo”.

L'autrice e attrice si è diplomata all’Accademia dei Filodrammatici di Milano e ha conseguito la laurea in Lettere moderne ad indirizzo Storia e critica delle arti all'Università Statale di Milano con una tesi di laurea sulla vita dell’attrice Lucilla Morlacchi. La sua carriera come attrice inizia già nel 2000, ancora prima del diploma. Nel suo curriculum sono citati i suoi ruolo sostenuti nella La Bottega dell’Orefice di Karol WWojtyla regia di Andrea Chiodi , “La festa” di Spiro Scimone, regia di Bruno Fornasari, presentato all'ENSATT di Lione, “Mela” di Dacia Maraini, regia di Andrea Chiodi, “Troiane” di Euripide, regia di Mario Gas con Lucilla Morlacchi, prodotto dall'INDA nel ruolo di Andromaca; Fedra di Racine, regia di Walter Pagliaro, con Micaela Esdra. Nel cinema ha recitato ne L’ultimo giorno d’inverno, regia di Sergio Fabio Ferrari, con Ivana Monti e nel film Et mondana ordinare, regia di Daniela Persico, per QuartoFilm.
 

crediti fotografici immagini di scena Fabrizio Boldrin

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Roberto Rinaldi
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