E ’stato uno dei volti più amati della televisione alla quale deve molta della sua notorietà, diventando subito famoso per l’interpretazione nello sceneggiato di Rai 1 “I fratelli Karamazov” per la regia di Sandro Bolchi. Diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico di Roma nel 1967, ha esordito in teatro con Luigi Squarzina e Ivo Chiesa al Teatro Stabile di Genova. Un attore scelto per la sua bravura da Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano. Stiamo parlando di Carlo Simoni, primo attore al Teatro Stabile di Bolzano, e protagonista, nel mese d’agosto scorso di “Processo a Nerone” di Corrado Augias e Vladimiro Polchi per la regia Di Giorgio Ferrara, con Paolo Bonacelli, Benedetta Buccellato, Jean Sorel. Ora sta studiando il copione del Il Gabbiano di Checov, commedia diretto da Marco Bernardi che porterà in scena in novembre a Bolzano e poi in tournée in tutta Italia. Una commedia che conosce bene per averla già recitata con Ernesto Calindri e Alida Valli diretti da Fantasio Piccoli.. Ma nella sua vita però non c’è solo il teatro. Simoni si dedica anche alla pittura con molta passione.
Considerando che Cechov è di casa al Teatro Stabile, scegliere il Gabbiano nella sua maturità artistica, la soddisfa?
“E’un testo di generazioni dove sono a confronto le diverse età, si parla anche del concetto dell’arte del teatro. Il mio personaggio è lo zio Sorin, nella cui casa di campagna, si svolgono tutti gli avvenimenti, un uomo che ti fa capire l’ironia della vita, lui che ha vissuto per 28 anni in un ufficio giudiziario ora che è in pensione, si accorge di non aver veramente vissuto, e sogna ancora di poter vivere i piaceri della vita. E critica con affetto e ironia quello che lo circonda. Un’esperienza interessante perché mi da la possibilità di interpretare un personaggio dal carattere leggero che lentamente invecchia e che nonostante la malattia rimane caparbiamente, e un po’ infantilmente attaccato alla vita.
Di Cechov avevamo già fatto “Il Giardino dei ciliegi” (spettacolo del Tsb ndr) ed è un teatro naturalistico che sentiamo, come si dice, nelle nostre corde. Marco Bernardi ha una grande esperienza e in questo spettacolo ha creato un clima fatto di rarefazione umana composta di frammenti di psicologia che raggiunge la poesia.
Con il Tsb è un legame che nasce nel 1993 e continua con successo. Un bilancio di questo sodalizio?
“Assolutamente positivo, sia artistico che umano. Patrizia Milani, è un’ attrice molto preparata, dotata di un forte talento naturale, una dolcezza e una e sensibilità spiccata, un’ interprete duttile e raffinata. Abbiamo una forte affinità artistica e d’amicizia. Un’unione artistica che ci ha dato tantissime soddisfazioni in tanti spettacoli fatti assieme.
Marco ci dirige con attenta e scrupolosa intelligenza. In ogni spettacolo ci da la coscienza di aver cercato e creato al massimo del nostro impegno il rispetto per l’autore. Cerchiamo nella recitazione sempre l’essenza della verità del pensiero del personaggio, cercando di arrivare al pubblico nel modo migliore per essere naturali e credibili".
Una vita per il teatro ma nella sua vita artistica c’è stato anche un grande amore per la televisione. Le manca?
“Ho recitato molto in televisione senza mai lasciare il teatro. La mia carriera è decollata grazie al piccolo schermo. Ho fatto Il Mulino del Po, Madame Bovary, Leonardo da Vinci, Napoleone a Sant’Elena, Balzac, Il ritorno di Casanova. Ho lavorato con registi come Sandro Bolchi, Daniele Danza, Renato Castellani, Franco Enriquez, Aldo Trionfo, Eros Macchi, Tino Buazzelli, Mario Missiroli, Luca Ronconi. Ero il più giovane e tutti mi hanno insegnato. Come attore ho imparato e la televisione mi ha svezzato. L’ho sentita come una mamma e orfano quando non si è più fatta, non per la notorietà ma perchè in televisione si recita in modo diverso rispetto al teatro. Ho rifiutato dei contratti che non reputavo qualitativi. Il teatro però non tradisce mai, è la vita vera. Gli ho dato più importanza perchè chiede più fatica, più sacrifici, ma provi più soddisfazione. La vita di ogni attore teatrale ha un grande valore, perchè il nostro è un mestiere eccezzionale, è un rito che si fa tra le due parti: gli attori e gli spettatori. Il teatro è impagabile, irripetibile,è vita mai eguale e si arricchisce sempre”.
Un talento per il teatro ma forse non tutti conoscono un altro suo talento: quello della pittura. Una sua personale “Mito e seduzione”è allestita al Museo della Fondazione Marino Marini di Pistoia. Cosa significa per lei essere pittore?
"Sono sempre stati due talenti indispensabili. Sento sempre la necessità di esprimermi in tutte due le forme. Fin da bambino avevo l’istinto di dipingere e prima di diventare attore ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Roma. Per me dipingere significa non staccare mai con il pensiero, anche se poi l’atto creativo è istintuale come un atto d’amore. La scelta della forma e dei colori è una tensione fortissima, un linguaggio estetico del sentire. Tolgo quello che non sento in un bilanciamento dinamico. Per me il quadro è come un’opera musicale deve avere la sua armonia, dalla doppia, tripla lettura. Aggiungo cose che non mi spiego, che non so decodificare, ma altri in futuro potranno capire. Mi sento come un radar che capta sensazioni e cerca di esprimerle, codificarle. Quello che faccio è contemporaneo, non è ancora codificato, nemmeno da me. Dipingere è pura libertà espressiva. E il lavoro dell’attore, mi ha dato l’occasione per capirmi meglio. Riesco anche a vivere una vita normale per restare in equilibrio, antitesi della mia psiche piena di pulsioni. Io sono un “fatto” diventato “uomo” per sorvegliare e stare attento a me stesso.
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