Alle origini del mito di Medea - intervista all'attore Emilio Vacca
intervista a Emilio Vacca, fra gli interpreti di “Studio su Medea” del regista Antonio Latella
Ha sempre avuto la passione per il teatro. Fin da piccolo. E per alimentarla, a 15 anni, si iscrive a Napoli, la sua città, ad uno dei tanti corsi di teatro che però abbandona presto. “Mi ero buttato senza sapere che cosa fosse il teatro, e che cosa mi interessasse realmente. Sapevo soltanto che volevo fare l’attore. Questa esigenza credo che sia maturata come sfogo alla vita. Come l’aver trovato dei canali congeniali per le cose che assorbivo per poi riuscire a buttarle fuori, a trasmetterle, a scaricare tutta questa energia”. Frequenta un laboratorio con Pierpaolo Sepe al Teatro Nuovo, segue una breve apparizione nell’Edoardo II, quindi a 18 anni tenta il provino allo Stabile di Genova e alla Paolo Grassi di Milano, ma senza esito. Continua intanto la collaborazione col Teatro Nuovo, dove conosce il regista Antonio Latella ad un laboratorio per I Negri di Genet, diventato poi uno spettacolo al quale partecipa nella parte del servo di scena. Da allora entra nel gruppo del regista. Ed oggi, Emilio Vacca, giovane attore napoletano di grande talento, che possiede la semplicità dell’immediatezza, è uno dei quattro interpreti di Studio su Medea, spettacolo tra i più innovativi, spiazzanti, potenti, degli ultimi anni, ancora in tournèe al Teatro Margherita di Caltanissetta, il 18 gennaio, nell’ambito di Rossofestival, la rassegna teatrale curata da Emma Dante.
Sulla scena Emilio Vacca è Alchimenes, accanto a suo fratello maggiore Medeios. Sono i due figli di Medea nella messinscena di Antonio Latella. Vive il suo ruolo con la consapevolezza di compiere ogni sera un viaggio interiore. Intimo, personale. Col pubblico coinvolto allo stesso livello. Per quasi tutto il tempo della rappresentazione sta in scena nudo, come gli altri interpreti. Una nudità significativa, emblematica, indispensabile, e per niente gratuita. E’ un eden primordiale di nascita e di scoperta, di evoluzione della specie e della civiltà, dove si innescano le dinamiche relazionali della coppia e della famiglia: il desiderio e la violenza, il potere del maschio, la sopraffazione sulla donna, i rapporti civili, l’educazione dei figli. . E di famiglia si “parla” in questo spettacolo che della tragedia di Euripide ha conservato ben poco. Una lettura depurata della parola per risalire alle origini del mito e farne una drammaturgia di immagini e movimenti, una ricerca gestuale ed emotiva, di pulsioni ancestrali che affiorano sul corpo dell’attore. .
Come avete lavorato con Latella per far venire fuori queste due figure che nell’originale di Euripide o non compaiono affatto o sono due apparizioni fugaci di bambini?
L’unico appiglio a livello drammaturgico che ci ha aiutato, oltre alla lettura che ognuno di noi ha fatto secondo le proprie esigenze, di tutti i testi su Medea - da Euripide, a Seneca ad Alvaro, fino anche alle Argonautiche che rappresentano l’origine del mito -, è stata la lettura della Medea di Jahnn, scrittore tedesco, contemporaneo di Brecht. Qui i figli sono raccontati come due ragazzi nell’età in cui si sta per diventare adulto.
Qual è stato il metodo usato dal regista?
Per la costruzione del personaggio Latella generalmente pone delle domande all’attore. In questo caso non è stato così, ma piuttosto un’operazione più intima, direi sentimentale: riprovare cioè sentimenti ed emozioni che riguardavano il nostro essere bambini. Come per esempio nella prima scena dove siamo appena nati e veniamo allattati da nostra madre (Medea è interpretata dall’attrice tedesca Nikole Kehrberger, ndr). Per farci recuperare quella piccolezza Latella ci ha condotto attraverso l’improvvisazione. Ci diceva di pensare, ricordare, immaginare. Quasi un attività da psicologo, anche se non era questo. Nel lavoro con mio fratello Medeios (l’attore Giuseppe Lanino, ndr), c’è stato anche un rapporto di maggior complicità, come quella di due fratelli. Un po’ meno interiore e più esteriore.
C’è stato un momento particolarmente difficile?
Si, tanti. Non solo con Giuseppe ma anche con Nikole e con Michele (l’attore Michele Andrei, nel ruolo di Giasone, ndr) perché - non tanto ora, ma all’inizio delle prove - lo stare nudi in scena per un tempo lungo, non era immediato e facile. Oltre alla difficoltà di relazionarsi c’è stata quella di dover aprire delle zone dentro di sé, riaprire delle ferite e richiuderne delle altre, che riguardavano oltre il mio percorso d’attore, quello di Emilio come persona. Ho cercato quindi di creare una barriera affinché non fossi sovrastato dal personaggio, dalla storia, dalla violenza fisica, emozionale, verbale.
Nello spettacolo pronunciate pochissime parole. Poi la parola esplode in un momento particolarmente violento in cui insultate vostra madre…
Scarichiamo addosso a lei delle parolacce, ma subito dopo pronunciamo i dieci comandamenti. Quel momento rappresenta il ritorno verso nostra madre, il riconoscimento di una istituzione, di un ruolo. I comandamenti sono un po’ come l’abc che ci hanno insegnato sin da piccoli. Quando lei comincia a pronunciarli dopo essere stata attaccata dalle nostre invettive, è come se ci facesse ritornare di nuovo bambini. Dal riconoscerla inizialmente come l’eroina, colei che ci culla e ci nutre, passiamo a rigettarla. Crescendo c’è il rifiuto di essa, dell’altro sesso, e contemporaneamente l’accettazione del sesso uguale, di nostro padre, del ruolo, dell’istituzione, del potere. Quando poi nostra madre comincia a ricordarci da dove veniamo, di cosa siamo fatti, che non siamo nati per la violenza, né per andare a fare la guerra, a quel punto ritorniamo a lei e ci scontriamo con nostro padre nel quale vediamo colui che ci ha ingannato.
In questo spettacolo sembra condensarsi l’essenza del vivere dell’uomo…
Vi si può leggere il nascere, crescere e vivere la vita con le persone a noi care, con le difficoltà che si possono avere nella famiglia. Lo spettatore credo che rimanga intimamente coinvolto, perché lo spettacolo tocca dei tasti molto intimi, personali, sia per noi che stiamo in scena, sia per il pubblico.
Qual è per te il senso di fare teatro?
Col passare del tempo credo che continui a cambiare. Inizialmente c’era la necessità di raccontare e raccontarmi personalmente, quindi un motivo molto egoistico. Man mano è diventata una necessità, del mio stare nel mondo. Se c’è ancora un mezzo che può raccontare qualcosa di diverso da quello che vediamo in televisione - uno dei meccanismi più perversi nella società di oggi – questo è il teatro, che resta ancora qualcosa di piuttosto pulito. Dico piuttosto perché c’è il rischio che anche questo si sporchi.
Dipende da che tipo di teatro fai, in che mani di regista ti metti…
Esattamente. A me non interessa fare teatro per intrattenere il pubblico, ma per far pensare. Forse questo è il motivo principale per cui oggi faccio l’attore: riuscire io a pensare, e far pensare le persone che condividono con me il teatro. E’ bello partecipare i pensieri, raccontarsi delle cose, descrivere un testo, parlarne, cercare i motivi per cui quel testo è nato.
Si può dire che il teatro aiuta a crescere, a migliorare la persona che lo fa e chi lo vede?
Per me che lo faccio sicuramente. Non so se mi sento migliore però sento che è bello quello che faccio, mi piace, ci sto bene. Un attore non è come il pittore che si chiude nella sua stanza a dipingere; o il musicista, che può studiare il proprio strumento. L’attore per lavorare ha bisogno di stare sulla scena, con altre persone. Quindi credo che lo strumento più idoneo per far si che l’attore cresca, sia quello di attingere dalla vita. E la vita non è dentro il teatro, ma fuori. Più vivi e fai esperienze, più grande diventa il tuo bagaglio. Che poi riporti sulla scena. Come vedi si ritorna sempre lì.
Giuseppe Distefano