Le Centre International de Créations Théâtrales presenta al Teatro Verdi di Salerno venerdì 18 e sabato 19 aprile (ore 21), Sizwe Banzi est mort di Athol Fugard, John Kani et Winston Ntshona, adattamento francese Marie Hélène Estienne, con Habib Dembélé, Pitcho Womba Konga. La regia è di Peter Brook, le luci di Philippe Vialatte, le scene di Abdou Ouologuem.
Interpreti: Habib Dembélé e Pitcho Womba Konga.
"Un autentico momento di teatro - spiega Peter Brook - non può accadere che al momento: né ieri né domani. Il pubblico è sempre presente. Questo aspetto funzionale distingue il teatro dalle altre forme d’arte".
"Il teatro delle township del Sudafrica - continua Brook - è un esempio prezioso di quanto l’immediato può dare al teatro. E’ nato dalla vita, per strada, in città che non sono come le altre, le township, i ghetti creati dal sistema dell’apartheid. Questo teatro ha una natura ben precisa, ciò che da esso è emanato in passato ci colpisce ancora oggi per la precisione della satira, ahimè premonitrice".
Dopo essersi confrontato con il Grande Inquisitore tratto da Dostoevskij, il regista inglese di nascita, ma ormai francese di adozione, torna ad un tema a lui caro - il teatro delle townships sudafricane - e porta in scena Sizwe Banzi est mort, testo emblema di un preciso tipo di drammaturgia e di una precisa idea di fare teatro.
Di che drammaturgia si tratta? Appunto del teatro delle township, che nasce in un determinato contesto, quello del Sud Africa dell’apartheid, per merito di ben precisi individui, i neri costretti in uno stato di oppressione e segregazione, e con una precisa funzione: raccontare.
Quella di Athol Fugard è innanzitutto parola raccontata. Eppure tale narratività va di pari passo, convive e coesiste, con la rappresentatività. La parola non è solo recitata ma profondamente sentita. Il gesto non è solo accennato ma perfettamente compiuto. Il testo non è solo portato sulla scena ma realmente vissuto. Vita e arte finiscono per incontrarsi, per coincidere.
Un uomo torna a casa e racconta ad un pubblico le sue vicende, le violenze e le umiliazioni subite. Prima sua moglie, poi i suoi figli, la sua famiglia, i vicini, l’intero paese. E questa storia, la storia di un singolo, diviene ben presto una storia condivisa, la storia di un’intera comunità che ha vissuto direttamente o indirettamente le stesse esperienze. E magicamente i contorni della verità sfumano nella fantasia, il racconto va a confondersi con l’invenzione, la vita con la commedia, con il teatro. Perché dal dolore e dall’umiliazione nasce la voglia di riscatto, la voglia di continuare a vivere, il desiderio di andare avanti. E l’ironia, il riso e il canto sono l’unico mezzo per non soccombere in un mondo tanto duro.
Questa è la favola e questa è la storia vera di Sizwe Banzi, un nero senza passaporto, costretto a morire per nascere a nuova vita, costretto a scendere nell’inferno della periferia urbana per prendere i documenti e l’identità di un morto come tanti, trovato in un vicolo come tanti.
Eppure la vicenda pirandelliana non è che il pretesto per raccontare non una ma mille storie, le mille storie di altri mille neri alla disperata ricerca di un passaporto per la felicità, di una nuova diversa vita, che faccia dimenticare agli altri la propria condizione, ma non faccia dimenticare a loro stessi la propria identità.
E così Peter Brook finisce per raccontare una vicenda ancor più attuale, la vicenda delle periferie della sua Parigi, alla ricerca di un fragile equilibrio, alla ricerca di una fragile consapevolezza.
Ma Sizwe Banzi est mort è, come precisato, anche testo emblematico di un certo modo di fare teatro. È il modo artigianale e concreto di un ciabattino del teatro, qual è Peter Brook, grande vecchio che ha avuto modo di confrontarsi con forme diverse di rappresentazione, da Shakespeare alla lirica, da Cechov a Beckett, senza tuttavia mai dimenticare che il teatro è innanzitutto un attore che recita per uno spettatore. Per tornare a tale fisicità, per tornare ad una rappresentazione che sia fatta realmente di sangue, sudore e sputi, il regista inglese attinge alle fonti stesse della drammaturgia popolare, e porta in scena uno spettacolo d’autore, scritto da attori. Athol Fugard è infatti affiancato nella stesura della sceneggiatura da John Kani e Winston Ntshona, due attori sudafricani che lui stesso aveva fatto esordire in The Island.
Il testo, adattato in francese da Marie-Hélène Estienne, viene rappresentato in uno spazio vuoto, uno spazio che ricrea la desolazione di una realtà senza speranza, in cui due soli attori riescono a ricreare un’intera comunità. Merito dell’incredibile presenza scenica e della carica di Habib Dembélé e Pitcho Womba Konga, i due protagonisti già scelti da Brook nel 2004 per Tierno Bokar. Guardandoli recitare, guardandoli muoversi sulla scena vuota, guardandoli cambia-re corpo, voce e identità ad ogni passo si comprende realmente che cosa significhi tornare ad un teatro artigianale, un teatro che non ha bisogno di macchinari scenici o di effetti speciali, ma che ricorre unicamente al valore profondo della parola, del gesto e dell’espressione per comunicare con il pubblico.
Inserita il 11 - 04 - 08
Fonte: Maria Cuono
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