La coraggiosa scelta del Teatro Nuovo ha eletto Platonov degno successore dell’apprezzatissimo Enrico IV. Proponendo un testo appartenente alla drammaturgia cechoviana, il palco veronese più apprezzato dalla cittadinanza sfida la tradizionale diffidenza nei confronti del romanzo russo.
La struttura stessa di quest’opera originariamente “senza titolo” ricalca infatti le grandi tematiche della letteratura russa: solitudine, abulia, desolazione, noia. Un fardello non trascurabile per il regista Nanni Garella, che è riuscito nell’impresa socratica di far partorire all’opera stessa uno spettacolo teatrale: con un netto guadagno di vitalità.
L’ambientazione è facilmente immaginabile: una periferia abitata da reduci di guerra, pseudo intellettuali infarciti della filosofia comunista, fantasmi ideologici post bellici. C’è poco da star allegri, ma non è l’ilarità a tener vivo l’interesse dello spettatore.
Si crea infatti una sorta di vicinanza psicologica che mette in luce come i drammi interiori dell’essere umano accomunino la più vasta pluralità di personaggi: un maestro elementare, una vedova squattrinata, una giovane coppia di sposini, una studentessa naif, un assassino, un militare. Tutti avrebbero qualcosa per cui essere felici ma tutti si lasciano dilaniare da un’insofferenza che annienta qualsiasi spiraglio di serenità. Nessuno è contento di se stesso, nessuno può dirsi realizzato, nessuno si è mai davvero messo in gioco alla ricerca della felicità.
Ed è questa miseria umana che assopisce l’entusiasmo dello spettatore che in una splendida serata invernale si reca a teatro: un velo di tristezza compassionevole appesantisce le aspettative e quasi ci si rassegna ad un finale decadente.
Come in ogni grande rappresentazione, però, accade qualcosa d’imprevisto e lo spirito ribelle guizza fuori dalla fiumana informe del qualunquismo per porre fine all’inettitudine: Platonov non è un eroe negativo, diviene fantoccio del fallimento umano ed esposto al pubblico biasimo. Un’agonizzante grido che invoca il rifiuto di un’esistenza squallida ed il diritto a rivendicare la propria felicità.