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Speciale Spoleto 2011: il festival dei due volti
Speciale Spoleto 2011: il festival dei due volti

C’era una volta il festival di Spoleto, quello di Menotti, manifestazione nata dal genio di un artista che, forte anche di un periodo sicuramente propizio alla diffusione della cultura e del loisir quale quello dell’incipiente boom economico dei primi anni ‘60, ha saputo affermarsi a livello internazionale come poche altre sono state in grado di fare.
Ciò che caratterizzava quel festival era che esso era per tutti: dalle grandi masse che affollavano le vie di Spoleto al solo scopo dell’intrattenimento serale estivo e che giungevano da buona parte della regione, alla borghesia abbiente del centro-nord che per due settimane seguiva in numero cospicuo gli eventi con una presenza stanziale, agli appassionati di arte che attendevano impazientemente qualche appuntamento  particolare (erano soprattutto le opere liriche ad attirare il grande pubblico) e che costituivano una fetta rilevante del successo della manifestazione, a chi, come ad esempio i ragazzi al termine degli impegni scolastici, vedeva in esso un semplice momento di stacco dalla routine del resto dell'anno.
Di quel festival, oggi, molto non c'è più. Le grandi masse hanno abbandonato Spoleto - complici anche i tempi che cambiano, che tendono ad atomizzare la società svuotando feste popolari, teatri, piazze e, il che è tutto dire, perfino gli stadi - lasciando desolatamente semi-vuote le vie del centro anche nei fine-settimana. Dal canto suo, la borghesia del centro-nord non è che si sia ritirata (anzi, essa rappresenta ancora una presenza sicuramente rilevante), ma i numeri di qualche decennio orsono costituiscono solo un lontano ricordo. Quanto alle folle di appassionati che seguivano gli spettacoli, sono in parte rimaste, ma hanno anch’esse subito una trasformazione tipologica, dovuta probabilmente al caro-prezzi, che ha fatto sì che gli appassionati lasciassero il posto agli intenditori veri e propri, con conseguente inevitabile ridimensionamento delle presenze.
Tutti fenomeni, insomma, ai quali non era e non è possibile porre rimedio, essendo da mettere principalmente in relazione, come detto, a dinamiche sociali che coinvolgono abitudini e costumi. A ciò però si aggiungono da alcuni anni delle scelte artistiche che risultano discutibili, e che stanno sottraendo il festival alla grande tradizione internazionale e di eccellenza che gli era propria, connotandolo in modo più provinciale e di livello decisamente non eccelso.
Giorgio Ferrara ha avuto senz'altro  il merito di prendere il comando di una nave che affondava in un momento quantomai critico, quello susseguente alla gestione di Francis Menotti (il quale, va detto per dovere di riconoscenza, oltre ai limiti possedeva anche dei pregi), e gli va dato atto di aver reso indolore un momento di transizione con delle edizioni - quattro per l’esattezza con quella in corso - caratterizzate da indubbi elementi di interesse e da un livello sicuramente dignitoso, stante l’ulteriore elemento, da non sottovalutare, della riduzione dei fondi destinati alla cultura in Italia.
Ciò però non basta a riportare il festival ai fasti che gli competono. Si prenda ad esempio l’edizione di quest’anno, il cui filo conduttore è sembrato essere, oltre alle commemorazioni in occasione del centenario della nascita di Gian Carlo Menotti, il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Eccellente l’idea, il sottile meta-messaggio di stampo registico, di proporre due filoni netti e distinti che abbordassero l'argomento: da un lato la difesa incondizionata del carattere unitario, dall’altro la messa in luce di quelle iperboli ideologiche, financo mitologiche e in ogni caso coercitive di un’unità d’Italia storicamente più ostentata che appannaggio del reale (si veda lo straordinario spettacolo di Marco Baliani Terra promessa - Briganti e migranti, che ha appunto evidenziato il carattere coloniale dell'annessione del Meridione da parte del Regno sabaudo), a cui però non è seguito un programma all’altezza della tradizione del festival, con spettacoli sovente costruiti, anzi a volte forzatamente assemblati, su un’idea concettuale pure in linea di principio valida, ma la cui resa scenica è risultata scadente (vedasi l'interminabile teoria di spettacoli sul format voce-musica); con scelte di location non di rado inappropriate, come ad esempio l’abuso di un palcoscenico storico e da sempre riservato ai grandi eventi, in particolare di danza, quale quello del Teatro Romano, che ha visto invece andare in scena spettacoli di livello mediocre; con evidenti lacune settoriali quale la totale, e imperdonabile, assenza di teatro performativo (la cui presenza era invece immancabile nelle gestioni Menotti) e sperimentale (quest’ultimo lasciato nelle mani di due enti di formazione teatrale, il Cut di Perugia e l’Accademia “Silvio D’amico”, a cui si è oltretutto avuta l’impressione che non sia stata concessa la fiducia che gli spettacoli proposti meritavano); con un cartellone di danza, da sempre regina del festival, quantomai scarno.
Insomma un festival che presenta ogni anno degli spunti di interesse, ma che deve ancora lavorare non poco per ritornare all’auge dei tempi che furono.

Inserita il 08 - 07 - 11
Alessandro Samsa
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TAG: spoleto


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