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Speciale Spoleto 2011: archiviata un'edizione a luci e (molte) ombre
Speciale Spoleto 2011: archiviata un edizione a luci e (molte) ombre

Si è conclusa con il consueto suggestivo Concerto in piazza - quest’anno interamente dedicato a Giuseppe Verdi in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, con una suite di famosi brani orchestrali e corali dal titolo Viva l’Italia - la 54ª edizione del Festival Dei Due Mondi, edizione che verrà ricordata per scarsità di contenuti e idee, attenuata solo da alcuni sussulti costituiti da rappresentazioni degne di lode (delle quali abbiamo riferito nei giorni scorsi), che obbligano a non considerarla nel complesso un'edizione fallimentare.
In un’affollata conferenza stampa di chiusura, il direttore artistico Giorgio Ferrara, giacca rosa delle grandi occasioni e Alessandra Ferri al proprio fianco nelle vesti di collaboratrice per il settore danza, ha esposto le cifre di un festival che, nonostante tutto, risulta essere in crescita, stante un aumento delle presenze rispetto al 2010 - circa 50 mila, per un incasso di 700 mila euro, sebbene con 40 rappresentazioni in meno rispetto all'anno precedente -, un’accresciuta visibilità mediatica, nonché la presenza, negli ultimi anni in flessione, di personalità dello spettacolo e della politica, tra le quali spicca quella del presidente della repubblica Giorgio Napolitano al concerto di chiusura.
Per quanto concerne le anticipazioni sulla prossima edizione, Ferrara non si è sbilanciato, preannunciando comunque, oltre alle date (29 giugno - 15 luglio 2012)  la messa in scena di un’opera di Mozart con libretto in italiano (le possibilità si restringono pertanto a Don Giovanni, Così fan tutte e Le nozze di Figaro, con voci di corridoio che attribuiscono qualche punto in più a quest’ultima) affidata a un’orchestra giovane, per la direzioine di un direttore di fama mondiale. Confermate anche le indiscrezioni apparse sulla stampa di contatti avviati con Mikhail Baryshnikov per portare a Spoleto la sua ultima produzione.
Al di là dei bilanci ufficiali e degli apprezzamenti formali, inevitabilmente di circostanza, che in questi giorni ridondano sui media locali e nazionali, un'analisi obiettiva e da una prospettiva settoriale non può non generare delle riserve sulla qualità degli spettacoli proposti nell'edizione appena conclusasi, sui quali già nei giorni scorsi abbiamo avuto modo più volte di soffermarci, che mettono in evidenza dei veri e propri buchi di programmazione, relativi principalmente a un teatro performativo e di ricerca del tutto assente (mentre esso ha segnato sin dalla nascita la cifra artistica della manifestazione) e alla danza, anch’essa tradizionalmente regina del festival, il cui primo spettacolo è andato in scena appena due giorni prima della conclusione.
Da segnalare inoltre la ripetitività di un format, quello delle letture accompagnate dalle musiche, che, oltre a non addirsi a un festival con siffatte caratteristiche (cosa ammessa dallo stesso Ferrara in conferenza stampa in uno dei rari slanci di autocritica), ha visto andare in scena spettacoli dalla scarsa, se non nulla, resa teatrale, con relativa disaffezione di un pubblico che, in alcune occasioni, non ha fatto nulla per nascondere il proprio malcontento abbandonando la platea (emblematico lo spettacolo su Pasolini di Claudio Santamaria, con un Teatro Romano svuotatosi per oltre la metà prima del termine).
A precise domande rivolte in conferenza stampa da noi di Teatro.org e da altri colleghi di testate specializzate, le risposte sono apparse balbettanti, quando non assenti del tutto. Ferrara ha affermato che, per ciò che concerne il teatro di ricerca, se ci sono proposte per le edizioni a venire verranno prese in considerazione, ma che non si ritiene certo del fatto che il Festival abbia bisogno di cambiamenti. La sperimentazione, caratteristica pecipua delle gestioni Menotti? "Erano altri tempi". La Ferri si è dal canto suo trincerata dietro una generica difficoltà a gestire fondi limitati al fine di una programmazione articolata, con la conseguente necessità di privilegiare la qualità a scapito della quantità. Risposta che avrebbe anche ragione di essere, se non fosse che la qualità degli spettacoli di danza osservati - Corella Ballet a parte -  induce a nutrire delle riserve anche su questo punto.
Un Festival insomma a un bivio: privilegiare un’indole che storicamente gli appartiene, quella dell’innovazione e della sperimentazione, oppure consegnarsi di nuovo a quel diktat del botteghino che era stato una delle cause, forse la principale, del fallimento delle gestioni anteriori.
A noi piace sperare che i barlumi di qualità visti in questa edizione costituiscano il germe di una crescita che riconduca Spoleto ai fasti che gli erano propri e che gli spettano di diritto. Per farlo, però, occorre coraggio, virtù che Gian Carlo Menotti possedeva in quantità industriale e che pare invece non appartenere alla gestione attuale.

Inserita il 11 - 07 - 11
Alessandro Samsa
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TAG: spoleto


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