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I diari di un viaggiatore

I Diari di viaggio di Francesco Rapaccioni. Quando un diario diventa poesia.

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Passaggio in India: Delhi, Agra, il Rajasthan, Mumbai
Passaggio in India: Delhi, Agra, il Rajasthan, Mumbai

"Più di ogni altro paese l'India ti rimane dentro e, ad andarsene, si prova una strana forma di nostalgia".

Una nostalgia percepibile anche dalle (numerose) foto che hanno il compito di raccontare forse più delle parole. L'India infatti è un mondo di colori, odori, sensazioni difficilmente ripetibili. un mondo lontano dall'immagine che i mass media hanno trasmesso dopo gli attentati di mumbai. un mondo che invece scorre davanti agli occhi leggendo il diario del nostro Francesco Rapaccioni, pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, parola dopo parola.

Godetevi questo diario, diviso in due parti:

Passaggio in India - Parte 1 (5 MB)

Passaggio in India - Parte 2 (3.8 MB)

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CROCIERA CON SEMINARIO TEATRALE IN MAR ROSSO
Per sette giorni ho temuto che fosse solo un sogno. Ho temuto che all’improvviso sarebbe svanito come fanno i sogni, volando via dai miei occhi e dalla mia memoria, come succede quando ti svegli al mattino e non resta nulla di quell’altra vita che ti regala il sonno.
Ero arrivata lì da incosciente, fiduciosa solo del fatto che il teatro porta sempre qualcosa di bello. I Teatri Possibili li conoscevo perché avevo seguito un laboratorio con Corrado d’Elia a Roma: quattro giorni di lavoro a ritmi forsennati e alla fine uno spettacolo, il Cirano, che era una macchina perfetta, nonostante alcuni di noi fossero poco più che dilettanti. Ero fiera di aver recitato nel Cirano, che avevo visto qualche tempo prima, estasiata, al Teatro Belli. Ero anche sorpresa dal metodo del regista, che aveva previsto tutto, fin nei minimi dettagli, che aveva persino previsto come affrontare l’imprevedibile e ci aveva trasformato in poco tempo in attori professionisti. Da allora mi ero iscritta alla mailing list dei Tp, e regolarmente mi arrivavano informazioni su seminari ai quali, purtroppo, non potevo partecipare. Poi la crociera.
Il teatro porta sempre qualcosa di bello, lo so.
Ma del lato “mare” non avevo voluto sapere niente, un po’ perché volevo che tutto fosse una sorpresa, ma soprattutto perché temevo le mie paure.
Un seminario teatrale in crociera sul Mar Rosso.
Non so niente del Mar Rosso, se non che esistono pacchetti di gente e di agenzie che vanno a ripetizione a Sharm, e me li sono immaginati lì a fare vita da nababbi in alberghi di lusso. Niente di interessante per me, che non amo né il lusso della crociera, né quello dei mega-alberghi, né le avventure nel mare. Il mare. Il mare mi fa paura. Non so nuotare. O meglio, ho imparato a nuotare in piscina, e nuoto solo lì, e dove so di toccare il fondo. Insomma, a che serve?
Eppure parto. Gli amici mi dicono che farà un caldo insopportabile, che non ci sarà vento, che è da pazzi aver scelto una vacanza del genere. Stringo i denti, sopporto, vado avanti. Parto.
Volevo essere sorpresa? Ebbene lo sono: una passerella di quaranta centimetri per mettere i piedi sulla barca, e già faccio la mia figura di disadattata ancora prima di entrarci; niente scarpe sulla barca, alla faccia delle tre paia di scarpe che ho messo in valigia, più gli zoccoli alti che porto ai piedi, più quell’ultimo paio cercato per tutti i negozi dell’aeroporto, un paio di scarpe da barca o qualcosa del genere. Durante questa settimana non si attraccherà mai, saremo sempre in mezzo al mare. Non ci saranno negozi per comprare quello che puoi aver dimenticato. Non ci sarà terra ferma a rassicurarmi un po’. Il cellulare non prenderà quasi mai: meglio avvertire a casa, ci dicono. Mando un sms alle mie figlie che sembra un bollettino di guerra: Tutto bene. Non saremo raggiungibili. Avvertite le nonne. Vi voglio bene.
Non finisce qui. Niente carta nel water. Mai. Si intasa e poi sono guai. Attenzione al consumo di acqua: una doccia al giorno, e chiudere i rubinetti quando non è strettamente necessario che l’acqua scorra, cioè mentre ti insaponi e mentre ti strofini i denti.
Animaletti nella barca. Come ci sono le zanzare da noi, qui ci sono animaletti: è normale. Non oso chiedere di che genere di animali si parli, ma immagino già scarafaggi e ragni che vagano nel letto e nei pavimenti.
Me ne sto in un cantuccio a sentire le raccomandazioni, mi sono chiusa a conchiglia come faccio sempre quando sono preoccupata. Non parlo. Mi sento presa in ostaggio. Chiedo solo se si può fumare, e per fortuna sì, si può fumare. E ringrazio il caso che mi ha fatto comprare una stecca di sigarette all’aeroporto.
Non parlo. E a chi mi vede così sospettosa, così immobile, e mi chiede cosa ho, rispondo semplicemente: Ho paura del mare.
Come se fosse normale scegliere una vacanza in barca avendo paura del mare. Perché non è mal di mare, è paura. Una di quelle paure che non sai da dove vengono, che non sai più da cosa siano state generate, e che tuttavia stanno là, ben radicate nella tua mente, forti e inespugnabili, irrazionali.
Sento di stare nel posto sbagliato. Qualcosa mi dice che vorrei andare via. Qualcosa mi dice Cosa mi sta succedendo? Mi chiedo come ho fatto ad arrivare fino a questo punto, come faccio a trovarmi proprio dove non vorrei, senza che nessuno mi abbia obbligato. Ma non me ne andrò.
Arriva Simone, l’ultimo passeggero a salire sulla barca. E’ notte ormai, tutti sono andati a dormire. Io resto lì, nel punto della barca più vicino alla terra, e parlo, parlo, parlo con Simone, voglio ritardare al massimo il momento in cui mi addentrerò nella barca, mi chiuderò nella cabina, voglio arrivarci così stanca da non poter restare sveglia.
Al mattino sto meglio, so che ormai non posso fare più nulla, sorrido a tutti quelli che mi chiedono come sto. Sto bene, rispondo e intanto penso Speriamo bene.
Ci presentiamo tutti. Rosalinda, Ilaria e Ciro li ho conosciuti già all’aeroporto di Fiumicino, sono napoletani, così simpatici, così spiritosi che ti rendono la vita allegra anche in questi momenti in cui ti senti persa. E poi gli altri, uno ad uno mi dicono i loro nomi, a poco a poco comincio a conoscerli.
Comincia la vita in comune: nessuna intimità, ma anche nessuna indiscrezione. Ognuno fa quello che vuole, appena libero dalle prove e dagli insegnamenti della regista. Metteremo in scena Oceano Mare di Baricco, adattato dalla regista, Elisabetta. La regista è una donna bella, un’attrice, molto espressiva, of course, parla con tutto il corpo, mi sorprende il suo debutto: “Quando si lavora non si commenta. Si fa quello che dico io. La mia idea è bella perché è la mia ed è la migliore perché io sono la regista”. Sembrerebbe presunzione, autoritarismo, e invece è assunzione di responsabilità. Lei è la regista e si impegna a farlo. Ammiro la sua sicurezza, ma soprattutto ammiro come tanta fermezza si accompagni benissimo alla dolcezza dei suoi occhi. E’ bella, conosce il suo mestiere, ci farà lavorare con intelligenza, sprizza vita da ogni poro, da ogni gesto, da ogni sguardo.
E così lavoriamo: assegnate le parti, cominciamo a memorizzare e a ripetere, da soli o a piccoli gruppi, alternando il lavoro/gioco del teatro ai bagni, allo snorkeling, alle immersioni. E poi distesi all’ombra o al sole, ci incontriamo di volta in volta con alcuni di noi, ci raccontiamo pezzi di vita, racconti di amori spezzati, o sospesi, oppure le nostre letture, i nostri studi, i nostri viaggi. Sarà la magia del teatro, sarà la convivenza da barca, ma si stabilisce un’intimità di pensieri e di parole, una voglia di raccontarsi spontanea, libera, fluida.
Il mio orologio, comprato a una bancarella a cinque euro, smette di funzionare dopo il primo bagno e raggiunge così l’altra serie di oggetti eliminati dalla vita da barca: scarpe, computer, televisione, cellulare, occhiali da lettura.
Ho messo tre libri in valigia, ma non li leggerò. Sento di volermi abbandonare solo al ritmo lento del tempo, un tempo che non è più cadenzato da orari, appuntamenti, doveri, desideri. Sento che la mia mente si libera da tutto, cerco le inquietudini che la insidiano abitualmente e non le trovo più. Mi abbandono a questo mare che mi circonda e all’improvviso scopro che non mi fa più paura questa barca in mezzo al mare, lontana da un porto sicuro.
Eppure la paura riaffiora al primo ondeggiare violento della barca impegnata a tagliare le onde: sono distesa a prua con Rosalinda, le prendo la mano e lei mi distrae raccontandomi storie della sua vita, amori impossibili, e alterna le profondità dell’anima alle irresistibili battute in napoletano.
Rosalinda interpreta molto bene Madame Deveyrà, una donna malata di adulterio, trascinata dal marito davanti al mare per guarire: il mare assopisce le passioni, dice. E forse è quello che sta accadendo a me, anche senza essere ammalata di adulterio: il mare sta eliminando tutto ciò che è esagerato in me, le ansie, le preoccupazioni, le amarezze, le aspettative, ma anche l’esuberanza, il rigore, il senso del dovere. Tutto si placa. E intanto arriviamo a El Erg. Qui passeremo la notte. In mezzo al mare.
Primo bagno. Ho paura. Paura di nuotare in acque in cui non posso toccare il fondo. Mi spaventa quell’abisso sotto di me, temo di non saper nuotare, di non saper restare a galla se dovessi avere una crisi di panico. Più che il mare, temo me stessa forse. Ormai lo sanno tutti. E allora Zucchero, capitano in seconda, mi dà un giubbetto salvagente. Metto le pinne, la maschera, e scendo. Con la mia paura, che non mi abbandona. Nuoto fino al rif, che è vicinissimo. Poi abbasso la testa e guardo: una meraviglia. Una sorpresa. Un mondo nuovo. Una miriade di coralli, conchiglie e di pesci colorati, che mi circondano. Sembra un cartone animato. La forza della bellezza supera quella della paura. E mi godo il mare.
Scompare la paura di dormire in mezzo al mare, senza vista della terraferma. E dormo un sonno profondo, ristoratore.
La vita da barca mi piace: puoi stare solo in mezzo agli altri, o parlare e fare conoscenza. Lo spettacolo avanza, ogni attore comincia ad entrare nella sua parte, e ogni replica diventa sempre più profonda, si arricchisce di significati nuovi. Savigny sempre più possente, i cori che cominciano ad avere ritmo, l’Amen finale che si carica finalmente del suo potere orgiastico, Elisewin sempre più eterea eppure determinata, Ciro che diventa davvero Bartleboom, e Franco che non poteva essere che Plasson, con le sue intermittenze, le sue distrazioni, i suoi gridi, il suo perdersi in una pittura bianca, trasparente.
Elisabetta ha un piano preciso: prima la lettura del testo, poi le intenzioni, in seguito i movimenti, poi un lavoro più individuale, a piccoli gruppi, poi le correzioni, le dritte, gli avvertimenti. Le critiche e le gratificazioni, in un equilibrio perfetto.
Ma c’è un altro regista sulla barca: Marco. E’ lui che insieme a TP ha avuto l’idea di organizzare tutto: il connubio tra crociera e teatro è dovuto a lui e a Corrado d’Elia. Marco ha vissuto sette anni qui, in mezzo al Mar Rosso, è istruttore sub, è tornato in Italia richiamato dall’amore per i genitori e poi da quello per il figlio, Pablo, che è qui con noi sulla barca. L’amore gli ha tolto il mare, che è un pezzo della sua vita, ma gli ha dato un figlio meraviglioso e gli ha fatto scoprire il teatro, l’altra passione della sua vita, un’altra profondità che vale la pena di navigare. Il mare se lo porta negli occhi, verdi, profondi, lunghi. E nel modo di essere: forte e sensibile insieme. Non gli interessano i commenti, lui bada alla sostanza delle cose. Concreto. Essenziale. Onesto. Generoso. Ma non concede nulla ai vizi, alle lamentele, ai falsi problemi. Il mare se lo porta addosso, solo un costume per bagaglio, e poi il mare che lo ha temprato, nel corpo e nella mente, e il mare che lo ha scavato, preservandogli l’innocenza, la forza dei sentimenti, pezzi di verità.
E’ lui che deve occuparsi di tutto, dell’equipaggio e di tutti noi, è lui che dosa gli ingredienti della vacanza, i tempi dei pasti, delle immersioni, della navigazione. E’ un padre buono, attento e rigoroso, e non solo per Pablo.
E’ di lui che mi fido. E’ a lui che consegno le mie paure, e lui le disperde al vento.
Marco interpreta Thomas. Quando recitando dice Se dovessi tornare indietro, è qui che sceglierei di vivere: davanti al mare, mi vengono i brividi, mi commuovo, perché il personaggio e l’uomo si fondono in una cosa sola, e quella replica sembra dettata dalla sua mente, e non dall’autore.
Il terzo giorno mi dice, deciso: “Domani ti porto sotto. Ti va?”. Ed io rispondo semplicemente Sì. Mi guardano tutti, increduli. Solo Marco ed io ci crediamo. E’ bizzarro forse, ma immergermi mi spaventa meno che nuotare. Quando nuoto, ho paura di sprofondare, mentre dal profondo mi pare di poter solo risalire. E’ poco razionale, lo so, manca di logica, ma c’è forse qualcosa di logico e razionale nelle nostre paure?
Quando arriviamo davanti all’isola di Gubal, ormeggiamo vicino al rif e proprio sopra a un relitto. E’ lì che Marco mi prepara a scendere. Sara mi presta la sua muta. Metto le pinne. Sono tutti affacciati al piano superiore della barca ad assistere all’avvenimento. Mi guardano sorpresi, scattano le foto. Li sento tutti vicini. E mi sento in imbarazzo, con questo pubblico che mi incita. Ma cosa mi sta succedendo?, penso. Marco mi infila il giubbetto con le bombole solo quando sono già in acqua. Mi dà qualche indicazione fondamentale, come compensare e quali gesti fare per comunicare con lui. Al resto penserà lui. Mi tiene per mano. E a quella mano affido me stessa. Non ho paura di immergermi, ma ho paura di non saper fare quello che devo fare. Forse non so nuotare. Ma so respirare. Tre gravidanze, tre travagli, tre parti, mi hanno insegnato bene a respirare.
Scendiamo lentamente, e poi eccolo lì: il mare. Oceano mare, potente e meraviglioso sopra ogni meraviglia. Sembra di stare in mezzo a un documentario, i pesci hanno colori fosforescenti, mi pare di stare in un cartone di Disney. L’azzurro che mi circonda mi dà una sensazione di abbandono: qui davvero puoi dimenticare te stesso, diventare acqua nell’acqua, danzare, dimenticare tutto. Mi si riempiono gli occhi di meraviglia.
E’ solo quando affiora il pensiero che forse non sto facendo tutto bene (So compensare? Sto osando troppo? Saprò risalire?) che chiedo di tornare indietro. Ma arrivati alla corda da cui risaliremo mi pento della richiesta. Voglio restare ancora, godermi lo spettacolo. La bellezza mi circonda, mi invade, mi culla.
Lentamente risaliamo. A pochi metri dalla superficie, vedo Franco che mi fotografa e altri che mi vengono incontro. Sono commossa, felice. Appena affioriamo fuori dall’acqua, la commozione è così grande che abbraccio Marco, lo bacio, lo abbraccio stretta. Grazie.
E tutti lì che mi aspettano, mi applaudono, sento l’affetto di tutti, e nella mia avventura il riscatto delle paure del mondo.
L’emozione è così forte che devo sdraiarmi sulle gambe di Danae, che mi accarezza piano, e restiamo in silenzio in attesa che l’intensità sfumi gradualmente, senza fretta, senza problemi.
I compagni di viaggio sono tutti mostruosamente intelligenti. Pare quasi che per iscriversi a questa vacanza si sia dovuta affrontare una selezione. Sono tutti trentenni. Solo Marco, Franco ed io, Elisabetta e il marito, Mimmo, abbiamo superato il mezzo di cammin di nostra vita. Il resto, trentenni intelligenti, doppie lauree, o laurea con lode, professionisti, single che non hanno scelto la vacanza da sballo o da acchiappo. Sono anni che ho imparato che la passione per il teatro seleziona le persone più belle, o che comunque attraversano una fase in cui si cerca qualcosa di più, di più profondo, di più autentico, di più vero. E anche questa volta trovo confermate le mie convinzioni.
Di ognuno ho ammirato qualcosa: la sensibilità di Valentina, che si commuove alla morte di Thérèse, la sua andatura lenta e aggraziata nello stendere i teli sulla spiaggia, con le sue lunghe braccia, le sue lunghe gambe; la dolcezza di Francesca, la sua discrezione, i suoi timori che avrei voluto aiutare a dissolvere, il suo modo di gridare, quasi in un soffio, Non ho paura, non ho paura, non ho paura; la giovinezza di Ilaria, grintosa e dolce, silenziosa e poi pronta a raccontarti episodi della sua vita, a coinvolgerti nelle sue domande senza risposta, la sua intelligenza riservata, le sue numerose letture, la sua voglia di combattere e di restare dritta e forte e onesta contro le meschinità e gli arrivismi che la circondano; le risate di Rosalinda, contagiose, il suo modo di essere napoletana doc, ironica, spiritosa, solare, e nello stesso tempo seria, nei rapporti umani come nel lavoro, romantica, generosa, comunicativa, rigorosa nei suoi giudizi e profondamente umana, inflessibile a volte, e poi materna, sorridente, pronta a confidarsi e ad ascoltarti raccontare, capace di passare dal dialetto più stretto, un napoletano denso, ricco, pieno di vita, ad una dizione quasi perfetta, pulita, un’altra donna, un altro universo da scoprire; la leggerezza napoletana di Ciro, un velo di tristezza negli occhi, un’umanità profonda, la prontezza dell’humour e poi la voglia e la capacità di cogliere l’essenza degli altri, il suo impegno nell’interpretare Bartleboom, il suo tenero amore di figlio, il suo dirmi serio: “Te, non ti ho ancora inquadrata. Sei instabile”, che prendo quasi come un complimento, mi piace pensare di non uscire dal groviglio delle mie contraddizioni, e di essere doppia, tripla, molteplice, incapace di rinunciare a un solo aspetto che abita in me; l’educazione di Simone, la sua bravura di attore, la sua disponibilità, l’equilibrio ammirevole, il piacere della conversazione, un certo modo comune di vedere il mondo, il suo netto rifiuto di dare giudizi, il suo citare sereno “Nulla di umano che sia così lontano da me”; la sicurezza di Sara, la sua spigliatezza, la sua presenza forte, la forza della provocazione, attenuata subito dal suo negarsi così potente, così caparbia; la bellezza di Elisa, intelligente, equilibrata, elegante, la sua serenità, la sua capacità di soffiare in Elisewin, senza eccessi, la dolcezza, l’innocenza e la voglia di vivere; il senso materno di Danae, la sua prontezza nell’entrare nelle battute del coro, la sua sicurezza, il suo essere in sintonia con Sonia come fossero sorelle, o amiche da sempre; la bellezza statuaria di Sonia, la sua esperienza di sub, la forza del carattere, la disponibilità discreta; l’espressione intellettuale di Mimmo, capace di isolarsi in mezzo a tutti noi, capace di guardarci lavorare senza intervenire, senza giudicare, e poi compagno affettuoso di Elisabetta e attento operatore video del nostro spettacolo.
Possibile che fosse tutto così positivo? Tutto bello? Doveva pur esserci qualcosa che non andava.
No. Era tutto perfetto. O meglio, c’era sicuramente qualcosa da criticare, ognuno di noi ha i suoi difetti, le sue asprezze, le sue manie, ma nessuno ha esagerato, nessuno ha voluto fare il prim’attore, ognuno ha recitato la sua parte, con impegno, ma senza eccessi, senza manie di protagonismo. L’armonia ha governato suprema.
E poi l’equipaggio: tutti egiziani, dal capitano, Shahat, bello ed elegante, il signore del mare, sicuro ed affidabile anche lui, al fratello, Abu Omar, detto Zucchero, capitano in seconda, marinaio a tuttotondo, un po’ selvaggio, un tutt’uno con la barca, il suo narghilè, il suo amo e i suoi sorrisi fuggenti; i marinai, di cui non conosco il nome, e che pure hanno fatto tanto per noi, nascosti, e poi spuntati fuori per cantare e danzare musiche arabe, tutto ritmo e cadenza, gioia di vivere, sorrisi e voglia di stare insieme; Moustafà, che mi toglie il giubbino quando rientro in barca, mi aiuta a togliere le pinne e la maschera, ed io mi sento una principessa sostenuta e aiutata anche nelle mansioni più semplici; il fratello di Moustafà, Yamhed, al bancone del bar, conosce il nome di tutti, ogni nostro desiderio è per lui un ordine, esegue ogni compito con dedizione e umiltà, apparecchia e sparecchia, porta in tavola ogni cosa che chiediamo. E’ giovane Yamhed, lo vedo sempre sfaccendare in qualcosa, una mattina mi chiedo se non ha voglia anche lui di bagnarsi, di vedere la barriera, o se sta sempre qui, a servire e a pulire. Allora gli chiedo:
Yahmed, ma tu non vai mai a vedere il rif?
E lui mi dice candidamente: No, io non so nuotare.
Ma Yahmed, prendi il mio giubbino. Nemmeno io so nuotare.
Sì, forse.
Yahmed, devi andare. Devi andare.
Lui mi guarda e sorride. Capisco che non lo farà.
E il giorno dopo, invece, lo vedo sbracciarsi in mezzo al mare con il giubbino salvagente, insieme con gli altri marinai, che ora lo deridono ora lo sostengono, e lui è felice, si muove, si agita, si diverte, poi gli tolgono il giubbino e lui continua a dimenarsi, nuotando attaccato alla corda della barca. Il battesimo del mare.
Lo guardo soddisfatta, felice.
Ci sono dei bambini sulla barca: Pablo, il figlio di Marco, sette anni e due occhi neri, riccioli morbidi e un sorriso da concorso, l’innocenza dei suoi sette anni e la sapienza di cento anni. Sa un sacco di cose, i nomi dei pesci e dei luoghi, mi corregge, fa osservazioni che ti sembrano degne di un vecchio viaggiatore che ne ha viste tante. Ce lo mangiamo tutti con gli occhi, e qualche volta riusciamo a trattenerlo vicino a noi, ad accarezzarlo, a godere della sua compagnia. Ma lui cerca il suo papà, e il suo papà cerca lui, e insieme sono una coppia di tenerezza, non si sa bene se è Marco che protegge Pablo o il contrario, ma di sicuro sono l’immagine dell’amore perfetto, la dedizione e il rispetto, l’altruismo e il controllo.
Poi ci sono i figli di Shahat, Mondi e Karim, il primo sette anni e un fascio di energie, l’altro 15 anni e occhi neri profondissimi, più schivo, delicato, “è bianco dentro” dice di lui il padre, e li bacia tutti e due teneramente. Quando partirà il primo gruppo per Milano, quello più numeroso, nel momento dei saluti, Karim piange sommessamente, in disparte, e i suoi singhiozzi ci commuovono ancora di più di quanto non lo siamo già.
Infine Omar, il piccolo figlio di Zucchero, un sorriso e una corsa, conosce le danze arabe, danza con me, sorride, gioca, si diverte.
Questi bambini sono buonissimi, in sette giorni non ho sentito un capriccio, un pianto, una lamentela, un urlo, sanno giocare e divertirsi con nulla, conoscono la vita del mare, non conoscono i vizi e le lagne, ed io penso ai nostri bambini delle spiagge da ombrellone, quelli che hanno mille giocattoli e sono sempre insoddisfatti, quelli che non ti lasciano riposare né leggere, quelli che hanno sempre qualcosa da recriminare e un padre e una madre che hanno sempre qualcosa da rimproverare.
Quanto c’è da imparare qui, in mezzo al mare!
Penso a Rimbaud, al suo poema straordinario Le bateau ivre, il battello ebbro, a quelle immagini e visioni del mare che ci ha regalato, alle sue albe strazianti, versi che ho letto tante volte, letti, analizzati, spiegati tante volte ai miei studenti e che solo ora intuisco, sento, vivo, nel profondo. Rimbaud il mare l’ha visto con la poesia, e poi con gli occhi, e quando lo ha vissuto in prima persona, ha smesso di scrivere. Perché il mare, forse, è una droga, che riesce ad annullare tutto il resto.
Tante altre immagini mi porto negli occhi: i delfini che guizzano davanti a noi, lo spettacolo di notte in una spiaggia deserta, suggestivo, gratificante, il barbecue sulla spiaggia e le nostre danze, la nostra gioia di vivere e di stare lì, le risate, i cori, l’invito di Marco e di Pablo a stare sulla punta della barca durante la navigazione, col mare davanti e intorno, infinito, le serate a guardare le stelle e a gridare Ohhhhh! ad ogni stella cadente, il percorso in gommone di notte con la paura di andare a sbattere sul rif , la tristezza di salutare quasi tutti e rimanere nella barca quasi deserta, le strade di Hurghada, la miseria, la strana sensazione di rimettersi le scarpe dopo sette giorni a piedi nudi, la sensazione di continuare ad ondeggiare anche sulla terraferma, lo sguardo fiero e soddisfatto di mio marito, Franco, dopo la mia prima immersione.
Franco: lui ha un rapporto complicato con le mie paure. E’ un uomo d’acciaio, un medico, una roccia. La sua stima per me è così grande che non riesce a concepire che io possa avere paure insensate. E così finge che le mie paure non esistano e mi lascia in mezzo al mare, come dicono che fanno i marinai con i bambini che non sanno nuotare. Se solo sapesse che basterebbe starmi accanto e dirmi che c’è lui, che va tutto bene, che non accadrà nulla…
Ma questa è un’altra storia. Lui è la storia della mia vita.
Mi sono immersa una seconda volta, sono arrivata a 9 metri e 50, 12 minuti di passeggiata con Marco, mano nella mano, e Sonia che mi fotografava. Mi sembrava di poter danzare nell’acqua. Quando sono uscita, Sonia mi ha mostrato le foto e mi ha detto: “Non permettere mai più a nessuno di dire che non sai nuotare.”
E ho capito che non devo permetterlo a me stessa, che sono io il limite delle mie paure, che il mare non ha nessuna intenzione di aggredirmi.
Tornata a casa ho scritto un sms a Marco:
Grazie per la fiducia che hai avuto in me. Grazie per avermi fatto scoprire la bellezza e la magia del mare. Grazie per avermi tenuto per mano. Emozioni e luci che non dimenticherò mai.
Sms di Marco:
Grazie a TE per la fiducia che hai avuto in me. L’abbraccio che mi hai dato dopo l’immersione e la gioia nei tuoi occhi, è il ricordo più bello di questa vacanza.
E’ il 18 agosto 2009.
Non ho più paura del mare.

Vorrei poter fotografare le emozioni, le parole non bastano, vorrei avere buffi strumenti come quelli di Bartleboom, non per studiare dove finisce il mare, né dove inizia, ma per regalarvi la mia gioia, per ringraziarvi, per dirvi che vi voglio bene.


E ora… YALLA YALLA!
10 - 09 - 09 - di: BIRO -

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