Akram Khan apre il IV Festival di Villa Adriana. Genio e ricercatezza.
Intimo, un microcosmo meravigliosamente raccolto in un’atmosfera che eleva gli animi verso l’infinito. Tra le antichità di Villa Adriana di Tivoli si apre la IV edizione del Festival di Villa Adriana - per l’appunto - . Immerso nei luoghi imperiali, lontano dal “caos” romano, Akram Khan presenta in prima nazionale italiana il suo Gnosis.
Un viaggio nella danza classica indiana che a tratti si tinge di modernità.
Un percorso che si divide in due parti, la prima con due pezzi che sono il frutto di una rivisitazione di precedenti lavori di Khan, “Polaroid Feet” e “Tarana”, la seconda, un viaggio interiore che attinge al Mahabarata indù e in particolare alla storia di Gandhari, la moglie del re cieco che sceglie di vivere bendata per condividere con amore la vita del suo consorte.
La prima parte sembra quasi propedeutica alla seconda. Un “dialogo” tra corpo e musica, tra danzatore e musicisti. Tra arti e strumenti. Una “costruzione Lego, un mattone sull’altro” – come afferma lo stesso Khan. Poi una terza, intitolata Unplugged”, i cui strumenti si aggiungono a poco a poco e in una jam session si intrecciano al corpo in movimento. Kathakali rappresentato con leggerezza e grazia quasi femminili.
La seconda parte, Gnosis, appunto, è quella dedicata alla regina Gandhari, personaggio forte quanto straziante. Sceglie di vivere e morire bendata, senza vedere, come il suo consorte cieco. Perseverante nel portare a termine il suo voto, senza mai vedere neppure i suoi figli, senza poter assistere alle loro nascite, matrimoni né le morti.
Un momento altissimo di arte, Khan in scena questa volta non più solo, ma con una danzatrice. Unica scenografia, la meravigliose colonne delle antiche terme adrianee.
La danza li unisce in un corpo solo, un proseguimento l’uno dell’altro. Legati da un bastone “guida” che sembra quasi la continuazione delle braccia di entrambi, il loro “occhio”, l’unica possibilità di “vedersi” per mezzo del tatto.
Attraverso di esso entrano in contatto l’uno con l’altro, si toccano, si completano.
La musica li arricchisce scandendone i movimenti.
Come sempre, gli spettacoli di Khan finiscono con il generare uno scambio attivo con lo spettatore. Sono un prodotto raro, per pochi eletti pronti a riceverne il dono.
“Oggi il “volere” è più importante del “dare” o del “condividere”, e per quanto mi riguarda – dice Khan – esercitandomi con rigore e rappresentando questa forma d’arte, ho la possibilità di condividere quest’esperienza e restituirla agli altri in una maniera più profonda”.